Si era detto che gennaio, col trittico Inter-Juve-Roma, sarebbe stato l'esame di maturità del Napoli, e in gennaio la squadra di Spalletti ha raccolto più punti di tutti: 12, contro gli 11 dell'Atalanta, i 10 di Inter e Roma, gli 8 della Lazio, i 7 della Juve, i 5 del Milan. La vittoria sulla tostissima Roma, che ha fatto quasi match pari cedendo al gol dell'anno di Osimhen - stop, aggiustamento e tiro al volo in mezzo metro quadrato, una giocata superlativa - e al guizzo finale di Simeone, racconta proprio con queste due firme il senso della superiorità dei suoi campioni e della sua rosa. Restano adesso tre partite prima dell'andata degli ottavi di Champions contro l'Eintracht del 21 febbraio, e Spalletti può pensarci con la necessaria concentrazione, perché in campionato sta filando col pilota automatico. Osimhen ormai non va distante da Haaland e Benzema nel ruolo di centravanti più forte del mondo (Mbappé lo teni…
Si era detto che gennaio, col trittico Inter-Juve-Roma, sarebbe stato l'esame di maturità del Napoli, e in gennaio la squadra di Spalletti ha raccolto più punti di tutti: 12, contro gli 11 dell'Atalanta, i 10 di Inter e Roma, gli 8 della Lazio, i 7 della Juve, i 5 del Milan. La vittoria sulla tostissima Roma, che ha fatto quasi match pari cedendo al gol dell'anno di Osimhen - stop, aggiustamento e tiro al volo in mezzo metro quadrato, una giocata superlativa - e al guizzo finale di Simeone, racconta proprio con queste due firme il senso della superiorità dei suoi campioni e della sua rosa. Restano adesso tre partite prima dell'andata degli ottavi di Champions contro l'Eintracht del 21 febbraio, e Spalletti può pensarci con la necessaria concentrazione, perché in campionato sta filando col pilota automatico. Osimhen ormai non va distante da Haaland e Benzema nel ruolo di centravanti più forte del mondo (Mbappé lo teniamo fra gli attaccanti esterni): è il leader che serve per le ambizioni massime.
Se la sconfitta della Juventus, figlia di un primo tempo da dilettanti, ha una spiegazione scontata nello stress post-traumatico dovuto alla penalizzazione (la prima gara la giochi sui nervi, la seconda paghi), il Milan che sta precipitando in fondo al pozzo è molto più complicato da analizzare. La Juve di Allegri non ha mai avuto un gioco al quale appoggiarsi nei momenti di luna storta. Ha avuto un'organizzazione difensiva sufficiente a sporcare la fase di tiro dei rivali, qualche giocata di classe delle sue individualità e la tigna per cercare la soluzione vincente anche in extremis. Sono le qualità di una ciurma di gregari, non di una scuderia ricca di cavalli di razza tra campioni del mondo e d'Europa; ma il calcio del tecnico livornese non contempla la costruzione di un meccanismo nel quale ogni singolo ragioni in funzione del collettivo, il suo è un copione "aperto" in attesa della giocata del solista. Peccato che in giornate del genere bastino un paio di parate di Di Gregorio (superlativa quella su Di Maria) per vanificarle, valorizzando invece il discorso sempre propositivo di Palladino, basato su un eccellente timing dei tagli: il Monza ha pescato un bel jolly in panchina, meritatissimo il premio della cravatta di Galliani mentre non osiamo pensare a quello che toccherà alla squadra.
Saputo del meno 15, Allegri aveva riprogrammato la caccia al posto Champions per restituire un traguardo a una squadra vacillante: espediente già saltato, e il monito sui punti da fare per non rischiare la B è un po' troppo minimalista, prodotto evidente della rabbia del momento. Ora la Juve è sballottata fra sentenze, ricorsi e nuovi processi: in attesa di vederci più chiaro, la cosa intelligente da fare è un censimento delle forze per avere le idee chiare al momento di ripartire. Va da sé che il discorso riguardi anche il tecnico.
Il Milan è un mistero molto più profondo perché fino a tre settimane fa un gioco ce l'aveva, e per quanto il suo livello fosse inferiore a quello dell'anno scorso restava sufficiente per una corsa di alta classifica (non altissima, quella da tempo riguarda solo il Napoli). Da un ko all'altro abbiamo provato a spiegare in diversi modi l'incredibile verticalità di questo crollo: il contributo nullo del mercato, la stanchezza dei "mondialisti", la perdurante assenza di Maignan, lo sfibrante rinnovo di Leao, la perdita di un capitano (anche) non giocatore del carisma di Ibra. Tutte concause reali che hanno esaurito l'entusiasmo, insieme scheletro e carburante del Milan campione: azzerato quello, la squadra si è afflosciata su limiti che esistevano anche l'anno scorso, ma di cui nessuno si preoccupava come nella famosa metafora del calabrone che non potrebbe volare.
Le sciagure difensive nascono da un portiere inadeguato che comunica angoscia al reparto, e a strascico da un sistema di coperture che è saltato al punto da far inabissare il Milan al 13° posto nella classifica dei gol subiti. Pioli ha confidato troppo a lungo di poter ritrovare i suoi prodi, ed è probabile che per il derby di domenica irrobustisca il centrocampo: se il felicissimo acquisto di Maignan sterilizzò l'anno scorso la perdita di Donnarumma, stavolta l'addio di Kessie ha avuto effetti nefasti. L'Inter ha rimesso la testa davanti e sta decisamente meglio: oltre al Napoli è l'unica a tenere il ritmo dei due punti a partita. Il derby influenzerà la corsa alla prossima Champions, ma sarà soprattutto un viatico agli ottavi di questa: Milan-Tottenham il 14 febbraio, Inter-Porto il 22. Per come stanno viaggiando, sarebbe stato meglio il contrario.