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Pirlo, un predestinato ancora in cerca di destinazione

Andrea Pirlo, 47 anni

 

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Dalla flemma negli spogliatoi dopo le sfuriate di Ronaldo alla tesi “Il calcio che vorrei”: una carriera rimasta ancorata al condizionale
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Alla Juve, dopo nove scudetti altrui non vinse lo scudetto. In Turchia non finì il campionato. Alla Sampdoria, in B, non fu promosso e venne poi esonerato. Negli Emirati Arabi, lì invece risalì dalla B. Andrea Pirlo è prigioniero di Pirlo Andrea, del colossale campione che fu, dell’allenatore che per adesso non riesce ad essere. La Nazionale è un filo teso tra i grattacieli e Pirlo deve camminarci senza rete, a parte quella dei suoi influenti amici. Auguri.

Andrea Agnelli disse: “Pirlo un predestinato”

«È un predestinato», disse di lui Andrea Agnelli, predestinandolo a sua volta. Gli consegnò le chiavi della Juve senza che Pirlo avesse mai allenato neppure un minuto. Venne dopo Sarri e se ne andò da Torino allo stesso modo, cioè subito e con una pacca sulla spa…

Alla Juve, dopo nove scudetti altrui non vinse lo scudetto. In Turchia non finì il campionato. Alla Sampdoria, in B, non fu promosso e venne poi esonerato. Negli Emirati Arabi, lì invece risalì dalla B. Andrea Pirlo è prigioniero di Pirlo Andrea, del colossale campione che fu, dell’allenatore che per adesso non riesce ad essere. La Nazionale è un filo teso tra i grattacieli e Pirlo deve camminarci senza rete, a parte quella dei suoi influenti amici. Auguri.

Andrea Agnelli disse: “Pirlo un predestinato”

«È un predestinato», disse di lui Andrea Agnelli, predestinandolo a sua volta. Gli consegnò le chiavi della Juve senza che Pirlo avesse mai allenato neppure un minuto. Venne dopo Sarri e se ne andò da Torino allo stesso modo, cioè subito e con una pacca sulla spalla, una Supercoppa e una Coppa Italia, oltre che una qualificazione in Champions: molto più di Spalletti, per dire. Dopo un anno sabbatico (come Guardiola!), lo chiamarono a guidare una squadra turca pressoché sconosciuta, il Fatih Karagumruk, con la quale galleggiò senza infamia e senza lode per risolvere il contratto a tre giornate dalla fine. Anche a Genova il pane è stato duro, forse perché è la gavetta (recipiente per il cibo) ad ammorbidirlo: Andrea Pirlo, la gavetta mai.

La tesi di laurea da allenatore: “Il calcio che vorrei”

La sua tesi di laurea da allenatore, anno accademico 2019/20 alla Sorbona di Coverciano, relatore Renzo Ulivieri, si intola “Il calcio che vorrei”. Il condizionale è rimasto, insieme a molte buone intenzioni e a una chiara vocazione: i giovani. Non teme di metterli in squadra, né di bruciarli. Il problema è l’equilibrio, perché le squadre di Pirlo incassano troppi gol. Non c’è tifoso juventino che abbia dimenticato i contropiede ai quali si abbandonava il gruppo, e dire che davanti c’era ancora Cristiano Ronaldo. Il quale realizzò quell’anno la non facile impresa di non vincere il campionato.

Pirlo, Maldini e Leonardo: un triangolo di amichettismo

C’è un video famoso, trasmesso in un documentario sulla Juventus, in cui si vede Pirlo intervenire dopo una sfuriata dello stesso Ronaldo («Dài, basta Cri’») per dire: «Bisogna avere calma e pazienza e non litighiamo». Sempre con quella proverbiale flemma che fa sembrare Andrea Pirlo quasi malinconico, triste in sottofondo, ma anche con quell’espressione di chi si sia appena alzato dal letto.

Come allenatore non ha quasi passato, dunque gli spetta almeno la speranza nel futuro. Arriva in Nazionale come emanazione di Paolo Maldini, in un triangolo di amichettismo milanista che coinvolge pure Leonardo: potrebbe diventare un limite, anche se adesso è una rampa di lancio. Un progetto a lungo termine. Nel breve termine, Pirlo finora è stato così così.

Pirlo, la terza scelta

Ci fu un’estate in cui si parlò molto, e forse a vanvera, di Guardiola alla Juve, poi arrivò Sarri e sullo slancio, Pirlo. Ora si è molto parlato di Guardiola azzurro, e di nuovo arriva Pirlo come chi si domandi «ma sono proprio io, ma tocca proprio a me?». La Nazionale è fuori dal mondo da una vita, con quella maglia Andrea Pirlo diventò campione del mondo vent’anni fa, il Pirlo maestro di calcio in campo che sembra obbligare sé stesso ad esserlo anche in panchina: un destino non facile, solo in apparenza una scorciatoia, in realtà un improbo dovere: essere non solo la terza scelta in azzurro («Abbiamo contattato Guardiola e Ancelotti, cioè il meglio», così Maldini tra il sincero, l’ingenuo e il malaccorto), ma persino la seconda scelta di sé stesso: la prima scelta, cioè il primo Pirlo, calciava la famosa punizione “la maledetta”, quest’altro Pirlo deve guardare calciare i suoi giocatori, e chissà se sono capaci. Il calcio che vorrebbe, che vorremmo. Alcuni lo definiscono liquido, infatti a volte si scioglie. Pirlo, il predestinato: ma la destinazione è quella giusta?

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