Napoli, il gol impossibile di Maradona che fece scendere la Juventus dall'ottovolante
di Furio Zara , di Furio ZaraAlle 15.57 del 3 novembre 1985 Diego Armando Maradona tracciò nel cielo di Napoli un aquilone che smontò le leggi della fisica, sbeffeggiò quelle della dinamica e fece marameo anche al principio di gravitazione universale. Al San Paolo si giocava Napoli-Juventus, c’era molta attesa, l’incasso - record per una partita di Serie A negli anni 80 - fu di un miliardo e 552.934.700 mila lire.
Alle 15.57 del 3 novembre 1985 Diego Armando Maradona tracciò nel cielo di Napoli un aquilone che smontò le leggi della fisica, sbeffeggiò quelle della dinamica e fece marameo anche al principio di gravitazione universale. Al San Paolo si giocava Napoli-Juventus, c’era molta attesa, l’incasso - record per una partita di Serie A negli anni 80 - fu di un miliardo e 552.934.700 mila lire.
Per Bianchi fu una 'punizione divina'
Maradona quel giorno toccò 38 palloni, ma solo uno entrò nella leggenda. Eraldo Pecci lo ha appena avvisato: Diego, da qua non segni. Diego gli aveva risposto: passamela indietro. La palla, intendeva. Pioveva a dirotto, incessantemente, fin dalla mattina. Erano passati ventisette minuti dall’inizio della ripresa. C’era una punizione a due in area: all’epoca ancora si concedevano. C’era la barriera, c’era Tacconi a presidiare il primo palo, c’era che era da folli pensare di far gol da là. C’era anche poca luce, come direbbe oggi il bravo telecronista. Erano sei juventini a fare muro, col piffero alla distanza di nove metri e quindici come da regolamento. Molti meno, i metri concessi dall’arbitro Redini di Pisa. Due juventini si staccarono dalla barriera prima del fischio, togliendo orizzonte a Diego. Il pallone girò e girò e girò e andò a sbuffare di sollievo appena sotto la traversa. Ottavio Bianchi disse che quella era stata una “punizione divina”. A dispetto di tutti, Mosè aveva attraversato il Mar Rosso.
Sette svenuti, due ricoverati
Erano dodici anni che il Napoli non vinceva contro la Juventus. Il San Paolo esplose in un boato il cui eco risuona ancora nella memoria di chi c’era. Si diede contezza di 85.000 spettatori, compresi i 450 mutilati che si erano presentati al botteghino reclamando il biglietto. Al gol di Maradona in città si contarono sette svenimenti, due tifosi - Mario Cocozza di anni 50 e Luigi Lucignano di anni 35 - vennero ricoverati in ospedale per un principio di infarto. Via Partenope e Piazza Plebiscito vennero invase da migliaia di auto. Strombazzavano i clacson, come in un concerto degli Iron Maiden. Negli anni a seguire quel grande battutista di Eraldo Pecci rivendicò il merito del gol: “Con quell’assist che gli ho fatto…”.
E Peppino Di Capri rimase senza voce
Stefano Tacconi parlò di “traiettoria impossibile”, il filosofo-pop Luciano De Crescenzo, nel tripudio di petardi e mortaretti, disse che “la Juve aveva meritato moralmente di pendere”. Peppino Di Capri rimase senza voce. La Juve si aggiudicò comunque lo scudetto, quell’estate Diego vinse praticamente da solo la Coppa del Mondo in Messico. A rivederla oggi - la punizione miracolosa di Maradona - non ha perso un briciolo della sua sensualità e più di ogni altra cosa, più della magia e più del sortilegio, restituisce allo spettatore uno sgomento difficile da dirsi: è del poeta il fin la meraviglia.