Donnarumma, prodezze e solitudine. Gigio si piega solo ad un autogol
dal nostro inviato Matteo PinciGelsenkirchen – Quando la sua maglia verde fluo è comparsa nell’area spagnola lo abbiamo guardato come l’urna col sangue di San Gennaro. Aspettando che il prodigio riuscisse. Non c’è italiano, a Gelsenkirchen o davanti alla tv, che non ci abbia pensato. Ora Gigio fa anche questo: un gol. Il sangue non s’è sciolto, stavolta, ma il miracolo si era già materializzato nello stadio a cui hanno smontato il nome dello sponsor dall’insegna, lasciando sulla sua cima che ricorda il tetto di un supermercato solo la scritta “Arena”.
Incubo di De La Fuente
Solo un compagno lo vinse. Come Buffon al Mondiale del 2006, almeno fino alla finale di Berlino, è servito un autogol a piegare Gianluigi Donnarumma, che con il suo nobile predecessore non ha in comune soltanto quel nome così poco diffuso da far pensare a una volontà superiore. Ma anche il talento. Col senno del poi senza la deviazione di Donnarumma forse quella palla non sarebbe finita sul ginocchio di Calafiori, replicando un autogol c…
Gelsenkirchen – Quando la sua maglia verde fluo è comparsa nell’area spagnola lo abbiamo guardato come l’urna col sangue di San Gennaro. Aspettando che il prodigio riuscisse. Non c’è italiano, a Gelsenkirchen o davanti alla tv, che non ci abbia pensato. Ora Gigio fa anche questo: un gol. Il sangue non s’è sciolto, stavolta, ma il miracolo si era già materializzato nello stadio a cui hanno smontato il nome dello sponsor dall’insegna, lasciando sulla sua cima che ricorda il tetto di un supermercato solo la scritta “Arena”.
Incubo di De La Fuente
Solo un compagno lo vinse. Come Buffon al Mondiale del 2006, almeno fino alla finale di Berlino, è servito un autogol a piegare Gianluigi Donnarumma, che con il suo nobile predecessore non ha in comune soltanto quel nome così poco diffuso da far pensare a una volontà superiore. Ma anche il talento. Col senno del poi senza la deviazione di Donnarumma forse quella palla non sarebbe finita sul ginocchio di Calafiori, replicando un autogol che confezionò identico a Cagliari a gennaio. Ma certo non è una colpa e anzi, Gigio è l’unica risposta alla domanda che forse oggi tormenterà l’allenatore spagnolo De La Fuente e suona più o meno così: “Come cavolo abbiamo fatto a segnare un solo gol?”.
I complimenti di Morata
C’era la mano di Donnarumma sul terra-aria a 118 chilometri orari di Fabian Luiz. C’era lui su Morata e Pedri, poi su Baena e Perez. Il bilancio finale restituirà un dato mostruoso: otto parate, tutte assolutamente determinanti, tutte ai limiti delle leggi fisiche. Hanno sorpreso anche un ragazzo che pure Donnarumma lo conosce da tempo, come Alvaro Morata, che alla fine pareva quasi seccato da quello che aveva visto: «Avete uno dei migliori portieri al mondo». Di quale altro giocatore italiano si potrebbe pensare una frase del genere?
Donnarumma, il 10 di un’Italia operaia
Siamo stati il Paese di Baggio, Del Piero e Totti, certo, ma poi le mani sulla Coppa del mondo che incollavamo sotto forma di francobollo erano quelle di Dino Zoff. Alla sua maglia manca uno zero, ma Donnarumma è a tutti gli effetti il numero dieci di questa Italia operaia. L’unico talento globale che l’Italia sia riuscita a produrre da quando Balotelli ha deciso di schiantare insieme a qualche bolide di troppo: una decina d’anni ad attendere una rivelazione e quella si manifesta laggiù.
Chi mai sognava di essere Benji, e non Holly? Donnarumma forse quel cartone animato non lo guardava nemmeno. Lui guardava il fratello Antonio, portiere pure lui. E guardava l’altro Gianluigi. E certo è paradossale, e forse indicativo che il miglior calciatore italiano, oggi, sia uno che per mestiere deve usare le mani. E nemmeno che la Serie A lo abbia perduto senza nemmeno poter far nulla per convincerlo a restarci. I migliori fuggono e non solo per i soldi, come invece vorrebbe chi lo contesta ancora, ignaro di come un talento simile sia oggi un fiore nel deserto, alle nostre latitudini.
Il cartellino giallo
L’ammonizione fa anche di Donnarumma il primo portiere vittima della nuova regola: il portiere capitano non può andare a protestare fuori dalla porta e se lo fa, trova un Vincic a mostrargli il cartellino. «Siamo arrabbiati», ha detto alla fine. «Ma useremo questa rabbia per la Croazia, il destino è nelle nostre mani. Dobbiamo lavorare e riusciremo a portare a casa il risultato. Salvo l’atteggiamento della squadra: abbiamo corso tanto, a volte male. Bisogna fare molto meglio». Noi. Ma lui è così. L’ultimo a salire sul pullman, solo dopo i compagni.
A Parigi il posto non è più certo
Qualche settimana e diventerà papà. Lo farà a Parigi, probabilmente. Perché casa ormai è lì. Ma per quanto, ancora? Sì, il miglior talento italiano a casa sua è discusso. Superman quando mette la maglia del Paris diventa troppo spesso Clark Kent, e troppo spesso a Parigi fanno circolare voci sul fatto che l’allenatore Luis Enrique – spagnolo, come ti sbagli – non è che straveda per lui. Anzi ha già preso un altro portiere, Matvey Safonov, un russo con tanta voglia di rubargli il posto. Gigio non si scompone: ancora una volta, messo il mantello azzurro è tornato a volare.