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L'assurda regolarità dell'Inter, l'ombra di Thiago Motta su Inzaghi

Simone Inzaghi (fotogramma)
Bologna ha confermato quella che sembra una costante della stagione nerazzurra, grandi partite inframezzate da scivoloni inusitati. E' come se la squadra si accendesse solo davanti ai grandi appuntamenti. L'allarme di Lautaro ("così non andiamo da nessuna parte"), il futuro del tecnico è tutto da decidere
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È la costante dell'incostanza a incastrare l'Inter, condannandola a questo campionato inquieto dove ogni eccesso di ottimismo viene puntualmente cancellato dal colpo di spugna della delusione di prestazioni completamente negative, come se non avessero alcun nesso col valore della squadra, con le sue potenzialità o semplicemente con quello che in condizioni normali la squadra riesce a fare. Ma qual è la normalità?

L'allarme di Lautaro

"Così non andiamo da nessuna parte", ha garantito domenica pomeriggio Lautaro dopo il ko con il Bologna: non è la prima volta a essere lui, capitano più reale che nominale perché nella gerarchia della fascia è in realtà …

È la costante dell'incostanza a incastrare l'Inter, condannandola a questo campionato inquieto dove ogni eccesso di ottimismo viene puntualmente cancellato dal colpo di spugna della delusione di prestazioni completamente negative, come se non avessero alcun nesso col valore della squadra, con le sue potenzialità o semplicemente con quello che in condizioni normali la squadra riesce a fare. Ma qual è la normalità?

L'allarme di Lautaro

"Così non andiamo da nessuna parte", ha garantito domenica pomeriggio Lautaro dopo il ko con il Bologna: non è la prima volta a essere lui, capitano più reale che nominale perché nella gerarchia della fascia è in realtà preceduto da Handanovic, D'Ambrosio e Brozovic, a esporsi, a metterci la faccia e a provare a ricomporre i pezzi come già fece nel momento più buio della stagione quando fu lui, dopo le sconfitte contro Udinese e Roma, a pilotare il confronto interno che appianò i nervosismi in seno alla squadra e diede il là al periodo più brillante della stagione, con sei vittorie e lo sfavillante 3-3 di Barcellona.

Lautaro Martinez (ansa)

Il ritmo dell'Inter: tre partite buone e una pessima

Da lì in poi l'Inter è tornata però a singhiozzare, infilando al massimo tre partite buone di fila (o addirittura eccellenti, come le vittorie contro Napoli e Porto e i due derby - Supercoppa e campionato - vinti a stretto giro di posta) e inframmezzandole con scivoloni inusitati come il capitombolo casalingo con l'Empoli, il deludente 0-0 in casa della Sampdoria o la deprimente sconfitta di Bologna in una partita in cui l'Inter tutta è stata in balia del calcio nuovo di Thiago Motta. È come se la squadra fosse oramai prigioniera di una stanca routine dalla quale riesce a evadere solamente quando sente il profumo del grande appuntamento e la motivazione scalza l'appiattimento sull'abitudine. La Champions è diventata chiaramente l'obiettivo della stagione ma forse lo è dall'inizio, visto come i nerazzurri sono riusciti a sopravvivere a un girone dannatamente difficile, coltivando adesso ragionevoli speranze di eliminare anche il Porto e di approdare ai quarti di finale, traguardo che manca dal 2011.

Con l'aggancio del Milan, Champions in bilico

Sta di fatto che il weekend dell'Inter è stato catastrofico: il Milan, che a cavallo dei derby era in crisi nera, l'ha raggiunta al secondo posto dove può essere agganciata anche dalla Roma, impegnata a Cremona nel posticipo di martedì, e dove si troverebbe anche la Juve depenalizzata e in grado di allungare tramite il derby. "Ci siamo mangiati il vantaggio" ha detto Inzaghi, fino a qualche giorno fa convinto (come i giocatori) di aver un margine rassicurante sul quinto posto e adesso invece spaventato dal bailamme in cui la squadra è di nuovo precipitata. "Non possiamo passare da un'ottima partita in Champions a una così", osservava Lautaro, ma è esattamente quella l'assurda regolarità dell'Inter, che pareggia pochissimo (in serie A due sole volte) ma che ogni due partite che vince, una la perde.

Il confronto di Appiano Gentile

Tutti sanno questa cosa, ma i rimedi proposti sono vaghi, ovvi: "Dobbiamo remare dalla stessa parte", è quello di Lautaro. "Dobbiamo dare tutti di più, io per primo", quello di Inzaghi. Martedì la squadra si ritroverà ad Appiano e andrà in scena l'ennesimo confronto collettivo. Ma la sensazione è che la squadra soffra di una male sfuggente e irrimediabile, che è l'appiattimento sull'abitudine. Il sistema di gioco di Inzaghi è monocorde, ripetitivo, probabilmente logoro. Le sostituzioni sono prevedibili, non c'è mai nulla di sorprendente e anche il turn over risponde a logiche quasi matematiche. La squadra si accende da sé quando fiuta la gloria (il 4 gennaio batté il Napoli e arrivò a -8, oggi è a -18) ma si spenge nel tran tran. Avrebbero potuto, e dovuto, darle una scossa Lukaku e Brozovic, che però a Bologna sono parsi in condizioni fisiche e mentali disastrose.

Il futuro incerto di Inzaghi e la tentazione Thiago Motta

La società è piuttosto delusa anche se nulla fa pensare a un esonero di Inzaghi, forse nemmeno nel caso in cui la situazione precipitasse, ma è chiaro che sul futuro si stanno facendo riflessioni e ragionamenti che vanno oltre Simone e coinvolgono assai Thiago Motta, già molto considerato prima della lezione di calcio che ha dato alla sua cara vecchia Inter nella domenica bolognese.