TORINO - E se alla fine la spiegazione di questa Juve sempre nuova e sempre uguale al calco impresso al calcio italiano in un secolo abbondante, fosse proprio Massimiliano Allegri? Qualche spunto, in un decalogo ordine sparso. Dieci regole per sette scudetti.
- Allegri crede fortemente in una cosa, tra le molte: per vincere con un pallone tra i piedi bisogna giocare bene. Cioè giocare a calcio, essere più svelti e precisi dell'avversario nei tiri e nei passaggi. La tecnica individuale è l'unico dogma che il livornese accetta di seguire.
- Duttilità tattica non significa fare i fenomeni, come talvolta qualche suo collega. Nel 2017, la svolta difensiva portò la Juventus ad aggiungere un attaccante e ad essere più europea, più competitiva. Difatti, finale di Champions (poi si può vincere o perdere, ma intanto arrivarci). Però nulla è eterno, i moduli si cambiano. E in pochi sanno leggere le partite quanto Allegri: i suoi cambi in corsa, pur dentro una panchina sontuosa, sono spesso decisivi.
- La gestione di una rosa ampia è facile sono in teoria. Nella sostanza, invece, può aprire spaccature nello spogliatoio, favorire i mugugni, mettere in crisi gli esclusi. Allegri è molto abile nel dosare e alternare, può permetterselo ma la bravura sta anche nel sopire sul nascere gli eventuali dissidenti. L'unico in questi anni ad averci provato, Leonardo Bonucci, ha cambiato aria. (Certo, sarebbe interessante capire perché un campione come Marchisio sia del tutto uscito dai radar anche dopo il rientro e il completo recupero, ma di certo il Principino non sarà mai tra quelli che faranno polemiche).
- Allegri non ha reverenza, è sempre molto realista nello scegliere la formazione. Se il più bravo, Dybala, deve stare fuori, sta fuori. Ci sono passati anche Higuain e Mandzukic, Cuadrado e Douglas Costa, Barzagli e, appunto, in pianta pressoché stabile, Marchisio. Ma non si è mai vista una Juve B: la squadra che scende in campo, chiunque la formi e chiunque comprenda, è sempre una prima squadra.
- Un'altra dote non trascurabile dell'allenatore livornese è saper gestire le difficoltà, sia all'interno delle partite che della stagione, quando (raramente) la Juve scivola in qualche brutta sconfitta. La reazione psicologica più che atletica (la Juve è stremata, quest'anno a maggio, più di sempre) dopo la caduta allo Stadium contro il Napoli, è stata esemplare. Mentre la Juventus si risollevava vincendo in qualche modo a San Siro contro l'Inter, il Napoli precipitava nella mancata gestione della vittoria e andava a crollare a Firenze.
- Rispetto a non pochi suoi colleghi mugugnoni (panchina d'oro della lagna e della scusa sempre pronta: Maurizio Sarri), Allegri non si mette a piangere quando qualcosa va storto, o quando pensa che gliel'abbiano fatto andare storto. Pur essendo un emotivo e un impulsivo, riesce a controllare le parole e resta sempre ancorato alla realtà. E' anche astuto, Allegri, nel rimandare la palla avvelenata nel campo avversario.
- Sarà pure un cliché toscano, ma Allegri sa sdrammatizzare. A volte bastano una battuta, un sorriso, uno sguardo un po' così. Non è un fanatico di nulla, c'è vita per lui oltre il calcio e pur essendo un impeccabile professionista (è sufficiente accedere alla piattaforma online del suo lavoro, a disposizione dei colleghi più giovani, per capirlo) non si trasforma mai in un integralista del mestiere. Quando si leva la tuta pensa ad altro, come ben sanno gli amici e le donne della sua vita, figlia "social" compresa.
- Allegri non è un permaloso e non ha mai fatto cenno all'ingenerosa, intempestiva e incomprensibile contestazione che lo accolse all'arrivo alla Juventus, quando scoprì di avere una colpa grave: non chiamarsi Antonio Conte. Ebbene, alla fine (se la fine sarà) ha fatto molto meglio del suo predecessore tanto amato dalla folla: uno scudetto e due finali di Champions in più, senza neppure una scena isterica e senza mai sbattere la porta.
- L'insieme di tutte queste caratteristiche non è diventata moda, non ha fatto sistema e non ha permesso la nascita dell'allegrismo, al contrario ad esempio del sarrismo (ma guardate un po' tra i due chi vince). Allegri è più organico all'ambiente in cui opera: al Milan fu un maestro nel sopportare le continue uscite di Berlusconi (Galliani, bisogna ricordarlo, lo aiutò moltissimo), alla Juventus ha sùbito capito che il club, la famiglia Agnelli, la regola aurea (stile? Parola ambigua, è tutto più complesso) vengono prima di ogni altra cosa, dunque prima dei giocatori e ovviamente dell'allenatore (anche Allegri, del resto, pensa che i giocatori vengano prima dell'allenatore).
- Infine, e non è l'ultima cosa, Massimiliano Allegri è una persona perbene. In un mondo di esagerati e nevrotici, non raramente venditori di fumo, è bello (è stato bello?) avere a che fare con lui.