TORINO - "Prova, dai, incontro, largo, calma, vai, tua, giocalaaa!". Le voci nel deserto: forse l'unica cosa da salvare di una domenica di calcio che non doveva esserci. Perché è stato come all'oratorio, anche in tivù si sentiva tutto. E' stato questo il miglior sonoro, più delle voci dei telecronisti che continuavano a ripetere calendari e prossimi turni come se ci fosse un domani. Quando Parma-Spal ha vissuto quei surreali 75 minuti di attesa, con l'inquadratura di Dazn fissa sul pallone, sembrava di essere tornati al monoscopio degli anni Sessanta. Poi si sono fatte largo le voci, insieme ai suoni che si solito vengono coperti dal pubblico. Anche a Torino, in quella che doveva essere la bolgia di Juventus-Inter, il sottofondo inedito si è lasciato apprezzare, con Sarri che ha gridato meno di Conte (ne ha avuto meno bisogno), il quale urlava "giocala, giocala!" quasi a ogni suo calciatore, invano. Poco prima dell'inizio, palla a Douglas Costa che cerca di saltare Young e dalla panchina bianconera si sente "è sinistro!", proprio come al campetto dei bambini quando l'allenatore cerca di teleguidarli a distanza.
Senza telecamere negli spogliatoi (era ora!), senza l'impudica e falsa invadenza, una messinscena pretesa dagli unici padroni del calcio cioè i canali televisivi, ha preso corpo una verità autentica e non mediata: appunto quella delle voci. Di allenatori, giocatori, panchinari, dirigenti e staff, addirittura due "mini tribune" allo Stadium, dove le delegazioni bianconera e nerazzurra il loro tifo lo hanno fatto eccome. Chi non ha mai giocato a pallone forse non sa che durante le partite non si sta mai zitti un attimo, e che spesso le squadre migliori sono quelle che parlano di più tra loro. I difensori della Juve, in questo, sono una specie di assemblea ateniese di epoca classica. Quelli dell'Inter, stavolta, sembravano invece un film di Antonioni, quanta incomunicabilità.
Persino gli arbitri sono stati umanizzati, nel giorno del grande silenzio. Colui che ha dovuto gestire la farsa di Parma-Spal, cioè il figlio d'arte (insomma) Pairetto, è stato il più eloquente. Nei minuti dell'attesa ha detto "ragazzi, cerchiamo di fare una roba nell'ottica di tutti" e dopo, nel momento del fallo da rigore di Bruno Alves su Valoti, è andato dal difensore portoghese e gli ha detto, quasi fraterno: "Dai, lo sai che lo hai preso...". Quell'altro, disarmato, non ha potuto che annuire. Nel cuore di una domenica da lasciare senza parole, la cosa migliore sono state le parole.
Senza telecamere negli spogliatoi (era ora!), senza l'impudica e falsa invadenza, una messinscena pretesa dagli unici padroni del calcio cioè i canali televisivi, ha preso corpo una verità autentica e non mediata: appunto quella delle voci. Di allenatori, giocatori, panchinari, dirigenti e staff, addirittura due "mini tribune" allo Stadium, dove le delegazioni bianconera e nerazzurra il loro tifo lo hanno fatto eccome. Chi non ha mai giocato a pallone forse non sa che durante le partite non si sta mai zitti un attimo, e che spesso le squadre migliori sono quelle che parlano di più tra loro. I difensori della Juve, in questo, sono una specie di assemblea ateniese di epoca classica. Quelli dell'Inter, stavolta, sembravano invece un film di Antonioni, quanta incomunicabilità.
Persino gli arbitri sono stati umanizzati, nel giorno del grande silenzio. Colui che ha dovuto gestire la farsa di Parma-Spal, cioè il figlio d'arte (insomma) Pairetto, è stato il più eloquente. Nei minuti dell'attesa ha detto "ragazzi, cerchiamo di fare una roba nell'ottica di tutti" e dopo, nel momento del fallo da rigore di Bruno Alves su Valoti, è andato dal difensore portoghese e gli ha detto, quasi fraterno: "Dai, lo sai che lo hai preso...". Quell'altro, disarmato, non ha potuto che annuire. Nel cuore di una domenica da lasciare senza parole, la cosa migliore sono state le parole.