Nicolussi Caviglia, il calciatore erudito: “Ascolto Guccini e leggo Dostoevskij, cosa c’è di strano?”
di Emanuele GambaTORINO – Hans Nicolussi Caviglia sarebbe potuto diventare un ottimo sciatore, si sta invece rivelando come calciatore insolito, unico valdostano in serie A, regista in seconda della Juventus (Allegri non esitò a metterlo titolare contro l’Inter all’andata) e ragazzo controcorrente: provate voi a presentarvi con Guccini, Kubrik o Dostoevskij nello spogliatoio di una qualunque squadra di pallone.
Intanto, perché ha il doppio cognome?
”Qualche anno fa abbiamo deciso in famiglia di aggiungere quello di mamma a quello di papà, ci sembrava bello e giusto. Per cui ci tengo che mi chiamino con entrambi, anche perché usarne soltanto uno è sbagliato”.
E Hans da dove viene?
“Piaceva a papà, che è di origini cimbre e appassionato di cultura germanica. Mamma è invece ligure e fa l’attrice, mentre mia sorella Mila vive in Olanda dove fa la ballerina di danza classica. Papà è guardiaparco e sono cresciuto in un borgo minuscolo della Valsavarenche, Dégioz, tra i 1600 e i 1800 metri: il mio imprinting s…
TORINO – Hans Nicolussi Caviglia sarebbe potuto diventare un ottimo sciatore, si sta invece rivelando come calciatore insolito, unico valdostano in serie A, regista in seconda della Juventus (Allegri non esitò a metterlo titolare contro l’Inter all’andata) e ragazzo controcorrente: provate voi a presentarvi con Guccini, Kubrik o Dostoevskij nello spogliatoio di una qualunque squadra di pallone.
Intanto, perché ha il doppio cognome?
”Qualche anno fa abbiamo deciso in famiglia di aggiungere quello di mamma a quello di papà, ci sembrava bello e giusto. Per cui ci tengo che mi chiamino con entrambi, anche perché usarne soltanto uno è sbagliato”.
E Hans da dove viene?
“Piaceva a papà, che è di origini cimbre e appassionato di cultura germanica. Mamma è invece ligure e fa l’attrice, mentre mia sorella Mila vive in Olanda dove fa la ballerina di danza classica. Papà è guardiaparco e sono cresciuto in un borgo minuscolo della Valsavarenche, Dégioz, tra i 1600 e i 1800 metri: il mio imprinting sono i boschi della montagna, da bambino facevo le gare di sci ed ero anche bravino, ma poi ho scelto il calcio. Adesso sciare non posso più, ma ogni estate torno a passeggiare sulle mie montagne, a respirare un’altra aria”.
Non potendo portare il 14 (è di Milik), ha scelto il numero 41: per via di Cruijff, vero?
“E’ un personaggio che mi ha sempre affascinato, ho visto tutti i video e letto tutti i libri che lo riguardano. E mia sorella mi ha fatto conoscere i suoi luoghi olandesi, sono stato più volte a vedere l’Ajax allo stadio. Di lui mi hanno ispirato le idee che hanno rivoluzionato il calcio, aveva una concezione moderna per i suoi tempi e ha fissato dei canoni all’avanguardia. La sua frase che preferisco stabilisce per me una grande verità: la creatività non fa a pugni con la disciplina”.
Lei è più creativo o più disciplinato?
"Cerco di sviluppare entrambi gli aspetti. E credo di essere entrambe le cose, anche se mi identificano più con la disciplina”.
Come nasce l’erudito Nicolussi Caviglia?
"I miei mi hanno insegnato il valore della cultura, prima che me ne appassionassi per conto mio. Letteratura e cinema arricchiscono il tempo che non passi in campo e magari una poesia può darti un appiglio nei momenti difficili”.
Cos’ha sotto mano, in questi giorni?
"La montagna incantata di Thomas Mann, non ci metterò poco a finirlo. Poi mi piacerebbe affrontare Dostoevskij a partire dai Fratelli Karamazov, finora ho letto solo qualche opera minore. Al cinema la mia passione è Kubrik, un altro che ha trattato anni fa temi ancora attualissimi: il mio preferito è Barry Lindon”.
Un giovane calciatore che adora Guccini è un eretico?
