Dallo scudetto al crollo, il Napoli come il Verona di Bagnoli e la Samp d’oro: quando la gloria dura un attimo
di Furio ZaraI giocatori del Napoli al termine della partita contro il Torino
(fotogramma)Inevitabile è la caduta degli dei, ma quando accade con modalità così repentine e fragorose assume contorni da favola nera. C’era una volta il Napoli, ma oggi non c’è più. Della squadra che l’anno scorso vinse trionfalmente lo scudetto non rimane che lo sbiadito ricordo di un tempo felice da declinare al passato. Ei fu campione d’Italia, così percosso e attonito sta il suo popolo. Però - accipicchia - era un attimo fa, non tre, cinque, dieci anni. Il tempo ha bisogno di tempo per consumarsi, altrimenti è un “Fast and Furious” dell’autolesinismo.
Il Napoli sparito
Quel che sorprende - nel Napoli che oggi arranca al 9° posto, a -20 dalla capolista Inter, a -5 dalla zona Champions - è la rapidità del crollo, la frenesia di una…
Inevitabile è la caduta degli dei, ma quando accade con modalità così repentine e fragorose assume contorni da favola nera. C’era una volta il Napoli, ma oggi non c’è più. Della squadra che l’anno scorso vinse trionfalmente lo scudetto non rimane che lo sbiadito ricordo di un tempo felice da declinare al passato. Ei fu campione d’Italia, così percosso e attonito sta il suo popolo. Però - accipicchia - era un attimo fa, non tre, cinque, dieci anni. Il tempo ha bisogno di tempo per consumarsi, altrimenti è un “Fast and Furious” dell’autolesinismo.
Il Napoli sparito
Quel che sorprende - nel Napoli che oggi arranca al 9° posto, a -20 dalla capolista Inter, a -5 dalla zona Champions - è la rapidità del crollo, la frenesia di una dissolvenza che ha sfarinato tutto, e prima di tutto l’ipotesi di un futuro da protagonista. Pensavamo fosse un progetto, invece era nell’ordine: l’addio di Spalletti, lo strappo da Giuntoli, la presunzione di De Laurentiis, l’inizio della fine con Garcia e la fine della fine con Mazzarri.
Il Milan del dopo Capello
La tradizione dei campioni d’Italia che tramutano presto in campioni di niente è variegata. Tutto è già successo. Ma non con questo accanimento. Qualcosa di simile si riscontra nel Milan 1996/97, che dopo 19 partite - le stesse di questo Napoli - di punti ne mise insieme solo 25. Alt, però: si era appena chiuso il ciclo dei quattro scudetti vinti in cinque anni con Capello al comando. Al suo posto venne chiamato Tabarez, esonerato dopo una sconfitta a Piacenza, piegato da un gol in acrobazia di Luiso, il “Toro di Sora” celebre per la sua bullaggine: “Se in area mi lanciano una lavatrice io vado a colpire di testa”, confessava con una certa propensione all’enfasi. Berlusconi - chiusa la parentesi Tabarez - aveva rispolverato Sacchi, ma si sa: il passato è sempre una terra straniera e quel Milan chiuse all’11° posto.
Oscar Tabarez
Il City dal titolo alla retrocessione
L’abbuffata comporta una certa immobilità: la Juve del dopo-Lippi di fine anni 90 si era seduta a tavola da regina per anni vincendo tre scudetti e centrando tre finali di Champions (una vinta), poi è chiaro che le mani vanno sui fianchi, i pensieri seguono rotte alternative e si tira il fiato. La verità è che quando non si è abituati a vincere il traguardo è l’ultima carezza del destino, poi arriverà la morte (sportiva) e avrà gli occhi di Kovalenko e Sanabria. Il Manchester City nel 1937 riuscì nell’impresa di vincere il titolo e poi - a dieci mesi di distanza - retrocedere, stessa sorte - in Germania - per il Norimberga nel 1968 (e senza che ciò comportasse alcun processo, tra l’altro): da tutto a niente, senza passare per il via.
Il Verona campione d'Italia (foto wikipedia)
Il Verona di Bagnoli e la Samp d’oro
L’anno dopo aver vinto lo scudetto meno previsto della storia del nostro calcio, il Verona di Bagnoli chiuse al 10° posto; così la Sampd’oro di Vialli e Mancini vinto il titolo e raggiunta la finale di Coppa dei Campioni si arrese alla partenza dei migliori e si consegnò alla mediocrità. D’altronde la favola più citata del calcio moderno - il Leicester - è durata lo spazio di un battito d’ali, al titolo in Premier fece seguito un 12° posto e quindi - e il modo ancor ci offende - l’esonero del demiurgo, Claudio Ranieri.
Fare, disfare. Rompere il giocattolo, lasciare i pezzi sparsi sul pavimento, a futura memoria, senza nemmeno un libretto di istruzioni a cui ricorrere. L’attimo - per sua stessa definizione - è fuggente, ma nel caso del Napoli sta accelerando a tutto gas per marcare una distanza tra un prima e un dopo, tra la gloria e la desolazione, tra la nobiltà e la miseria. Napoli svelata sì, ma ne avrebbe fatto volentieri anche a meno.