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Alvini: “Vendevo scarpe e adesso sfido la Juve, ma non sono cambiato”

Massimiliano Alvini

 

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Intervista all’allenatore che ha riportato il Frosinone in serie A e che esordirà in campionato contro i bianconeri. Dai dilettanti alla massima serie, il suo viaggio fantastico
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Dai campi dilettanti alla promozione in Serie A con il Frosinone, la sua prima in carriera. La carriera di Massimiliano Alvini è un film. «Quel 5-0 al Mantova (la vittoria decisiva, ndr), chi se lo dimentica? Un’emozione enorme, il coronamento di una carriera. Quella fiamma mi scalda ancora, non si spegne. E lo stesso vale per i ragazzi. Mi hanno permesso di provare cose nuove, di giocare come voglio. Anche se non si smette mai di imparare, da tutto e da tutti».

Quali allenatori studia in questo momento?

«Sono curioso di vedere Klopp ct della Germania, e mi godo il Psg di Luis Enrique».

Vedremo il Frosinone battere il calcio d’inizio in fallo laterale?

«Modestamente, lo facevo già quindici anni fa in Promozione al Tuttocuoio, squadra di Ponte a Egola. Così costringevamo gli avversari ad abbassarsi».

I giocatori del Frosinone durante un'amichevole

 

Lei ha allenato in sei diverse categori…

Dai campi dilettanti alla promozione in Serie A con il Frosinone, la sua prima in carriera. La carriera di Massimiliano Alvini è un film. «Quel 5-0 al Mantova (la vittoria decisiva, ndr), chi se lo dimentica? Un’emozione enorme, il coronamento di una carriera. Quella fiamma mi scalda ancora, non si spegne. E lo stesso vale per i ragazzi. Mi hanno permesso di provare cose nuove, di giocare come voglio. Anche se non si smette mai di imparare, da tutto e da tutti».

Quali allenatori studia in questo momento?

«Sono curioso di vedere Klopp ct della Germania, e mi godo il Psg di Luis Enrique».

Vedremo il Frosinone battere il calcio d’inizio in fallo laterale?

«Modestamente, lo facevo già quindici anni fa in Promozione al Tuttocuoio, squadra di Ponte a Egola. Così costringevamo gli avversari ad abbassarsi».

I giocatori del Frosinone durante un'amichevole

 

Lei ha allenato in sei diverse categorie. Non siete in tanti ad avere un percorso simile…

«Sono orgoglioso del mio percorso. È la mia ventiseiesima stagione di fila da tecnico. Ho 475 panchine nei professionisti, altrettante nei dilettanti».

Cosa ricorda degli inizi?

«Al Signa ci allenavamo alle 20.30. Il campo, 40 metri per 30, era illuminato da un solo faro, che funzionava sì e no. Capitava di usare i fari delle auto parcheggiate. Ora tutto è cambiato, ma non io».

Nel Signa ha fatto anche quasi tutta la carriera da giocatore. Ha rifiutato offerte di trasferimento?

«E quali? Ero un calciatore mediocre. Avevo più voglia che piedi. Ero scarso, ma mi riconoscevano che ci mettevo curiosità, un po’ d’intelligenza, tanto amore».

Aveva anche da pensare al lavoro: rappresentante di calzature, insieme a suo fratello.

«Vendevamo suole di scarpe in tutta la Toscana. L’ho fatto anche quando allenavo in Promozione e in Eccellenza. Mi studiavo i tragitti in modo da andare a vedere quelli bravi: Sarri a Empoli, Conte ad Arezzo, Baldini a Empoli, Ventura a Pisa, Giampaolo a Siena. Parliamo di maestri».

Alvini esulta il giorno della promozione in serie A (lapresse)

Il migliore di tutti?

«Orrico. Nel 1991 mi fermavo a vedere i suoi allenamenti nella gabbia, alla Lucchese. Gliel’ho copiata. Ancora oggi, a Frosinone, uso una specie di gabbia, con barriere basse».

Quanto guadagnava quando ha cominciato in panchina?

«Al Signa conservai lo stipendio che avevo da calciatore, 700mila lire al mese. Sarò sempre grato al presidente Maurizio Rugi, ci sentiamo ancora».

Al Tuttocuoio fece il triplete, nel 2010.

«Come Mourinho, stesso anno: campionato di Eccellenza, Coppa Toscana di Eccellenza e Coppa Italia nazionale. Ci premiò Tavecchio».

Arrivò al professionismo che aveva già 45 anni.

«Non tutti sono enfant prodige. Si cade, ci si rialza e se ne esce più forti. Porto tante cicatrici, compresa quella di non essere riuscito a salvare la Cremonese in serie A al mio debutto in A (fu esonerato a metà stagione, ndr). Un’esperienza bellissima, ma a tornare indietro penso di non avere avuto abbastanza coraggio nel portare avanti le mie idee. Si parlò di sfortuna, ma non esiste».

Il Frosinone in Serie A non si è mai salvato. Come rompe il tabù?

«Credendo nelle nostre idee, tutti insieme: squadra, società, staff».

Come va il mercato?

«Bene, ma non lo faccio io. Il mio compito è allenare. Ho un ds, Castagnini, di grande esperienza».

Lei ha fatto un appello pubblico e Zerbin dal Napoli è arrivato.

«Alvini dice le cose come stanno, non si sa nascondere. Bisogna essere onesti, sugli obiettivi e le ambizioni».

Eppure nei grandi club molti i suoi colleghi sostengono di puntare al quarto posto …

«Rispetto tutti, ma quella è una balla. Avessero fatto il mio percorso, parlerebbero chiaro».

Incontrerete la Juve alla prima di campionato. È vero che certe partite si preparano da sole?

«No. Bisogna avere voglia, allenarsi forte e provare a imporre il proprio gioco. Poi, non sempre ci si riesce, sia che l’avversario sia la Juve, sia che sia lo Scandicci».

Fra i suoi idoli c’è Baldini, che studiava ai tempi di Empoli. Lo avrebbe voluto ct?

«Baldini è un genio. Averlo visto ct a interim mi ha fatto immaginare di poter anche io un giorno arrivare su quella panchina. Bisogna sognare in grande».

Alvini durante l'esperienza alla Cremonese 

Cosa fa lei quando non si occupa di calcio?

«Parlo con i miei figli, che ho un po’ trascurato negli anni. Leggo autobiografie. Mi ha ispirato quella di Marchionne, maestro di leadership. Guardo film, il mio preferito è Il maledetto United, lo rivedo spesso da solo. Con gli amici preferisco chiacchierare davanti a un bicchiere».

La sua famiglia la segue nel suo peregrinare da una città all’altra?

«Mia moglie è commercialista, non può lasciare lo studio. Siamo di Fucecchio, il paese di Indro Montanelli, un bubbolone, come tutti noi fucecchiesi. Testa dura. Lo amiamo più ora».

A Frosinone avete azionisti americani. Come se la cava con l’inglese?

«Non averlo imparato è stato un errore. Lo studio ora. Fra un anno voglio essere in grado di parlarlo decentemente».

Se le diciamo expected goals?

«I dati nel calcio si studiano ma non si allenano, quindi non è roba mia. Mi interessano, ma alla fine si vince per un episodio, per una corsa in più, per un nulla».

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