Sotto lo sguardo da gaucho di Luis Carniglia, il primo a sorridere fu Roberto Mandressi. Liedholm, sempre generoso, lo aveva soprannominato il Rensenbrink della Brianza e lui, per non smentirlo, aveva usato la testa in plateale fuorigioco senza che tra i trentamila del Meazza, in una notte di fine estate, albergasse alcun desiderio di eccepire. L’8 settembre 1981, in un’atmosfera da diserzione agonistica all’esatto incrocio tra la festa strapaesana e l’amichevole estiva, il Boca Juniors precipitò in Lombardia per un pugno di dollari. Si festeggiava il ritorno del Milan in serie A e il talento di due ventenni che avrebbero fatto la storia. Gigi Radice aveva affidato Maradona a Battistini e Diego, comprensibilmente, ne aveva fatto strame. Ne marcò uno, ne irrise un altro, ne scherzò un terzo, ne umiliò un quarto. Poi sentì un vento dietro le spalle. Era Franco Baresi. Lo strattonò, gli tolse la palla, ristabilì il rispetto, rassicurò il compagno: «Si fa così, ora ci penso io». E così fu…
Sotto lo sguardo da gaucho di Luis Carniglia, il primo a sorridere fu Roberto Mandressi. Liedholm, sempre generoso, lo aveva soprannominato il Rensenbrink della Brianza e lui, per non smentirlo, aveva usato la testa in plateale fuorigioco senza che tra i trentamila del Meazza, in una notte di fine estate, albergasse alcun desiderio di eccepire. L’8 settembre 1981, in un’atmosfera da diserzione agonistica all’esatto incrocio tra la festa strapaesana e l’amichevole estiva, il Boca Juniors precipitò in Lombardia per un pugno di dollari. Si festeggiava il ritorno del Milan in serie A e il talento di due ventenni che avrebbero fatto la storia. Gigi Radice aveva affidato Maradona a Battistini e Diego, comprensibilmente, ne aveva fatto strame. Ne marcò uno, ne irrise un altro, ne scherzò un terzo, ne umiliò un quarto. Poi sentì un vento dietro le spalle. Era Franco Baresi. Lo strattonò, gli tolse la palla, ristabilì il rispetto, rassicurò il compagno: «Si fa così, ora ci penso io». E così fu perché Baresi sapeva che senza gesti, le parole sono la più deludente delle illusioni.
Nel fresco della Galizia, a Pontevedra, durante la prima fase del Mundial spagnolo, Franco divideva la camera con Paolo Rossi. A sera, quando la reciproca timidezza fermava l’aria, spargevano le lettere dei tifosi sul letto perché la stanza non avesse come terzo ospite il silenzio. Se le leggevano a vicenda e invece di gloriarsi, riflettevano: «Siamo partiti tra gli insulti e adesso giurano che sono tutti dalla nostra parte, ma quanto sono fragili le opinioni?». Il padre di Rossi era un operaio tessile, quello di Baresi un agricoltore, un contadino, un uomo che sapeva mungere le mucche e lavava i figli nella stalla. Avevano giocato entrambi all’oratorio, nelle domeniche di solitudine senza neanche un prete per chiacchierare a star da soli e a fare meno degli altri, anche giocando in squadra, avevano fatto l’abitudine. Avrebbero potuto portargli via tutto, ma non l’equilibrio. Divennero eroi, sollevarono la coppa e strinsero la mano al Presidente con la pipa. Rimasero gli stessi.
Era un altro tempo, quel tempo. Un’epoca in cui come scrive Emily Dickinson: «Non sopportavo di vivere a voce alta, mi vergognavo del baccano» la vera poesia confinava con l’esempio. Baresi sapeva darlo. Aveva perso i genitori in gioventù e costretto a costruire «con la rabbia e con il dolore» il domani non aveva perso tempo a piangere. I maestri, d’altra parte, non ammettevano debolezze. Nereo Rocco che sapeva essere severo, ma anche spiritoso lo vide schiacciato dalla propria timidezza in un pomeriggio veronese, pochi minuti dopo l’esordio tra i grandi e lo esortò come si usava fare dalle parti di Trieste, al brutale confine tra la franchezza e la stima: «Ma t’ha giugà anca ti?». «Hai giocato anche tu?». Era il suo modo di suggerire che si sentono indispensabili solo gli stupidi e che specchiarsi o peggio piacersi è già morire.
