Verona-Roma 2-1: al Bentegodi primi venti di crisi per i giallorossi
dal nostro inviato Emanuele GambaVERONA - Il Verona è in testa a punteggio pieno, ha vinto un’altra partita, come quella di Empoli, aggrappandosi a un orgoglioso e sofferente calcio di passione e resistenza e in definitiva dando una lezione alla leziosa Roma, che s’è persa come se fosse impossibile conciliare bellezza e concretezza: ha giocato al contrario dell’anno scorso e al contrario infatti è andata, perché la ricerca del gioco ha come scollato una squadra che s’è presentata al Verona con la difesa scoperchiata e che più in generale non s’è mai guardata alle spalle e nemmeno ha soffiato addosso agli avversari con quel cinismo prepotente con cui i gatti ti soffiano addosso la loro insofferenza. E nemmeno si può dire che la Roma abbia perso perché non aveva un centravanti: Belotti è stato in definitiva il migliore dei suoi anche se non ha quasi mai tirato in porta. Il punto è: quante volte lo hanno messo in condizione di tirare? Quali sbocchi ha avuto il gioco della Roma, ai di fuori di ricami?
Ci sono state parti…
VERONA - Il Verona è in testa a punteggio pieno, ha vinto un’altra partita, come quella di Empoli, aggrappandosi a un orgoglioso e sofferente calcio di passione e resistenza e in definitiva dando una lezione alla leziosa Roma, che s’è persa come se fosse impossibile conciliare bellezza e concretezza: ha giocato al contrario dell’anno scorso e al contrario infatti è andata, perché la ricerca del gioco ha come scollato una squadra che s’è presentata al Verona con la difesa scoperchiata e che più in generale non s’è mai guardata alle spalle e nemmeno ha soffiato addosso agli avversari con quel cinismo prepotente con cui i gatti ti soffiano addosso la loro insofferenza. E nemmeno si può dire che la Roma abbia perso perché non aveva un centravanti: Belotti è stato in definitiva il migliore dei suoi anche se non ha quasi mai tirato in porta. Il punto è: quante volte lo hanno messo in condizione di tirare? Quali sbocchi ha avuto il gioco della Roma, ai di fuori di ricami?
Ci sono state partite più fortunate di questa, certo: i giallorossi hanno preso due traverse (Cristante di testa nel primo tempo, Pellegrini su punizione nel finale), tenuto la palla per i tre quarti del tempo, tirato verso la porta 22 volte a 5 (le parate rimarchevoli di Montipò sono state almeno 4) e battuto 12 calci d’angolo contro l’unico del Verona, ottenuto 13’ dopo il 90’: nulla è andato per il verso giusto, ma ieri è parsa quasi una Roma contro natura, se la sua natura è quella dei primi due anni di Mou, quando spendeva partite noiose risolte da gol chirurgici (sulla palle inattive, ad esempio, ieri invece quasi mai efficaci) e teneva l’avversario lontano dalla sua trincea. Ma quale trincea, qui: Ngonge s’è involato per segnare il 2-0 in una prateria di 60 metri non presidiata neanche da un romanista, come succede alla squadra presuntuose.
L’1-0 l’aveva fatto Duda raccogliendo una respinta pasticciona di Rui Patricio (non una novità, questa) dopo un tiro da lontano di Terracciano, il tutto nella totale mancanza d’attenzione dei romanisti, che stanno provando a evolversi verso un calcio nuovo (tocchi rapidi, scambi stretti e poi verticalizzazioni improvvise e, nella ripresa, il passaggio al 4-3-3) che però ha ucciso anche il buono di quello vecchio, anche perché per l’evoluzione è più adatto Aouar, tenuto in panchina a scapito del pachidermico Paredes, filtratore senza filtro. L’ex Lione ha segnato di testa su assist di Belotti (che ha anticipato Montipò, unico errore del portiere) ma più generale ha ripulito il gioco e consentito a Cristante di fare il centrale e non la mezzala, ma nulla è stato sufficiente. Il Verona ha resistito n 10 (Hien espulso per fallo da ultimo uomo su Belotti: l’incerto Doveri ha dovuto farsi aiutare dalla moviola) lasciandosi trasportare dalla spinta del suo bollente stadio, che ora si gode stupefatto il primo posto in classifica.