Una coppa è una coppa, e se il lascito di Max Allegri al tramonto del suo secondo ciclo bianconero non è ovviamente paragonabile al primo, resta il fatto che non se ne va a mani vuote. Non è comparabile, a essere onesti, nemmeno il valore delle due Juventus. Questa poteva vincere soltanto in un modo, difendendosi in area dalla furia dell’Atalanta e pescando Vlahovic o Chiesa negli spazi larghi concessi dall’uno contro uno di Gasperini. È successo all’alba del match, con la volata del serbo capace come pochi di mantenere l’assetto di tiro resistendo al ritorno del difendente.
Da lì in poi il campo è sembrato in pendenza, ma leggera; nel senso che l’Atalanta ha progressivamente aumentato la sua pressione, ma della furia abituale non s’è visto nulla, tanto che le palle-gol pulite se le è costruite soprattutto la Juve. Più che meritato alla fine il suo successo.
Nell’occasione più importante - e questo è un plus enorme - Allegri è riuscito a mandare in campo la Juve del girone d’andata: una squadra organizzata e compatta dietro, che ha tolto ogni profondità all’Atalanta ed è stata ferrea nella chiusura di ogni strada verso Perin, e infine rapida nel rovesciare il campo con i suoi corridori. Paradossalmente non è stata cinica, che pure in autunno era il suo abito normale: tra un rigore non concesso a Vlahovic, un’altra rete del serbo viziata da un fuorigioco men che minimo e un paio di contropiede che si potevano cesellare meglio, l’1-0 è poco.
Naturalmente non sfugge il fatto che questo risultato esca dal nulla, o meglio da premesse totalmente opposte: l’Atalanta degli ultimi due mesi era la fine del mondo - contro la Roma un’ora di calcio fantascientifico - mentre la Juve era reduce da un soffertissimo pari con la Salernitana, coda di un periodo horror da 2 vittorie in 15 gare. Eppure l’Atalanta ha perso ancora, la terza finale in otto anni, mancando una volta di più quel trofeo che il suo percorso non solo meriterebbe, ma in un certo senso necessiterebbe per mettere in bacheca qualcosa che racconti alle future generazioni il periodo più esaltante della sua storia.
A Gasperini rimane adesso la chance dell’Europa League, mercoledì contro l’imbattuto Leverkusen. Partirà leggermente sfavorito dopo aver perso con la Juve da favorito: può essere un bene, perché il dna dell’Atalanta non è confermare, ma stupire. A Dublino ci sarà Scamacca, in poco diventato insostituibile. Se porterà la personalità mancata ieri, quel benedetto trofeo potrebbe finalmente arrivare