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Il Milan e l'errore dell'arbitro Serra: il talento di Leão nel Diavolo ferito

Il commento ai posticipi del campionato di Serie A
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L'arbitro Marco Serra ha commesso lunedì sera uno di quegli errori che segnano le carriere. Non è il primo quest'anno ad aver avuto troppa fretta di interrompere il gioco: a un collega di ben altro nome, Daniele Orsato, era scappato un fischio in circostanze simili durante Juve-Roma. Ma il gol di Abraham al minuto 44 era stato parzialmente risarcito dal rigore di Veretout, e se Szczesny non l'avesse parato oggi nessuno se ne ricorderebbe più. Serra invece ha convertito il gol di Messias in un calcio di punizione assai più innocuo, e il contropiede trasformato da Gyasi sulla sirena ha completato la frittata. Eh già, tutto ciò è successo fra il 92' e il 96', quando i trapezisti volteggiano senza rete e uno sbaglio anche piccolo diventa letale.

(reuters)

Hai voglia a dire che il Milan non ha giocato la migliore delle sue partite, cosa…

L'arbitro Marco Serra ha commesso lunedì sera uno di quegli errori che segnano le carriere. Non è il primo quest'anno ad aver avuto troppa fretta di interrompere il gioco: a un collega di ben altro nome, Daniele Orsato, era scappato un fischio in circostanze simili durante Juve-Roma. Ma il gol di Abraham al minuto 44 era stato parzialmente risarcito dal rigore di Veretout, e se Szczesny non l'avesse parato oggi nessuno se ne ricorderebbe più. Serra invece ha convertito il gol di Messias in un calcio di punizione assai più innocuo, e il contropiede trasformato da Gyasi sulla sirena ha completato la frittata. Eh già, tutto ciò è successo fra il 92' e il 96', quando i trapezisti volteggiano senza rete e uno sbaglio anche piccolo diventa letale.

(reuters)

Hai voglia a dire che il Milan non ha giocato la migliore delle sue partite, cosa indiscutibile: l'aveva comunque portata a casa, come deve fare chiunque ambisca a vincere lo scudetto, e il fischio di Serra non è un banale rigore sì-rigore no come se ne vedono a decine. È un errore tecnico del quale lui stesso si è scusato, in campo e più tardi negli spogliatoi: in tempi di "homo homini lupus" dominante, ci sia concesso un momento di umana empatia con l'uomo più costernato di San Siro. E una stretta di mano a Stefano Pioli, che ha manifestato analoga sensibilità. 

La sconfitta con lo Spezia, curiosamente gemella di quella che l'anno scorso - alla stessa giornata - segnò la fine del primato, inchioda il Milan ferito alla necessità di fare sei punti nei prossimi due turni di campionato, contro la Juve per dilatare la distanza fra sé e la quinta in classifica e contro l'Inter per riaprire il discorso scudetto. Missione complicata, ma come si è già fatto notare questo è il momento della stagione che l'insolita frequenza di scontri diretti renderà decisivo, o almeno fondamentale. Detto che stavolta Kalulu ha fatto rimpiangere Tomori, che l'assenza di Tonali si è sentita e che tre rigori sbagliati su otto sono troppi, il Milan può comunque contare su uno dei talenti più cristallini dell'intera Serie A: Rafael Leão. Pioli, che in questi anni ha accompagnato benissimo il suo processo di crescita, è chiamato a dargli ancora maggiore centralità, psicologica prima che tattica, perché questo è il momento in cui le crisalidi si trasformano in farfalle. Il momento della responsabilità. Il primo pensiero della squadra è rivolto sempre a Ibrahimovic, per un cumulo di motivi "storici" che sarebbe pleonastico spiegare; ma è lo stesso Ibra - che essendo un campione ha la vista più lunga di tutti - a cercare sempre di coinvolgere il portoghese. La stella fissa, quella che non si cambia nemmeno se sembra stanca, ormai è lui. 

Alla fine lo Spezia ha trattato il Milan a San Siro nello stesso modo in cui aveva fatto col Napoli al Maradona: tre punti più tre punti, che uniti ai tre raccolti a Marassi nello scontro diretto col Genoa hanno permesso a Thiago Motta un salto in alto di enorme significato. Il Napoli, che aveva pagato in classifica quello scivolone, lunedì ha riscosso la stessa tassa riportandosi in scia al Milan. La vittoria di Bologna non ammette discussioni: un monologo tecnico condotto da Fabian Ruiz col piglio del dominatore e risolto da Lozano in una delle "apparizioni" che esaltano la profondità della rosa offensiva del Napoli. Nel senso che una volta emerge Mertens, un'altra segna Petagna, in un'altra ancora la giocata decisiva è di Politano, e quando non te l'aspetti più ecco Zielinski. La quantità di "risolutori" del Napoli è impressionante (si è rivisto Osimhen), un'autentica polifonia di bocche da fuoco. Il loro concerto è tutt'altro che finito.