Allo scudetto del Napoli manca la gloria dei vinti
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiSe è l'ombra dei grandi sconfitti a scolpire di luce il corpo dei vincitori, se è il loro tormento a generare l'estasi, se la gloria dei primi si misura con la tenacia dei secondi, allora al meraviglioso Napoli manca qualcuno che riempia la sua solitudine. Non è certo colpa di questa squadra, una delle più belle nella storia della Serie A, ancora in grado addirittura di battere o eguagliare il record juventino dei 102 punti, se dietro c'è un abisso che è soprattutto un vuoto. Il Napoli si volta e non vede nessuno.
Fuor di retorica: lo sport si sublima nell'epica. Sono i memorabili duelli a incidere il ricordo, trasportando i fuoriclasse in una dimensione quasi irreale, metastorica. Senza Gino Bartali, il campionissimo Coppi sarebbe stato un noioso trionfatore seriale, persino un po' triste. Senza Gimondi, il cannibale Merckx avrebbe banchettato da solo, ma così non c'è gusto. Senza Ettore, persino Achille…
Se è l'ombra dei grandi sconfitti a scolpire di luce il corpo dei vincitori, se è il loro tormento a generare l'estasi, se la gloria dei primi si misura con la tenacia dei secondi, allora al meraviglioso Napoli manca qualcuno che riempia la sua solitudine. Non è certo colpa di questa squadra, una delle più belle nella storia della Serie A, ancora in grado addirittura di battere o eguagliare il record juventino dei 102 punti, se dietro c'è un abisso che è soprattutto un vuoto. Il Napoli si volta e non vede nessuno.
Fuor di retorica: lo sport si sublima nell'epica. Sono i memorabili duelli a incidere il ricordo, trasportando i fuoriclasse in una dimensione quasi irreale, metastorica. Senza Gino Bartali, il campionissimo Coppi sarebbe stato un noioso trionfatore seriale, persino un po' triste. Senza Gimondi, il cannibale Merckx avrebbe banchettato da solo, ma così non c'è gusto. Senza Ettore, persino Achille sarebbe stato assai meno omerico. Il più grande calciatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, portò due scudetti a Napoli in un'epoca attraversata dalla Juve di Platini, dal Milan olandese di Sacchi, dall'Inter tedesca del Trap, dalla Sampdoria di Vialli e Mancini, con le favolose bizzarrie di un tricolore a Verona e di un genio come Zico nientemeno che a Udine. In teoria, a Maradona sarebbe bastata la propria gloria incommensurabile. In pratica, lo smalto sulla statua lo dipinsero gli indimenticabili sconfitti, talvolta e a loro volta vincitori.
Da Omero a Verga passando per Manzoni, i vinti fanno la storia o almeno la scrivono insieme ai vincitori. Invece, nel racconto minimalista di questa Serie A esiste una sola iperbole, una sola calamita di aggettivi e superlativi, eppure il Napoli meriterebbe ben altri rivali. E non si può nemmeno dire che il livello globale sia infimo, visti i brillanti percorsi europei di molti nostri club. Forse, è nella testa che va cercata una risposta. Forse, qualcuno ha reso con enorme anticipo l'onore delle armi per consapevole, manifesta inferiorità, pensando soprattutto ad altro: alla Champions, all'Europa League, alla fidanzata. L'ultimo scudetto ha vissuto il duello tra Milan e Inter, da leggersi anche alla luce degli sconfitti non poco autolesionisti. E quasi sempre c'è l'immagine di un battuto ad esaltare il fascino di chi primeggia: quel famoso 5 maggio 2002 lo ricordiamo soprattutto per le lacrime di Ronaldo. Ma il Napoli, grande capolista senza lista, eroe solo come un astronauta nell'universo, Fausto senza Gino, più di così non poteva fare.