È stato il piede di Mertens. Nessun paragone con Maradona - non siamo pazzi né blasfemi - ma i due gol meravigliosi del piccolo belga sono stati insieme un omaggio a Diego nella domenica che lo richiedeva e un romantico segnale che lassù qualcuno ama questo Napoli. Senza Osimhen e Anguissa la Lazio del vecchio amante Sarri era una promessa di sofferenza, e invece la partita è filata via allegra e colorata come un'esibizione da circo. Un massacro in realtà, ma col sorriso sulle labbra. Spalletti ha così rimesso tre punti fra sé e gli inseguitori, non più le sole milanesi ma pure l'Atalanta, che viaggia su ritmi record per lei e, dopo il turno infrasettimanale, verrà sabato allo stadio Maradona per un duello che avrà grande peso nel racconto del campionato. Potrà restringerlo, o amplificarlo.
È stato il piede di Mertens. Nessun paragone con Maradona - non siamo pazzi né blasfemi - ma i due gol meravigliosi del piccolo belga sono stati insieme un omaggio a Diego nella domenica che lo richiedeva e un romantico segnale che lassù qualcuno ama questo Napoli. Senza Osimhen e Anguissa la Lazio del vecchio amante Sarri era una promessa di sofferenza, e invece la partita è filata via allegra e colorata come un'esibizione da circo. Un massacro in realtà, ma col sorriso sulle labbra. Spalletti ha così rimesso tre punti fra sé e gli inseguitori, non più le sole milanesi ma pure l'Atalanta, che viaggia su ritmi record per lei e, dopo il turno infrasettimanale, verrà sabato allo stadio Maradona per un duello che avrà grande peso nel racconto del campionato. Potrà restringerlo, o amplificarlo.
La notizia di ieri è la nuova caduta del Milan. Aveva sofferto anche in passato la scherma leggera del Sassuolo, specie a San Siro dove chi sa ripartire con tecnica e agilità trova l'ossigeno - leggi gli spazi - per divampare come un incendio. La sconfitta di Firenze non aveva destato grandi allarmi, in quanto discretamente giocata, e la successiva impresa di Madrid era venuta a conferma di una crescita anche europea: la classica situazione in cui cammini fischiettando rischiando di incespicare. Pioli non ha certo sottovalutato Berardi, che in estate aveva chiesto, né Scamacca, che avrebbe dovuto chiedere perché l'unica incongruenza di una rosa allestita con criterio è il secondo centravanti anziano. Non ci sfugge che Giroud sia arrivato quasi gratis mentre il Sassuolo è una bottega da via Montenapoleone. Però Scamacca è un attaccante che molte grandi hanno studiato senza affondare il colpo, come del resto Mancini in Nazionale, e ogni volta che lo vediamo in azione ci chiediamo perché: la stupenda rete di ieri non è un jolly, ne aveva segnata una persino migliore contro la Roma (annullata, ma la giocata resta). Ieri il Milan era male assortito nella coppia dei centrocampisti - Tonali ormai è vicino all'indispensabilità - e quando manca Tomori, il difensore più veloce e quindi affidabile "correttore" di errori, dovrebbe essere più prudente nell'uscita dal basso. Inoltre quello che è il suo turbo, Theo Hernandez, alterna le sgasate ai passaggi a vuoto. Da qui al duello diretto col Napoli mancano due trasferte - Genoa e Udinese - più la Salernitana in casa: per una squadra da scudetto, fanno 9 punti.
Ne ha raggranellati 13 su 15 l'Inter nell'ultimo mese, più le tre vittorie che l'hanno qualificata agli ottavi di Champions. È la squadra che sta viaggiando più veloce, rielaborata da Inzaghi in una versione diversa da quella di Conte, ed era ovvio, ma anche dalla sua Lazio, e questo è più notevole per la tendenza di molti allenatori a riproporre sempre loro stessi. Inzaghi sta completando con successo il passaggio da un calcio reattivo a uno proattivo. Da qui a fine andata l'Inter in campionato ha soltanto un impegno sottolineato con l'evidenziatore: la trasferta di sabato all'Olimpico per il primo incontro con José Mourinho - in risalita dopo la crisetta innescata dal Bodø - dai tempi del Triplete. Dell'Inter 2010 è rimasto solo Zanetti, oggi dirigente, ma sarà comunque un incrocio fra antichi innamorati, dunque aperto a ogni sviluppo, tre giorni prima della gara che è la porta su un'altra dimensione. Riuscisse a vincere martedì 7 al Bernabeu, l'Inter si garantirebbe una primavera europea molto più ambiziosa.
A meno di amnesie del Chelsea a San Pietroburgo, la Juve chiuderà seconda il suo girone. A Londra non si può dire che abbia perso un'opportunità, perché il 4-0 ha disegnato una differenza schiacciante. Piuttosto, è il modo in cui gli schiaffoni sono venuti - "partita tragica" ha detto Szczesny - ad aver allontanato quella ricarica di autostima di cui la squadra avrebbe bisogno. La stessa inchiesta giudiziaria, che ha capi di imputazione da far traballare l'intero sistema (nel passaggio in cui cita "la prassi internazionale della football industry" il comunicato della Juve è una chiara chiamata di correo), è un incubo ulteriore per chi deve rianimare una squadra che non risponde. Allegri pensava di rientrare in un'altra situazione, e lui per primo vede gli abissi di punti in meno rispetto ai criticatissimi Pirlo e Sarri. Non c'è più molto da gestire; con un contratto che ne fa l'uomo forte della Juve, a maggior ragione in questi frangenti, deve pensare a ricostruire.