"Ma no, anche ad altri piacciono i cantautori. Guccini lo ascoltavo da piccolino in macchina con papà quando andavamo a sciare e me ne sono innamorato. Purtroppo non l’ho mai visto dal vivo, ma solo su Youtube: Cyrano, Quello che non, Farewell, Incontro, La locomotiva sono le mie preferite. Anche di lui mi piace che le cose che diceva a suo tempo sono valide oggi e lo saranno tra cent’anni”.
Sinceramente: i suoi compagni la credono un marziano?
“No, non mi guardano strano. Ci rispettiamo a vicenda, ognuno ha i suoi gusti e poi anch’io faccio le cose stupide di un ventenne, eh. Dei calciatori c’è spesso una percezione alterata, mentre ce ne sono tanti che hanno molto da dire anche fuori dal rettangolo verde, che hanno idee e interessi. È un concetto sdoganato da tanti che hanno un grado di cultura elevato, vedi per esempio Chiellini”.
Pensa che diventare multimilionari a vent’anni tolga ai ragazzi l’interesse per la ricchezza interiore?
“Influisce, certo, e allora lì contano le famiglie, come insegnano il valori dei soldi e che nella vita ci si può arricchire anche di cultura e conoscenza”.
Lei guadagna molto di più dei suoi coetanei, ma dieci volte meno di coloro con i quali condivide la quotidianità: questo la mette a disagio?
“Col tempo ognuno avrà quello che si merita”.
Riesce a fare proselitismo, con la cultura?
“Ho fatto ascoltare Don Chisciotte di Guccini a Kean, ma non l’ho convinto. Con altri ancora non ci ho provato, ma penso di riuscirci. In Cambiaso, per esempio, ho trovato una persona con cui sto bene in campo e fuori, è serio e anche lui ha dei valori uguali ai miei. Penso che lo trascinerò al cinema e riuscirò a fargli piacere Guccini”.
Kean è il suo amico del cuore, eppure siete il giorno e la notte.
"Ci conosciamo da quando avevamo 8 anni, siamo legatissimi. Ci completiamo, quello che mi manca lui ce l’ha, scherzando potrei dire che lui è il mio lato cazzaro, giocherellone. Abbiamo un’amicizia profonda e sappiamo perfettamente cosa l’altro sta per fare e ci correggiamo a vicenda. Io riesco a fermarlo un attimo prima che si alteri. Ci scambiamo consigli, ma lui sa da solo quando sbaglia”.
Il calciatore medio è o non è una persona superficiale?
"Comprendo che qualcuno è fatto e cresciuto in modo diverso, che diversi sono i valori etici e morali. Ma nel settore giovanile la Juve fa un lavoro esemplare a livello umano e quando arrivi in prima squadra hai un background diverso”.
La parola che sta ripetendo più spesso è “valori”: che definizione ne dà?
"I valori sono i concetti che ti determinano dal punto di vista morale ed etico e che individui appena conosci una persona”.
Il suo valore di calciatore lo si è invece visto al debutto da titolare, contro l’Inter.
“Di giocare non me l’aspettavo, perché in settimana non ero mai stato provato: Allegri me l’ha detto il giorno della partita, forse ha voluto proteggermi psicologicamente”.
Ha avuto paura di non farcela?
“No, perché? Era l’opportunità che aspettavo”.
Il primo anno di serie A, a Parma, lo passò a guarire.
"Mi ruppi legamenti e menisco, poi la sutura meniscale saltò e mi operarono la seconda volta. Il ginocchio però continuava a darmi fastidio e si è scoperto che mi era rimasta una barretta di ancoraggio nel ginocchio, così ho dovuto fare una terza artroscopia. In tutto ho perso un anno e mezzo ma non mi sono mai demoralizzato e a livello fisico sono tornato come prima, anche più consapevole delle mie qualità. È stato un modo diverso di maturare”.
Perché la Juve dovrebbe vincere lo scudetto?
“Per la nostra coesione e il nostro dna. C’è un senso di appartenenza molto forte, in tanto siamo cresciuti qui ed è importante trasmetterlo ai nuovi”.
State sorprendendo voi stessi?
“Le consapevolezze c’erano anche all’inizio”.
Da chi ha imparato di più, a livello umano?
"Come allenatore da Ciccio Grabbi, è stato un secondo papà per me e Kean, un maestro di calcio e di vita. Come giocatore, a Perugia ero con Vicario e già si vedeva che aveva un livello di disciplina e una cura dei particolari che sapevo che l’avrebbe portato ad altissimi livelli. Poi naturalmente c’è Chiellini, un mentore, un esempio”.