Tre anni alla Fiorentina, dieci all’Inter. Nicola Berti si prepara alla sfida tra le due squadre, a San Siro, con una certezza: «Questa sarà sempre la mia partita».
Cosa dobbiamo aspettarci?
«L’orario è tragico, non mi piace la partita alle 12,30. Andrebbe abolita. È difficile vedere belle partite a mezzogiorno, perché è difficile giocarle. In ogni caso, l’Inter è forte, in campionato soprattutto. E per la Fiorentina è l’occasione per rilanciarsi, senza troppe pressioni».
Lei arrivò alla Viola nel 1985, nello stesso anno di Roberto Baggio.
«Avevamo 18 anni. Lo convinsi a lasciare il ritiro per venire a Serramazzoni a sentire un concerto di Vasco Rossi. C’erano meno di duecento persone. Noi non eravamo ancora noi, e lui non era ancora Vasco. Come talent scout nella musica avrei avuto un fiuto pazzesco».
Com’era il giovane Baggio?
«Un genio, ci capivamo al volo, dentro e fuori dal campo. Giocare con lui era incredibile, riusciva a stupirmi ogni volta. Vedeva cose che gli altri non vedevano. Non ci potevo credere».
Nel 1988 lei rischiò di giocare anche con Maradona al Napoli.
«Era praticamente fatta, la Fiorentina aveva già l’accordo con Ferlaino, ma io puntai i piedi. L’Inter era una squadra in costruzione e io decisi di aspettare la chiamata. Chissà che casini avremmo combinato in giro per Napoli insieme a Maradona. Per lui non sarebbe stato un problema, vista la sua classe, ma a me toccava correre».
Quando arrivò all’Inter era già tifoso nerazzurro. Da dove nasceva la sua passione?
«Mio papà mi portava a vedere il Milan, ma mia madre era una grande tifosa interista, il suo idolo era Facchetti. E la mamma è sempre la mamma. Gliel’ho fatto conoscere, Giacinto. È venuto al funerale di mio padre».
E chi era il suo idolo da bambino?
«La verità è che non era nessuno. Una volta me lo ha chiesto Oriali, io non sapevo cosa rispondere e ho detto: Tardelli. Lui me l’ha subito presentato! Gli ho detto che guardando lui mi ero inventato le incursioni senza palla, ma non so mica se è vero».
Il suo trasferimento all’Inter costò oltre sette miliardi di lire e le garantì uno stipendio altissimo. Come la accolsero i compagni?
«All’inizio non mi volevano tanto bene. Zenga, Ferri, Bergomi mi guardavano un po’ così, perché ero quello ricco. Poi siamo diventati amici».
I tifosi cantavano: «Nicola Berti facci un gol».
«Ero il primo centrocampista a cui dedicavano un coro da goleador. Quest’anno non sono ancora stato a San Siro, ma la prima volta che ci andrò, magari anche da solo, voglio andare in curva. Sto meglio lì che in tribuna. Qualche anno fa ci ho portato mio figlio, è stato stupendo».
Dopo Inter-Fiorentina ci sarà la trasferta a Venezia. La squadra di Davide Nicola ha appena battuto il Napoli: l’Inter deve preoccuparsi?
«L’Inter non deve preoccuparsi mai! Pensando a Venezia, mi viene in mente una partita di Coppa Italia, nell’agosto del 1995. Roberto Carlos segnò un gol incredibile, dei suoi. Dopo tanti anni, mi sembra ancora incredibile che Hodgson non lo volle tenere all’Inter. Che grande campione che era».
Sabato prossimo ci sarà il derby in casa del Milan, il primo dopo la morte del suo amico Franco Baresi.
«Mi manca tantissimo Franco. Purtroppo, quando è successo, ero all’estero e non sono riuscito a tornare in Italia in tempo per il funerale. A Usa ’94 eravamo in stanza insieme, si arrabbiava perché fumavo il sigaro, io invece con lui non mi arrabbiavo mai, perché era impossibile arrabbiarsi con lui. In campo nei derby ci odiavamo, ma fuori eravamo fratelli. Abbiamo perso un gigante».