Lazio, la bella incompiuta: perché alla squadra di Sarri non riesce il grande salto
di Emanuele Gamba , di Emanuele GambaLa Lazio è una serie di domande incompiute che ruotano tutte attorno alla medesima questione: è per caso incompiuta lei stessa? La domanda gira nel vuoto, inafferrabile, perché non ha una risposta netta e precisa: non esiste altra squadra che offra così tanti punti di vista per valutarla e ogni discussione è destinata e restare in sospeso tra merito e critica.
Tare, Sarri e le visioni differenti sulla Champions
L'imperfezione endemica della squadra non contribuisce a risolvere i dubbi e di fatto il dibattito ruota attorno ai pareri differenti di Tare e Sarri, i cui rapporti sono ai minimi termini e le cui divergenze condizionano inevitabilmente l'umore dell'intero ambiente laziale: per il ds la Lazio è pienamente competitiva per guadagnarsi un posto in Champions, per l'allenatore arrivare tra le prime quattro sarebbe una specie di miracolo. Probabilmente la verità sta nel mezzo e oscilla a seconda dei risultati che arr…
La Lazio è una serie di domande incompiute che ruotano tutte attorno alla medesima questione: è per caso incompiuta lei stessa? La domanda gira nel vuoto, inafferrabile, perché non ha una risposta netta e precisa: non esiste altra squadra che offra così tanti punti di vista per valutarla e ogni discussione è destinata e restare in sospeso tra merito e critica.
Tare, Sarri e le visioni differenti sulla Champions
L'imperfezione endemica della squadra non contribuisce a risolvere i dubbi e di fatto il dibattito ruota attorno ai pareri differenti di Tare e Sarri, i cui rapporti sono ai minimi termini e le cui divergenze condizionano inevitabilmente l'umore dell'intero ambiente laziale: per il ds la Lazio è pienamente competitiva per guadagnarsi un posto in Champions, per l'allenatore arrivare tra le prime quattro sarebbe una specie di miracolo. Probabilmente la verità sta nel mezzo e oscilla a seconda dei risultati che arrivano di settimana in settimana. A latere, bisogna considerare che la Lazio ha deluso sia in Europa League, retrocedendo in Conference, sia in Coppa Italia, dove si è arresa alla Juventus quasi senza lottare: la scelta più o meno inconsapevole è stata di puntare tutte le energie sulla caccia a un piazzamento Champions e questo comporta responsabilità maggiori. Il dato di fatto è che se il campionato finisse oggi la Lazio sarebbe in Champions. Incide, è vero, la penalizzazione della Juventus, ma anche senza quella i biancocelesti sarebbero a pieno titolo nel giro delle squadre che contano, con la prospettiva di giocare una sfida dirimente contro l'Atalanta, sabato sera all'Olimpico. Il punto è: ammesso che la Lazio sia grosso modo in linea con le sua possibilità, le occasioni che finora ha buttato (nel 2023 ha perso a Lecce e pareggiato in casa con Empoli e Fiorentina, oltre che a Verona) rappresentano un rimorso o un rimpianto? Si poteva fare di più oppure Sarri deve già tendere la corda al massimo per ottenere quello che sta ottenendo?
Il paradosso dei primi tempi e quel quarto d'ora di black out
Il paradosso laziale è reso evidente se si spezzano le partite in frazioni: se le gare finissero al 45', la Lazio sarebbe prima con 47 punti, addirittura quattro più del Napoli, segno che per tre quarti d'ora la squadra di Sarri sa rasentare la perfezione, salvo allontanarsene via via che il tempo passa. Il periodo peggiore è sistematicamente il primo quarto d'ora della ripresa (è successo anche lunedì a Verona), come se l'intervallo togliesse sicurezze e convinzioni: tra il 45' e il 60' la Lazio ha segnato appena due reti e ne ha subite sei, risultando la seconda peggiore della serie A in questo lasso di tempo. In generale, i romani hanno bruciato già diciassette punti partendo da una situazione di vantaggio: è mancanza di personalità, di calma, di esperienza, di doti di palleggio, di adattabilità? "Se avessi la risposta, avrei già risolto il problema. Invece non ce l'ho" dice Sarri, ammettendo di avere un limite lui per primo.
Pregi e difetti dell'assolutista Sarri
Sarri è in effetti un allenatore particolare, limitato o smisurato al tempo stesso: può portare la squadra per la quale lavora verso vette di gioco altissime, sa valorizzare certi giocatori come pochi altri ma è anche monocorde e ostinato, assolutista, estremista. Nella sua carriera si è snaturato con Chelsea e Juventus, dove non è riuscito a far attecchire il seme delle sue idee, "ma vincere in quel modo non mi ha divertito e a sessant'anni mi gratifica di più divertirmi che vincere". È un pensiero che sposta il discorso su un terreno scivoloso: la sua utopia è compatibile con un progetto societario e con le esigenze dei tifosi? Anche qui la risposta è a doppio taglio: quali certezze ci sono che, giocando un calcio più pratico, la Lazio sarebbe più in alto in classifica? Magari farebbe secondi tempi più solidi, ma anche primi tempi meno esuberanti e alla fine il risultato sarebbe lo stesso, chi può dirlo. Allora, in definitiva, non è meglio essere quarti praticando un calcio piacevole, divertendo e divertendosi, che spulciando punto dopo punto con la fatica dei dettagli, come ad esempio fa la Roma? La maggioranza dei laziali sembra per la prima teoria. D'altronde, anche su quella sponda del Tevere hanno amato moltissimo Zeman benché non abbia mai vinto un titolo, ma solamente tante spumeggianti partite.
