Razzismo verso Vlahovic: è ora che il calcio italiano esca dall'equivoco
di Paolo Condò
È giunto il momento di segnare un confine fra gli insulti che in uno stadio sono in qualche modo accettabili e quelli che non solo non si possono sentire, ma vanno obbligatoriamente puniti in quanto razzisti. Doverlo fare è triste e imbarazzante, perché ci siamo a lungo illusi che fosse sufficiente un po’ di buon senso per distinguere tra le offese. La stessa idea di insulto accettabile è penosa, e suppongo incomprensibile per chi non contempla il calcio tra i piaceri della vita, ma chi fa parte di questo mondo sa che uno stadio è anche un colossale sfogatoio di malumori, e il centravanti avversario — specie se bravo — il bersaglio ideale di ogni frustrazione. Non c’è nulla di cui vantarsi nel mandarlo al diavolo quando ti segna un gol, ma non occorre nemmeno correre in chiesa a confessarsi dopo la partita: fa parte del gioco delle passioni, stringi stringi il successo di quella palla che rotola è tutto qui.
…
È giunto il momento di segnare un confine fra gli insulti che in uno stadio sono in qualche modo accettabili e quelli che non solo non si possono sentire, ma vanno obbligatoriamente puniti in quanto razzisti. Doverlo fare è triste e imbarazzante, perché ci siamo a lungo illusi che fosse sufficiente un po’ di buon senso per distinguere tra le offese. La stessa idea di insulto accettabile è penosa, e suppongo incomprensibile per chi non contempla il calcio tra i piaceri della vita, ma chi fa parte di questo mondo sa che uno stadio è anche un colossale sfogatoio di malumori, e il centravanti avversario — specie se bravo — il bersaglio ideale di ogni frustrazione. Non c’è nulla di cui vantarsi nel mandarlo al diavolo quando ti segna un gol, ma non occorre nemmeno correre in chiesa a confessarsi dopo la partita: fa parte del gioco delle passioni, stringi stringi il successo di quella palla che rotola è tutto qui.
Vlahovic e Lukaku, non sono semplici offese
Tormentare Dusan Vlahovic gridandogli “zingaro”, invece, non ha nulla di passionale, come ululare a Romelu Lukaku perché è nero, invocare un’eruzione del Vesuvio per liberarsi dei napoletani, chiamare in causa Anna Frank per insultare gli ebrei, deridere un giocatore omosessuale e così via. Usare una categoria in senso insultante è un gesto razzista e come tale va punito. Non è la stessa cosa di un insulto personale, il “pezzo di m...” citato ieri da Gian Piero Gasperini — ultimo di una lunga lista di personaggi del calcio che non riescono a distinguere la profonda differenza — non è certo una carineria, ma in uno stadio può succedere come può succedere in un diverbio a un semaforo. Dirigenti, allenatori e giocatori devono uscire dall’equivoco e sostenere le ragioni dei colleghi molestati, non minimizzare quelle dei tifosi peggiori: la settimana successiva potrebbe toccare a loro avere bisogno di appoggio. E nessuno dica che un’offesa razzista non è razzista perché mira “soltanto” a indebolire psicologicamente l’avversario: perfino in contesti orrendi come le guerre ci sono armi bandite perché troppo nefaste.
Juventus-Inter, i cori razzisti della curva bianconera verso Lukaku: "Scimmia del c..."
Vlahovic, quell'ammonizione di Doveri così sbagliata
La base del discorso è che nel tempo la sensibilità collettiva si è fortunatamente evoluta, e il razzismo non è più tollerato, in nessuna forma si manifesti. Ed è allucinante come i nostri arbitri continuino a non capirlo, ammonendo le umane reazioni dei giocatori vittime di discriminazioni: domenica è successo a Vlahovic dopo Lukaku, l’auspicio è che anche nei suoi confronti arrivi la grazia presidenziale, unita stavolta a un’istruzione definitiva agli arbitri. Il comportamento di Doveri, pronto nell’indirizzare altrove l’esultanza di Vlahovic per non accentuare la tensione con la curva, in un primo momento era sembrato saggio: il cartellino giallo ha rovinato tutto. Che sia l’ultima volta.
Roma-Sampdoria, Mourinho ferma i cori razzisti contro Stankovic. Il serbo: "Fiero di essere zingaro"
Inter, Milan e Juve liberate dallo scudetto del Napoli
Venendo agli aspetti sportivi del weekend, la chiusura della questione scudetto col trionfo del Napoli pare aver liberato definitivamente il potenziale delle tre grandi storiche, tutte vittoriose in bella calligrafia negli scontri diretti della zona Champions. L’evidente salute atletica di Inter, Milan e Juve è una garanzia per l’ultimo mese di partite, che oltre alla volata per i passaporti europei conterrà le semifinali e in qualche caso le finali delle coppe: una grande prospettiva, un giusto passaggio di consegne fra il Napoli — che ha meritato il riflettore per tutto l’anno — e le potenziali protagoniste di maggio e giugno. L’Inter ha vinto a Roma in modo chirurgico, lucrando sulla superiorità indotta dalla sua completezza e dall’eccesso di assenze nella rivale; entra nella semifinale di Champions da leggera favorita, ovviamente molto dipenderà dalla presenza o meno di Leao.
Champions, l'incognita Leao che sposta gli equilibri
A proposito del suo infortunio, però, va detto che il brillante successo del Milan sulla Lazio ha proprio lì la sua genesi: nel senso che il forfait del portoghese ha ferito i compagni — per la gara in corso, per la prospettiva di mercoledì — inducendoli a una reazione di pura adrenalina. La Lazio non l’ha proprio vista arrivare, prova ne sia il molle palleggio sul quale Bennacer s’è avventato per il gol dell’1-0. Lo stesso raddoppio di Theo — bellissimo — è stato reso possibile dalla pigrizia di Milinkovic e dei difensori. La Juve infine ha giocato per un’ora buona il suo calcio migliore, aggredendo con i tempi esatti la ripartenza dell’Atalanta, mettendo ancora in vetrina il talento di Iling e aumentando di una tacca il minutaggio di Pogba. Che dopo un anno fuori corricchia o poco più, ma è sempre un bel vedere.