BERGAMO - Trovate un'altra squadra che sappia segnare tre gol alla migliore difesa del campionato, dopo essere stata sotto di due (a zero) dopo 11 minuti. Trovate altri giocatori che sappiano ricominciare ogni volta come se nulla fosse, rimontando quasi sempre. Trovate un'altra Atalanta, ma non ci riuscirete.
La settima rimonta dei bergamaschi spiega un'attitudine anche psicologica, un atteggiamento che può anche nascere da un errore (i gol concessi agli avversari), ma che si trasforma ogni volta in forza, in sicurezza. "La mia squadra sa talmente bene cosa fare, che ho quasi l'impressione che non abbia più bisogno dell'allenatore" ha detto Gian Piero Gasperini dal suo box in tribuna, lui squalificato e in teoria distante dall'Atalanta e invece vicinissimo, immanente. La sua battuta è un paradosso, e Gasperini lo sa: se l'Atalanta non ha quasi più bisogno dell'allenatore è perché l'ha assimilato come un cibo, come una benefica sostanza. Si può dire, infatti, che Gian Piero Gasperini sia ormai parte dell'Atalanta e viceversa.
La squadra della città più dolente e ferita d'Italia (6 mila morti ufficiali di Covid, in realtà pare siano molti di più) è diventata un simbolo, una meravigliosa eccezione. Un meccanismo perfetto con giocatori fortissimi ma "inventati", molti dei quali sconosciuti prima di arrivare a Bergamo e nel caso ripartire (come Caldara, al Milan ma poi tornato): difficile giocare così bene lontano da qui. Si parla di calcio totale, un po' della vecchia Olanda nel cuore della più pratica Europa, diciotto gol segnati dai difensori su un incredibile totale di 77, di gran lunga il miglior attacco della serie A. Chi ne ha fatti più di tutti è Gosens, l'uomo che ha innescato la rimonta contro la Lazio: 8 reti in campionato e 1 in Champions per il duttile terzino nerazzurro (ma fa anche l'esterno di centrocampo). Un altro classico dell'Atalanta è il gol di un difensore su assist di un altro difensore, un marchingegno che gli avversari conoscono e prevedono, ma non sanno evitare. Contro il Sassuolo, domenica: passaggio di Caldara, gol di Djimsiti, due centrali.
Nell'anno del suo miglior risultato in A (terzo posto), torneo 2018/19, l'Atalanta alla fine realizzò 77 reti, primato assoluto, proprio come adesso che però di giornate ne sono state giocate appena 27. "Credevo in questa impresa, ma che sofferenza in tribuna!" ha detto ancora Gasperini, confermando un'altra caratteristica della squadra: una grandissima fiducia nelle proprie possibilità. Che stia stravincendo oppure perdendo, l'Atalanta si comporta sempre allo stesso modo: cerca verticalità e memoria nei gesti, e questi si formano come una scienza, un'equazione. Il calcio, materia volubile e liquida, per la Dea alla quinta vittoria consecutiva prima e dopo la pandemia sta diventando una scienza esatta. Trovate un'altra squadra così. Non per nulla, nessuno si augura di trovarla, soprattutto in Champions. Lo diciamo adesso: e se l'Atalanta la vincesse?
La settima rimonta dei bergamaschi spiega un'attitudine anche psicologica, un atteggiamento che può anche nascere da un errore (i gol concessi agli avversari), ma che si trasforma ogni volta in forza, in sicurezza. "La mia squadra sa talmente bene cosa fare, che ho quasi l'impressione che non abbia più bisogno dell'allenatore" ha detto Gian Piero Gasperini dal suo box in tribuna, lui squalificato e in teoria distante dall'Atalanta e invece vicinissimo, immanente. La sua battuta è un paradosso, e Gasperini lo sa: se l'Atalanta non ha quasi più bisogno dell'allenatore è perché l'ha assimilato come un cibo, come una benefica sostanza. Si può dire, infatti, che Gian Piero Gasperini sia ormai parte dell'Atalanta e viceversa.
La squadra della città più dolente e ferita d'Italia (6 mila morti ufficiali di Covid, in realtà pare siano molti di più) è diventata un simbolo, una meravigliosa eccezione. Un meccanismo perfetto con giocatori fortissimi ma "inventati", molti dei quali sconosciuti prima di arrivare a Bergamo e nel caso ripartire (come Caldara, al Milan ma poi tornato): difficile giocare così bene lontano da qui. Si parla di calcio totale, un po' della vecchia Olanda nel cuore della più pratica Europa, diciotto gol segnati dai difensori su un incredibile totale di 77, di gran lunga il miglior attacco della serie A. Chi ne ha fatti più di tutti è Gosens, l'uomo che ha innescato la rimonta contro la Lazio: 8 reti in campionato e 1 in Champions per il duttile terzino nerazzurro (ma fa anche l'esterno di centrocampo). Un altro classico dell'Atalanta è il gol di un difensore su assist di un altro difensore, un marchingegno che gli avversari conoscono e prevedono, ma non sanno evitare. Contro il Sassuolo, domenica: passaggio di Caldara, gol di Djimsiti, due centrali.
Nell'anno del suo miglior risultato in A (terzo posto), torneo 2018/19, l'Atalanta alla fine realizzò 77 reti, primato assoluto, proprio come adesso che però di giornate ne sono state giocate appena 27. "Credevo in questa impresa, ma che sofferenza in tribuna!" ha detto ancora Gasperini, confermando un'altra caratteristica della squadra: una grandissima fiducia nelle proprie possibilità. Che stia stravincendo oppure perdendo, l'Atalanta si comporta sempre allo stesso modo: cerca verticalità e memoria nei gesti, e questi si formano come una scienza, un'equazione. Il calcio, materia volubile e liquida, per la Dea alla quinta vittoria consecutiva prima e dopo la pandemia sta diventando una scienza esatta. Trovate un'altra squadra così. Non per nulla, nessuno si augura di trovarla, soprattutto in Champions. Lo diciamo adesso: e se l'Atalanta la vincesse?