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Maldini, classe e appartenenza: il suo cuore diviso tra il Milan e l’azzurro

Paolo Maldini, 58 anni (ansa)

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Capitano rossonero fino ai 41 anni vincendo tutto e poi campione d’Italia anche da dirigente. Con l'Italia due finali perse prima dell’addio nel 2002. Quel no al Chelsea
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Due maglie ha vestito Paolo Maldini nella sua lunghissima e magnifica carriera di calciatore, simbolo del fair-play, del senso di appartenenza e della classe, intesa nella duplice accezione: il tocco magico che spetta solo ai predestinati e lo stile dentro e fuori dal campo. La prima maglia è stata quella del Milan, indossata ininterrottamente vincendo tutto il possibile a partire dal 1978, quando aveva 10 anni e superò il mitico provino sul campo attiguo all’aeroporto di Linate, fino al 2009, quando si ritirò a 41 con le cartilagini delle ginocchia consumate.

Maldini e la maglia azzurra

L’altra maglia è quella della Nazionale, onorata, al di là dei successi sfumati in finale a Mondiale (1994) ed Europeo (2000), con la partecipazione a 4 C…

Due maglie ha vestito Paolo Maldini nella sua lunghissima e magnifica carriera di calciatore, simbolo del fair-play, del senso di appartenenza e della classe, intesa nella duplice accezione: il tocco magico che spetta solo ai predestinati e lo stile dentro e fuori dal campo. La prima maglia è stata quella del Milan, indossata ininterrottamente vincendo tutto il possibile a partire dal 1978, quando aveva 10 anni e superò il mitico provino sul campo attiguo all’aeroporto di Linate, fino al 2009, quando si ritirò a 41 con le cartilagini delle ginocchia consumate.

Maldini e la maglia azzurra

L’altra maglia è quella della Nazionale, onorata, al di là dei successi sfumati in finale a Mondiale (1994) ed Europeo (2000), con la partecipazione a 4 Coppe del mondo e a 14 anni di rara intensità: dal battesimo del 1988 con Azeglio Vicini ct all’addio dopo il torneo del 2002 di Trapattoni, chiuso per la sconfitta con la Corea del Sud, alla quale contribuì in maniera decisiva l’arbitro ecuadoriano Byron Moreno: una ferita aperta. Molti ebbero la possibilità di rifarsi con gli interessi, alzando la coppa nel 2006 a Berlino con Lippi. Il capitano Paolo no, perché aveva detto basta e la coerenza è sempre stata per lui un valore irrinunciabile.

Leonardo e Maldini (ansa)

La dinastia inaugurata da papà Cesare

Se per cominciare la nuova esperienza ha aspettato dopo il ritiro dal calcio giocato 9 anni, malgrado le offerte non certo di ripiego (Chelsea e Psg su tutte, ma anche il Manchester United gli aveva strizzato l’occhio), è stato infatti per una ragione molto semplice: non riteneva possibile farlo in un posto diverso dal Milan, a cui lo lega la dinastia inaugurata da papà Cesare, che è stato poi anche uno tra i suoi commissari tecnici (dopo Vicini e Sacchi e prima di Zoff e Trapattoni), e proseguita con i figli Christian e Daniel. Il quale, col debutto in maglia rossonera e poi azzurra ha completato una vicenda calcistica unica.

Maldini ai Mondiali del 1994 (agf)

La sintonia con Leonardo

Il percorso dirigenziale milanista di Paolo Maldini è iniziato nel 2018, sotto la gestione del fondo americano Elliott della famiglia Singer e accanto a Leonardo, che lo ha cooptato e col quale la sintonia era piena: non è casuale la scelta di averlo ora come consulente in Figc. Non meno simbiotico, dopo il divorzio dell’ex campione brasiliano dal club e il passaggio al Psg, si era rivelato al Milan il successivo cartello di Maldini con l’ex compagno Zvonimir Boban e con Ricky Massara, ora alla Juventus: squadra aggiustata con un mercato riuscito, prima del traumatico allontanamento di Boban, che rivelò la distanza tra la concezione americana del calcio e la visione europea.

Lo scudetto al Milan e il licenziamento

Paolo volle però restare, avendo nel frattempo raggiunto una statura dirigenziale illustrata dallo scudetto e dalla semifinale di Champions del 2022, con budget non certo illimitato. Tanto non bastò tuttavia per impedire che nel 2023 il nuovo azionista di controllo statunitense, Gerry Cardinale, decidesse di licenziare Maldini: gli imputava la presunta mancanza di inclinazione al lavoro di gruppo e l’ingaggio di De Ketelaere dal Bruges per 35 milioni di euro.

Come lo ha convinto Malagò

In un’intervista a Repubblica Maldini ribatté punto su punto alle accuse: «La storia non si cancella». Il buon rendimento di De Ketelaere all’Atalanta e col Belgio al Mondiale, ha detto che aveva ragione lui. Non ha smesso di declinare le varie offerte straniere (nulla più di una breve consulenza esterna al Fenerbahçe), i tifosi continuano a dedicargli striscioni e cori allo stadio di San Siro ribadiscono il concetto. Ma Malagò, neopresidente della Figc, è stato più veloce, facendo leva sull’altra maglia di Maldini, quella azzurra, e sulla sua volontà di aiutare il calcio italiano nella rifondazione. Per convincerlo, gli ha dovuto garantire che avrà un ruolo concreto e che potrà incidere sul nodo della questione: i settori giovanili. Di sicuro non sarà una semplice bandiera da sventolare, grazie alla credibilità che lo accompagna ogni volta che esce dall’Italia. Sarà un vero dirigente. E se avrà successo, sarà un bene per tutti.

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