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Ora il Milan americano sfida l'Europa. Ecco perché non può sbagliare in Champions col Salisburgo

Leao esulta con i compagni a fine partita (reuters)
Dopo la convincente vittoria nel derby contro l'Inter, i rossoneri preparano l'esordio europeo. Quella in Austria è già una sfida crocevia
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MILANO - E adesso sotto col Salisburgo. Il derby è stato divertente ed emozionante, come può esserlo d'estate, quando ancora il risultato non condiziona nel subconscio il gioco. Ma nel primo pellegrinaggio a Milanello del neoproprietario del Milan Gerry Cardinale, imprenditore dello show e dello sport business particolarmente conscio dei vantaggi promozionali ed economici di un grande spettacolo internazionale come la Champions League, è già implicito il messaggio alla squadra, reduce dalla convincente vittoria sull'Inter. In verità la prossima e a suo modo simbolica partita in casa del prototipo calcistico dello sport business - il Salisburgo figlio della Red Bull - non ha di per sé bisogno di significati supplementari, rispetto a quello primario che contiene tautologicamente: il ritorno a casa dalla porta principale, perché la Champions è stata per oltre vent'anni la casa del Milan, che ora non vuole uscirne pi&ugra…

MILANO - E adesso sotto col Salisburgo. Il derby è stato divertente ed emozionante, come può esserlo d'estate, quando ancora il risultato non condiziona nel subconscio il gioco. Ma nel primo pellegrinaggio a Milanello del neoproprietario del Milan Gerry Cardinale, imprenditore dello show e dello sport business particolarmente conscio dei vantaggi promozionali ed economici di un grande spettacolo internazionale come la Champions League, è già implicito il messaggio alla squadra, reduce dalla convincente vittoria sull'Inter. In verità la prossima e a suo modo simbolica partita in casa del prototipo calcistico dello sport business - il Salisburgo figlio della Red Bull - non ha di per sé bisogno di significati supplementari, rispetto a quello primario che contiene tautologicamente: il ritorno a casa dalla porta principale, perché la Champions è stata per oltre vent'anni la casa del Milan, che ora non vuole uscirne più. L'anno scorso, dopo settennale esilio, era rientrato quasi di soppiatto dalla quarta fascia, scaraventato in un girone stipato di avversarie troppo smaliziate (Liverpool, Atletico Madrid, Porto) per i molti apprendisti di Pioli, apprendista a sua volta nell'inedito contesto. Ma poi è arrivato lo scudetto e ha portato in dote la prima fascia al sorteggio e un girone (Salisburgo e Dinamo Zagabria, oltre al Chelsea) che può trasformarsi in catapulta verso gli ottavi di finale. Gli apprendisti non sono più tali: reclamano un posto tra i migliori.

In tribuna anche Pompeo, il segretario di Stato di Trump

L'appuntamento in Austria è già il classico crocevia, secondo abusato luogo comune del calcio: partire bene è fondamentale per non zavorrarsi di problemi. La Champions è da 15 anni ormai croce del Milan, dopo il trionfo di Atene 2007. Altro che delizia, è diventata l'unità di misura della distanza che separa l'ex "club più titolato del mondo", per dirla col nostalgico Galliani, dalla crema d'Europa, nobili e parvenu accomunate da un vantaggio incontestabile: sono tutte più ricche del Milan, e non di poco.

La Champions è l'America del Milan americano, così americano da americanizzare la tribuna di San Siro nel derby: c'erano Cardinale e il Ceo di RedBird Mark Dowley e Paul e Gordon Singer padroni del fondo Elliott (che ex padrone del Milan lo è fino a un certo punto,  visto il maxi prestito a RedBird), e c'era perfino Mike Pompeo, segretario di Stato degli Usa sotto la presidenza Trump. La Champions è lo spettacolo più americano dello sport europeo: porta visibilità e soldi, abbatte le frontiere del protezionismo come non è permesso a nessun governo o azienda. E attira i potenti. Le avversarie più forti sono più ricche, la Premier League sembra un mondo a parte. Però ricominciare a vincere serve a ridurre più velocemente le distanze.

Gerry Cardinale (agf)

Nuovo stadio da almeno 70mila spettatori

Il tema parallelo è il solito: serve lo stadio di proprietà, per agganciare in futuro le squadre inglesi, il Real Madrid e il Psg, e per avvicinarsi intanto al fatturato della Juventus. La tesi è nota: la Champions necessita di un teatro nuovo. Proprio il derby, succoso prologo delle serate europee a Milano (Inter-Bayern è la prima alla Scala), ha confermato come il dibattito pubblico imminente annunciato dal sindaco Sala, sul nuovo San Siro sì o no, debba rimettere sul tavolo il tema della capienza del futuro stadio: non meno di settantamila spettatori, visto che da inizio stagione il Meazza è sempre pieno e che per le partite più importanti la domanda di biglietti supera largamente l'offerta (75.485 venduti nel derby, incasso vicino ai 5 milioni di euro). Di sicuro l'entusiasmo non si vede soltanto via internet e Pioli non vuole che vada disperso: sa che la preziosa alchimia coi tifosi è un miracolo da alimentare attraverso la Champions: "Al massimo i ragazzi possono festeggiare con una cena, ma poi voglio che si concentrino subito sul Salisburgo". Rende perfettamente l'idea del momento, questa pubblica intimazione dell'allenatore ai calciatori, dopo un derby di cui i milanisti si sono inebriati, riempiendosi gli occhi con l'immagine dell'imprendibile Leao. L'effetto taumaturgico del diciannovesimo scudetto ha restituito il club alla famelica dimensione dei suoi tempi di gloria. Paolo Maldini, che a quei tempi era il capitano, ha illustrato prima del 3-2 all'Inter la sua sfida da dirigente: vincere senza spese esagerate. In Champions è più difficile. Ma a poco a poco ci si può provare, un passo alla volta, anno dopo anno. E se lo dice Maldini, pensano i tifosi,  non è un'americanata.