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God Save San Siro: gli inglesi non vogliono abbattere il Meazza

Dalle colonne del Guardian viene criticata la decisione della Soprintendenza della Lombardia all'abbattimento dello stadio per la mancanza di interesse culturale

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MILANO - God save San Siro. Il futuro dello stadio di Milano preoccupa anche gli inglesi. Sulle colonne del Guardian, Martin Dunlop si è recentemente prodotto in un vero e proprio panegirico, criticando fortemente il nulla osta della Soprintendenza della Lombardia all'abbattimento del Meazza per la mancanza di interesse culturale. Una scelta che i tecnici regionali avevano motivato così: "Le persistenza dello stadio originario del 1925-26 e dell'ampliamento del 1937-39 risultano del tutto residuali rispetto ai successivi interventi di adeguamento realizzati nella seconda metà del Novecento e pertanto non sottoposti alle disposizioni" di tutela del patrimonio. Tant'è: per Dunlop "abbattere San Siro sarebbe come radere al suolo una cattedrale".

L'avanzamento del progetto

Milan e Inter però procedono spedite, per quanto questo aggettivo si possa applicare al progetto di costruzione del nuovo stadio. In Italia le pastoie burocratiche sono sempre dietro l'angolo, tanto che con una punta di malizia lo stesso autore dell'articolo sul Guardian, ricordando i lunghi tempi necessari in Italia per realizzare grandi opere, si affida a un barlume di speranza: ovvero, che tutto vada a monte e il Meazza continui a ospitare le partite delle squadre milanesi. Lo scorso 6 novembre, i due club hanno depositato l'integrazione dello studio di fattibilità e il nuovo piano economico-finanziario del progetto, che prevede tra le altre cose che l'attuale stadio non venga abbattuto e sia rifunzionalizzato, mantenendo "iconici elementi" ed entrando a far parte di un distretto a vocazione sportiva, ricreativa e culturale. Insomma, indietro non si torna: basta con la Scala del calcio, le due società vogliono un nuovo palcoscenico. Non si sa ancora se a vincere sarà il progetto "La Cattedrale" dello studio Populous o "Gli anelli di Milano" di Manica/Sportium: di tempo ce ne vuole, nella più ottimistica delle ipotesi il nuovo stadio sarà pronto per il 2024.

Vecchio contro nuovo

A ogni nuovo step del progetto, però, torna a infiammarsi il dibattito tra apocalittici - i difensori a oltranza della tradizione, quelli che considerano un delitto rinunciare all'iconico Meazza - e integrati - secondo cui "nuovo è bello" e una città come Milano e i suoi due club di primo piano meritano di più di un impianto che, seppur rimodernato a più riprese, ha ormai quasi un secolo di vita. Da una parte chi sottolinea che il Meazza non è un impianto come tutti gli altri, con Dunlop che sul Guardian racconta delle puntate agli stadi delle città che visitava da piccolo con la famiglia e del fatto che persino sua madre, secondo cui "erano tutti uguali", davanti al gigante meneghino dovette ricredersi. Dall'altra chi non manca di far notare che i 3500 posti di lavoro promessi da Inter e Milan per la costruzione del nuovo polo immobiliare di cui lo stadio sarà il fulcro sono una boccata d'ossigeno per l'economia dopo un 2020 funestato dal coronavirus.

Modernità a tutti i costi

Cercare un punto di equilibrio tra le opposte fazioni è impresa ardua: anche a Madrid la presentazione nel 2019 del progetto del nuovo Bernabeu, che cambierà completamente volto rispetto all'attuale impianto inaugurato nel 1947, ha scatenato un'ondata di commenti critici. Serenamente by-passati da Florentino Perez, che ha ricordato l'importanza di avere uno stadio nuovo, moderno, sicuro ed efficiente. E soprattutto che sia una nuova e importante fonte di ricavi per il club. Senza dimenticare che proprio nella patria del football, negli ultimi 20 anni nella sola Londra sono stati buttati giù un totem come Wembley, il mitico Highbury dell'Arsenal degli invincibili, ma anche White Hart Lane (stadio del Tottenham) e Boylen Ground (West Ham). E a proposito di luoghi iconici a rischio d'estinzione: il governo inglese ha appena annunciato la costruzione di un tunnel che passerà sotto Stonehenge per decongestionare il traffico della zona. Un'opera che per alcuni archeologi potrebbe distruggere il sito millenario patrimonio Unesco. Insomma, va bene il nuovo millennio e l'era della rivoluzione tecnologica ma occhio a sacrificare sempre la storia sull'altare della modernità: potrebbe restare solo il rimpianto per ciò che era e non sarà più.
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