Quando la realtà con la pistola incontra la fantasia con il fucile, la realtà è una cosa morta. Che giri fanno a volte certe vite. Se la contabilità dei nostri sentimenti fosse una faccenda logica, la panchina azzurra sarebbe l’ultimo posto al mondo dove Roberto Mancini potrebbe andare a cercare una seconda possibilità. Invece eccolo qui, come una nuova svolta, diciassette giorni dopo l’altra. La commedia all’italiana che da un secolo abbondante chiamiamo calcio ha deciso di mettere in scena il più sfrontato e circolare dei colpi di scena, consegnando le chiavi della patria all’uomo che visse tre volte.
Quel ragazzo dall’eleganza insolente che da calciatore la Nazionale non comprese, confinandolo nella penombra dei talenti bellissimi ma superflui, riappare …
Quando la realtà con la pistola incontra la fantasia con il fucile, la realtà è una cosa morta. Che giri fanno a volte certe vite. Se la contabilità dei nostri sentimenti fosse una faccenda logica, la panchina azzurra sarebbe l’ultimo posto al mondo dove Roberto Mancini potrebbe andare a cercare una seconda possibilità. Invece eccolo qui, come una nuova svolta, diciassette giorni dopo l’altra. La commedia all’italiana che da un secolo abbondante chiamiamo calcio ha deciso di mettere in scena il più sfrontato e circolare dei colpi di scena, consegnando le chiavi della patria all’uomo che visse tre volte.
Quel ragazzo dall’eleganza insolente che da calciatore la Nazionale non comprese, confinandolo nella penombra dei talenti bellissimi ma superflui, riappare dunque per un mandato-bis da allenatore e addirittura nelle vesti solenni di delegato della provvidenza, seppure come scelta numero tre, forse quattro, forse cinque, non s’è capito bene, chi lo sa, e dopo essere stato a lungo la prima per Giovanni Malagò. Il potere sa essere un grosso rompicapo.
La presidenza federale che Malagò aveva annunciato all’insegna della condivisione si è già spiaggiata sui lidi dell’adesso decido io, paradosso perfetto di un Paese che non sa mai bene come riempire i vuoti di potere, se con un compromesso oppure col fascino dell’uomo solo al comando. In fondo nel nostro dna li possediamo entrambi. Questo secondo matrimonio con Mancini poteva avere l’aria del colpo di fulmine uno o due mesi fa, anziché nascere ora dopo una serie di veti incrociati e relazioni sgangherate. Nel passaggio dall’hidalgo Guardiola allo zar Pirlo, il fattore C di Malagò gli ha offerto la chance di ritornare al suo preferito. Mancini gli piace perché non è un rivoluzionario ingestibile, conosce la macchina ed è l’ultimo che l’ha fatta funzionare. Consente a Malagò di trovare un riparo senza dover ammettere una resa.
Hanno in comune una certa idea italiana del potere fatta di immagine e flessibilità, molto in linea con un cammino diventato assai diverso da quello che la notte in Bosnia suggeriva. Il sistema da rifondare daccapo è diventato nella presidenza Malagò un vaso rotto da incollare. Così Mancini non torna come profeta del nuovo, ma come ultimo pezzo di un passato ancora spendibile. È l’incontro perfetto per un programma che ha più il tono della restaurazione intelligente che della rivoluzione. Inoltre, Mancini ha il pregio di essere un nome sul quale Malagò non deve temere incursioni del ministro Abodi. Ha fatto da testimonial alla Regione Marche guidata da Fratelli d’Italia. È un ciuffo che il governo non ha interesse a spettinare.
Mancini è riuscito a sopravvivere pure al fuoco di sbarramento partito dall’area vicina a quei presidenti che preferivano Antonio Conte, a quale titolo non si sa. La sua colpa è il tradimento del Ferragosto 2023, quando scelse di farsi sedurre dall’Arabia. Un salto da 25 milioni di dollari l’anno in uno dei cuori dello sportswashing, ma che gli viene rimproverato con una disinvolta dose di ipocrisia in un mondo sportivo che ha portato la Supercoppa di calcio a Doha e Riad, quella di pallavolo a Dammam e corse di ciclismo negli Emirati Arabi. Il calcio italiano fa affari con chiunque, accetta capitali opachi e sponsor scomodi, proprietà lontane, fondi, compromessi continui. Ogni tanto scopre l’etica a comando. Mancini scappò da un rapporto logoro con Gravina e quella fuga improvvisa mise in difficoltà la Nazionale, ma trasformarla in interdizione permanente è strano, soprattutto se lo stesso sistema non applica quel metro quasi mai.
Malagò ha deciso che il rancore può esistere nei tifosi feriti, non come categoria professionale o come criterio di scelta. Dopo il pasticcio fatto con Maldini, doveva uscire dall’angolo. Mancini gli offre una tregua, una cosa meno poetica dell’utopia di Guardiola, ma stamattina molto più preziosa della scommessa di Pirlo.