Federico Bonazzoli è l’eccezione. In una classifica marcatori dominata da registi e ali, il numero 90 della Cremonese è l’unico centravanti. Metà dei suoi quattro gol — gli stessi di Nico Paz e De Bruyne, uno in meno rispetto a Çalhanoglu e Orsolini — l’ex stellina delle giovanili interiste, che oggi ha 28 anni, li ha fatti mercoledì a Marassi contro il Genoa. «I centrocampisti ci stanno rubando il lavoro. Mi fa piacere essere lassù, nella classifica cannonieri, con simili campioni. E sono contento di avere fatto doppietta in uno stadio dove ho giocato tanto, in maglia blucerchiata».
Il primo dei due gol lo ha fatto in rovesciata. È una specialità sua, che di reti così in carriera ne ha fatte sei, e anche del maestro Quagliarella.
«Le rovesciate le ho sempre fatte, fin da bambino. È un gesto naturale, poco allenabile. È istinto. Quando arriva la palla giusta, la faccio e basta, in partita e in allenamento. Da Fabio ho imparato altre cose, alcune astuzie nei movimenti in area. Adesso i…
Federico Bonazzoli è l’eccezione. In una classifica marcatori dominata da registi e ali, il numero 90 della Cremonese è l’unico centravanti. Metà dei suoi quattro gol — gli stessi di Nico Paz e De Bruyne, uno in meno rispetto a Çalhanoglu e Orsolini — l’ex stellina delle giovanili interiste, che oggi ha 28 anni, li ha fatti mercoledì a Marassi contro il Genoa. «I centrocampisti ci stanno rubando il lavoro. Mi fa piacere essere lassù, nella classifica cannonieri, con simili campioni. E sono contento di avere fatto doppietta in uno stadio dove ho giocato tanto, in maglia blucerchiata».
Il primo dei due gol lo ha fatto in rovesciata. È una specialità sua, che di reti così in carriera ne ha fatte sei, e anche del maestro Quagliarella.
«Le rovesciate le ho sempre fatte, fin da bambino. È un gesto naturale, poco allenabile. È istinto. Quando arriva la palla giusta, la faccio e basta, in partita e in allenamento. Da Fabio ho imparato altre cose, alcune astuzie nei movimenti in area. Adesso imparo da Vardy».
C’è qualcosa che l’ha stupita dell’inglese, suo compagno?
«L’umiltà, dentro e fuori dal campo. È un campione a 360 gradi. Con lui ci si capisce al volo, nonostante la lingua. Sa poco d’italiano, e non tutti noi parliamo inglese. Ci basta la lingua del calcio».
Lei, come molti attaccanti d’area, il meglio lo sta dando adesso che non è più un ragazzino. Come lo spiega?
«Quando ero più giovane mi sono un po’ perso fra i prestiti, ma oggi dopo tanta gavetta ho trovato il mio percorso. Non ho mai mollato, oggi sono sereno, anche grazie alla mia compagna. All’inizio, quando sono uscito dalle giovanili dell’Inter, non ero pronto per reggere il peso delle aspettative altrui. Non avevo la patente e giocavo in serie A».
Che consigli darebbe a Camarda e Pio Esposito?
«Ognuno è fatto a modo suo, ma suggerirei loro di concentrarsi sull’oggi, senza guardare troppo avanti e senza dare peso eccessivo a critiche ed esaltazioni. Direi loro di amare quello che fanno, di curare i dettagli, e dedicare ogni energia per giocare il più possibile, per fare esperienza».
Delle giovanili interiste, è ancora in contatto con qualcuno?
«Dimarco, l’ho sentito mezz’ora fa. Quando uno dei due segna, l’altro scrive. A lui sono legatissimo, come a Michele Di Gregorio. Abbiamo lavorato bene insieme, poi loro hanno fatto meglio di me. Di amici ne ho pochi, dentro e fuori dal calcio, ma con loro ho creato rapporti strettissimi».
Come con il suo attuale allenatore, Davide Nicola.
«Per me è molto vicino all’essere un secondo padre. Sotto di lui ho fatto le cose migliori della mia carriera. Ho apprezzato e apprezzo l’uomo, ancor prima del professionista. Ne abbiamo passate tante insieme: da Torino a Salerno, e oggi siamo qui».
Domani sfiderete la Juventus, con la possibilità addirittura di superarla in classifica. Lo avrebbe detto, due mesi fa?
«Lo scorso anno eravamo in serie B, non dobbiamo dimenticarlo. I risultati che stiamo ottenendo ci rendono felici, ma l’obiettivo resta fare 40 punti il prima possibile. Non ci facciamo ingannare da qualche vittoria».
Che passioni ha, oltre al pallone?
«Stare a casa, giocare alla playstation o a padel. Ma soprattutto guardo un sacco di calcio, fin troppo. Quando mi guardo allo specchio, a volte penso che sono un ragazzo fin troppo normale».
Nemmeno un tatuaggio …
«Fra i calciatori, siamo in pochi a non averne. Non ho niente contro, ma su di me non mi piacciono, mi sento a posto così».
Cosa farà dopo il ritiro?
«Non ci ho pensato. Fino a 40 anni vorrei giocare, ma so che prima o poi tutti devono fermarsi. Mio papà ha una falegnameria, è ancora molto giovane, ma fra due anni andrà in pensione. Mamma ha venduto la sua tabaccheria e finalmente si riposa. La ruota gira per tutti».
Chi è il suo idolo?
«Nella vita non ne ho, vado per i fatti miei. Nel calcio, da piccolo era Ibra. Ci ho giocato contro un paio di volte, conservo la sua maglia del Psg. Me l’ha data dopo che li abbiamo affrontati con l’Inter. ».
Il suo sogno?
«Vestire la maglia della Nazionale. Ma è davvero solo un sogno, non un assillo. Sono felice della mia vita per com’è ora. Vivo il presente».