Sport

La profondità della rosa di Inzaghi: il segreto per la gloria su due fronti

Simone Inzaghi
Simone Inzaghi (reuters)
Dal turnover rischioso col Benfica a novembre a quello che ha travolto il Lecce: una garanzia anche per la Champions. La Juve presenta una delle versioni più vuote e povere dell’anno
3 minuti di lettura

Il 29 novembre l’Inter di Champions, già qualificata, scese in campo a Lisbona con due soli titolari abituali: Darmian e Acerbi. Nel primo tempo venne presa a pallate dal Benfica, che filò in scioltezza sul 3-0. Nella ripresa risalì fino al 3-3, ed è giusto ricordare che Simone Inzaghi, dando prova di bella sensibilità, lasciò che la rimonta fosse condotta dalle stesse “riserve” — hai fatto il danno, mostrami di saperlo riparare — prima di immettere un po’ di mammasantissima. Ugualmente si disse che il turnover esagerato non era praticabile, e anche in seguito le rotazioni viste — nell’Inter e non solo — hanno funzionato se limitate a un paio di pezzi. Tre mesi dopo quella sera, l’Inter è scesa in campo con otto uomini diversi da quelli abituali, e ha fatto strame del Lecce a casa sua: 4-0. La Serie A non è la Champions e il Benfica vale più del Lecce, okay, ma è netta la sensazione che un altro gradino sia stato salito, perché la profondità della rosa è il segreto di quest’Inter dominante, e insieme la garanzia che oltre alla seconda stella — ormai vicina — si giocherà forte anche per la gloria europea. La bellezza dell’azione che ha portato alla prima palla-gol di Arnautovic contro l’Atletico, la spaccata fuori bersaglio, è stata diffusa e moltiplicata per tutta la settimana sui social. Detto del magnifico lavoro dei dirigenti e di Inzaghi sulla squadra, è evidente anche un felice allineamento dei pianeti. Va sfruttato.

Grande bellezza pure a San Siro grazie a un gol fragoroso — sì, serve un aggettivo più acceso del normale — di Rafa Leao. La fine del lungo digiuno ispira al portoghese una prestazione di livello assoluto, degna degli Mbappé e dei Vinicius per intenderci, di quelle che ti fan dire «se giocasse sempre così». Ma non è sufficiente per avere ragione dell’Atalanta, che costruisce su un rigorino — quelli che Mourinho definisce “moderni” — una partita difensiva per lei insolita, ma ben fatta. Il Milan piace, ma l’Atalanta convince: il suo mese terribile è iniziato con un bel punto.

La 26ª giornata ha introdotto l’ultimo terzo di campionato, il segmento in cui nessuno pensa e soprattutto parla più di investimenti sul gioco perché il risultato diventa sovrano: poca o tanta che sia, la benzina rimasta deve bastare per tagliare il traguardo. Così a un Bologna che allunga col suo passo elegante e felpato segue — in linea temporale — una Juve che difende il suo margine col veleno di Vlahovic e la proverbiale tigna che la riporta avanti all’ultimo respiro. Ma quella che interrompe l’emorragia iniziata con l’Empoli è una delle versioni stagionali di Juve più vuote e povere di prospettiva. Il Frosinone avrebbe meritato il punto ma, come dice affranto Di Francesco, i complimenti non contano più niente. Occorre segnare, e basta. La partita di Cagliari è in questo senso esemplare, perché la squadra di Ranieri domina il primo tempo senza riuscire a centrare un bersaglio valido, cede un po’ nella ripresa fino a subire la bella giocata di Raspadori per Osimhen, e nel finale il Napoli è padrone del campo. Ma Politano e Simeone sprecano due chance cantate (occorre segnare, ricordate?), e in fondo al recupero Luvumbo non perdona un’incomprensibile astensione dal lavoro di Juan Jesus. Il pari è giusto anche se arriva nella maniera più tortuosa, fa riemergere del Cagliari il solo naso — ma è con quello che si respira — e placca il terzo tentativo di ripartenza del Napoli, che un milione di anni fa vinse uno scudetto favoloso. C’è molta confusione nella squadra allenata ora da Calzona, com’è normale dopo un anno di continui cambi di direzione: per esempio nel giro di otto giorni Kvara è passato dall’essere il migliore dell’ultimo disperato Mazzarri a una pallida comparsa contro il Cagliari. Viceversa Raspadori, pressoché rimosso dalla vecchia gestione, è stato ieri l’iniezione di zuccheri che ha riattivato la circolazione della squadra. Il problema è che giunti a questo punto ogni vittoria mancata costa al Napoli pedaggi enormi in termini di classifica, che saranno quantificati tra i posticipi di oggi e gli ultimi recuperi di metà settimana (a occhio Sassuolo-Napoli sarà un po’ più drammatico di True Detective). Non è soltanto la distanza del Napoli dal Bologna quarto — undici punti, magari otto dopo il recupero —; il problema è che tra loro ci sono altre quattro o cinque squadre (oggi sapremo), e che pure il Monza gli si è ormai attaccato alle caviglie. Una fuggitiva può anche rallentare, pretendere che crollino in sei è illusorio.

I commenti dei lettori