I limiti di una rosa molto imperfetta
Che la rosa laziale abbia dei limiti è evidente: prima dell'arrivo di Pellegrini non c'era un terzino mancino, le alternative davanti e in mezzo sono risicate e soprattutto manca un centravanti di scorta, o comunque uno con caratteristiche diverse dal titolare. Gli infortuni in serie di Immobile, che in sette anni di Lazio non aveva mai avuto tutti questi problemi né segnato così poco, hanno reso insostenibile quel vuoto d'organico, ma è anche vero che quando un attaccante di riserva c'era (Muriqi), Sarri lo ha bocciato senza possibilità di redenzione. Sono anche limitate le alternative agli esterni, giocatori chiave del sarrismo, ma Cancellieri e Romero sono stai accantonati troppo in fretta: colpa loro (e magari anche della loro giovane età, giovanissima nel caso dell'argentino) o è Sarri a essere troppo intransigente e bocciare senza appello calciatori che invece meritano altre possibilità? Marcos Antonio, il regista brasiliano che non gioca mai, è davvero inadatto o l'allenatore dovrebbe fare qualcosa di più per adattarlo?
Il doppio volto del sarrismo e la sintesi di Lotito
Molte risposte sono nel discorso che Sarri ha fatto a Pellegrini accogliendo a Formello il terzino arrivato dall'Eintracht: "Gli ho detto che non mi è mai successo di riuscire a inserire un difensore acquistato a gennaio, perché i nostri meccanismi difensivi sono diversi da quelli della maggior parte delle squadre e non si apprendono in poche settimane. È colpa mia". È il sarrismo, nel bene come nel male: è più quello che dà o quello che toglie? Di sicuro, quando un club decide di affidarsi a uno come lui, e specialmente a lui, sa cosa si porta in casa, pregi e difetti: prendere o lasciare. Indurlo a snaturarsi non ha senso. E c'è una sola persona che può soppesare con precisione il rapporto tra costi e benefici: si tratta di Lotito, senza dubbio l'unico ad avere gli strumenti (e il diritto) per esprimere un giudizio sul lavoro dell'allenatore e considerarlo soddisfacente o deludente. Al momento, il presidente sembra sbilanciato sulla prima delle due ipotesi.
Centrocampo a una sola velocità, ma difesa impeccabile
La Lazio ha dei limiti, oltre a quelli di organico, che possiamo definire oggettivi: non è una squadra di grande tensione agonistica, ha un centrocampo a una sola velocità, senza cambi di ritmo né di passo, ed è sempre sospesa tra il bisogno di alzare il livello di qualità (e allora gioca Luis Alberto) o quello di prestanza fisica (e allora gioca Vecino). L'organico è risicato al di là dell'idiosincrasia di Sarri verso il turn over, mentre un indubbio merito dell'allenatore sta nell'aver sistemato la difesa, la seconda migliore della serie A dopo quella del Napoli. I meriti vanno in ogni caso condivisi con Tare, che in estate ha saputo reclutare Casale e Romagnoli: come sempre la verità sta nel mezzo.
Lazio da Champions con risorse economiche da Conference
È dunque impossibile trarre una convinzione univoca, perché la Lazio è il prodotto di meriti e limiti, come è inevitabile che sia per una società che non ha le risorse economiche per ambire alla perfezione. A conti fatti, c'è un solo dato che può parlare con una certa oggettività: la Lazio ha un monte stipendi che è grosso modo la metà di quello di Juventus e Inter e sensibilmente inferiore a quello di Milan e Roma (con il Napoli si equivale, rispetto all'Atalanta è superiore), eppure sta competendo alla pari con loro, azzerando col gioco le differenze di ricchezza. In quanto a valore della rosa (i dati sono di Transfermarkt, non scientifici ma attendibili) la Lazio è settima, dunque dietro all'Atalanta e poco sopra la Fiorentina ottava. E secondo uno studio di Calcio e Finanza, che durante la sosta mondiale ha realizzato un'elaborazione sul rapporto tra costo della rosa (monte ingaggi lordo più ammortamenti) e punti conquistati, la Lazio è la squadra che ha "speso" meno per ogni punto in classifica, 1 milione e 688 mila euro, meglio anche del Napoli e dell'Atalanta, meno della metà di quanto è costato all'Inter e un terzo di quanto lo "paga" la Juventus. Significa che la Lazio avrebbe certamente potuto fare di più (e farebbe di più se risolvesse certi suoi difetti conclamati) ma soprattutto che sarebbe stato assai più logico se avesse fatto di meno, parecchio di meno. Tare ha svolto un lavoro eccellente a monte e Sarri lo sta facendo a valle, benché tra i due non corra buon sangue. Lotito, che sa valutare le cose con lucidità e distacco, è sicuramente soddisfatto, anche se non certo appagato.