Ora che il momento è irreparabile non si può non pensare all’eternità degli esempi. Quelli ricevuti e quelli restituiti perché è così che accade quando si sa ascoltare. Franco parlava poco, ma aveva un orecchio assoluto e sapeva sempre cosa dire e quale musica far suonare. Ad Albertini che piange come un vitello dopo un naufragio in Coppa dei Campioni per sussurrare: «Sei giovane, sai quante volte ti ricapiterà di vincere il trofeo?» o a sua moglie Maura, con sforzo emotivo inversamente proporzionale al numero delle sillabe: «Ti amo». Ogni giorno, per quarant’anni. Franco ti guardava e si fermava il mondo. Franco alzava il braccio e si osservava l’arbitro. Rosario Lo Bello, che pure al pari del padre Concetto, sapeva come far infuriare i milanisti come nessuno, concedeva la chiamata del fuorigioco al solo capitano: «Nei suoi confronti invoco l’articolo 18».
Baresi, mi dice un amico ultracinquantenne di notevole cinismo a cui chiedo un parere senza riuscire a nascondere lo stupore nel sentirlo piangere: «Era un uomo buono». Se piange così uno che non l’ha conosciuto ed è abituato per mestiere alla durezza, penso, quanti altri orfani ci sono adesso in giro per l’Italia? Le partite, certo, 719. La bandiera, chiaro, tutta la vita in una squadra. Ma deve esserci altro, a iniziare forse dall’aver incarnato un modello che senza mostrarsi invulnerabile, sapeva rivelarsi umano, fragile, terreno o spaventato. Il Baresi un po’ Gianburrasca e un po’ Franti, cameratesco, finalmente libero dal ruolo che sgambetta il cronista della Rai Gianni Vasino ai margini della festa scudetto: «Stavo provando a correre con i giocatori per raccontare le loro emozioni e quel delinquente di Baresi mi fece cadere». Il Baresi che piange a dirotto sulle spalle del capodelegazione Raffaele Ranucci, a Pasadena, quando sfuma il sogno del Mondiale iniziato con una sconfitta contro il Pontedera e finito, per dirla con Gianni Mura a «undici metri dalla felicità» dopo i rigori sbagliati da lui e da Baggio.
Il Baresi che si incazza con Nicolino Berti perché l’ex interista, mai redento, gli fuma il sigaro sotto il naso o ancora il Baresi che nel luglio di quarant’anni fa, annunciato dall’indefettibile aziendalismo di Cesare Cadeo: «Sento un rumore nell’aria» scende di corsa e per primo dall’Agusta Bell noleggiato da Silvio Berlusconi neo proprietario del Milan, terreo in volto: «Sentii la cavalcata delle Valchirie e pensai “andiamo in guerra”, ma intanto ero a terra e per la prima volta da qualche minuto mi sentivo in salvo e in pace».
Nessuno di noi è una cosa sola e Baresi, non faceva eccezione. Lo ungevano, lo blandivano, gli dicevano leggenda e lui si schermiva. Non per vezzo, ma per indole: «Sono soltanto un uomo che è nato in campagna e ha avuto la fortuna di poter sognare». Abbiamo sognato con lui: noi spettatori insieme a chi per noi, le immagini le creava. Werner Herzog ha sempre amato Baresi. Come lui era venuto su in povertà: «Prima di fare il regista ho fatto il contadino e il mungitore, non avevamo l’acqua corrente, l’elettricità, il cibo. Penso che le origini mi abbiano benedetto con due caratteristiche: la rabbia e la meraviglia. La rabbia mi è servita per proseguire e non cedere quando tutto sembrava andare storto. La meraviglia per non dare mai niente per scontato». Sembra il ritratto di Baresi che a Manaus, sui luoghi di Fitzcarraldo, dopo aver conosciuto Herzog, andò di persona: «Volevo immedesimarmi nelle sue atmosfere, capire il suo mondo, immergermi nel suo modo di percepire le cose». Visitò favelas e conobbe arciere indigene che avevano fatto della marginalità la loro forza. La sua lezione, la lezione universale di un ragazzino che andava a dormire prima delle 22, non aveva la tv, non andava allo stadio e non aveva idea di chi fossero Pelé o Cruyff. Arrivò dalle loro parti, senza urlare. Sapendo come uscire di scena con la stessa eleganza con cui faceva ripartire l’azione lasciando al tempo stesso un’assenza e un vuoto che si possono colmare solo nel paradosso. Quando chiesero a Martin Olsen, ct delle Far Oer, quale giocatore avrebbe tolto all’Italia prima di affrontarla lui rispose: «Baresi». Si è ritirato gli dissero e lui, pronto: «Lo so, allora mi tengo i miei».
Ora, ogni volta che ci verrà da ricordarlo, diremo lo stesso. Considerando la morte come una parte della verità perché sarà anche innegabile che nella vita, come sostiene Paolo Sorrentino, il pareggio non esista, ma andarsene, quando c’è il ricordo, non può cancellarla. Quando chiedevano a Baresi cosa avrebbe cambiato della sua città, Franco diceva: «Non è bello che in mezzo ci sia un carcere». Non c’è più neanche quello della memoria forzata, Franco. Sei libero. In prigione restiamo noi.