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Boniek: “Mai creduto al Var, gli arbitri con la tecnologia non hanno più personalità”

Zbignew Boniek 

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L’ex Juve: “Quando vanno al monitor è sicuro che cambieranno la loro decisione. Sarebbe bello il contrario”
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MILANO – Il Polacco, come lo chiamava Gianni Agnelli, è ancora tonico come un ragazzino ed è allegro come sempre. Lo incontriamo alla presentazione milanese del docufilm Juventus Primo Amore, nelle sale il 16, 17 e 18 febbraio. Tutto sembra ieri.

Zibì Boniek, il 3 marzo lei compie 70 anni. È pronto?

«Ma sì, dicono che il 7 davanti agli altri numeri sia l’inizio di una nuova vita, io sto bene, sono felice, ho una famiglia meravigliosa, cosa voglio di più? Ho calcolato di avere trascorso il 4,2 per cento della mia vita in bianconero: non tanto, ma neppure poco».

Vorrebbe tornare indietro?

«Il tempo non torna, anche se certe sconfitte restano sullo stomaco e qualche volta, se mi metto a pensarci, mi viene da piangere».

Facciamo i nostalgici: cosa rimpiange del suo calcio?

«L’amicizia tra noi, il rispetto: non ci rotolavamo a terra per simulare un fallo. Questo non lo sopporto».

Ma oggi, chi si rotola viene sbugiardato dal …

MILANO – Il Polacco, come lo chiamava Gianni Agnelli, è ancora tonico come un ragazzino ed è allegro come sempre. Lo incontriamo alla presentazione milanese del docufilm Juventus Primo Amore, nelle sale il 16, 17 e 18 febbraio. Tutto sembra ieri.

Zibì Boniek, il 3 marzo lei compie 70 anni. È pronto?

«Ma sì, dicono che il 7 davanti agli altri numeri sia l’inizio di una nuova vita, io sto bene, sono felice, ho una famiglia meravigliosa, cosa voglio di più? Ho calcolato di avere trascorso il 4,2 per cento della mia vita in bianconero: non tanto, ma neppure poco».

Vorrebbe tornare indietro?

«Il tempo non torna, anche se certe sconfitte restano sullo stomaco e qualche volta, se mi metto a pensarci, mi viene da piangere».

Facciamo i nostalgici: cosa rimpiange del suo calcio?

«L’amicizia tra noi, il rispetto: non ci rotolavamo a terra per simulare un fallo. Questo non lo sopporto».

Ma oggi, chi si rotola viene sbugiardato dal Var. O no?

«Il Var ha tolto personalità agli arbitri: quando vanno al monitor, è sicuro che cambieranno la loro decisione. Sarebbe bello il contrario, perché solo l’arbitro può sapere, è vicino all’azione, la annusa come fa il cane con l’osso».

Ma lei è stato sempre contrario alla tecnologia?

«Quand’ero presidente della Federcalcio polacca, fui il primo a introdurre il Var in Europa anche se non ci credevo. Lo feci per aiutare i nostri arbitri a diventare internazionali e più bravi».

I tifosi juventini la considerano ancora un traditore? Le hanno anche tolto la stella dallo Stadium.

«Offro mille euro in beneficenza se qualcuno mi porta la prova di una mia sola frase contro la Juve. E la stella l’hanno tolta solo a me: se lo sapesse l’Avvocato…»

Lei cosa direbbe ai bianconeri di adesso?

«Di andarsi a guardare le immagini delle nostre vittorie per capire in che club giocano: secondo me, in tanti non lo sanno».

Boniek e Platini 

Rimpianti?

«La sconfitta di Atene nella finale di Coppa dei Campioni dell’83, eravamo troppo sicuri di vincere, troppa tensione».

Cosa resta dell’Heysel?

«Un dolore immenso. Ma la partita, che non volevamo giocare ma ci costrinsero, fu vera. Sono stato l’unico a devolvere il premio partita ai famigliari delle vittime, non volevo alcun vantaggio materiale da quella tragedia».

Con il Var, il rigore di Bruxelles non ve lo avrebbero dato.

«E sarebbe stato meglio, perché in quell’azione avrei sicuramente segnato. E sarebbe stato il mio ennesimo gol in una finale per la Juventus, altro che traditore».

Perché la lasciò?

«Tre anni prima ero già d’accordo con la Roma, però i dirigenti polacchi chiesero due milioni di dollari in contanti, troppi. Li pagò la Juve, ma io promisi al presidente Viola che sarei andato alla Roma tre anni dopo, e così fu».

Come la prese l’Avvocato?

«Mi chiamò un giorno, ero già romanista, e mi disse: “Polacco, come stai? Stasera sei a cena da me”. Aveva una casa meravigliosa davanti al Quirinale. Alla fine, mi diede un pacchetto e mi disse di aprirlo a casa: era un Patek Philippe da camino. Sul biglietto c’era scritto: “Grazie, senza di te non saremmo mai arrivai fin qui”. Si riferiva alla conquista della Coppa Intercontinentale, che la Juve arrivò a giocare anche per merito mio. Quell’orologio ce l’ho ancora».

Scusi se le ricordiamo altri dolori: Scirea e Paolo Rossi.

«Dissi ai dirigenti bianconeri che era inutile mandare Gaetano in Polonia per visionare un avversario di 6 categorie inferiori alla Juventus: non mi ascoltarono, e Gai morì. La fine di Paolo mi ha sconvolto: come quasi tutti, non avevo idea che fosse malato».

Zibì, chi vincerebbe tra la sua Juve e quella di oggi?

«Noi, 1-0».

Soltanto 1-0?

«Beh, tenga conto che ormai abbiamo settant’anni e qualcuno purtroppo non c’è più». (ride)

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