Atalanta-Ajax, il battesimo 'maliconico' del nuovo stadio Champions
dal nostro inviato
Enrico Currò
Il Gewiss Stadium (ansa)
Il presidente Percassi ha speso per adeguare l'impianto ai parametri Uefa. Ma per il debutto storico tra le mura amiche l'unico spettacolo sarà in campo
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BERGAMO - La pioggia torrenziale e il cielo cupo si sono aggiunti alla certezza di dovere restare rintanati in casa a guardare alla tivù la prima volta della Champions League giocata allo stadio di Bergamo, perché il coronavirus mica se n’è andato, da quella sera del 19 febbraio scorso col Valencia a San Siro con quarantamila tifosi in trasferta a Milano: la “partita zero”, etichettata tra le concause dell’esplosione del contagio a primavera. Non era soltanto così: adesso che è autunno il Covid assedia ancora l’Europa e il calcio. Gli stadi non c’entrano più nulla: sono vuoti da mesi, a parte la parentesi esangue dei mille spettatori. Ma se i bergamaschi aspettavano Atalanta-Ajax di stasera come un evento catartico, almeno simbolicamente risarcitorio delle sofferenze di città e provincia travolte dalla pandemia, perfino i segnali atmosferici della vigilia si sono incaricati di disilluderli. Il nuovo Gewiss Stadium – 40 milioni di euro più 1,5 di spese supplementari per l’adeguamento alla normativa Uefa - è stato edificato ormai per trequarti sull’ex Atleti Azzurri d’Italia ex Comunale ex Brumana. Nella porzione ancora da ristrutturare – che verrà abbattuta e ricostruita nell’estate 2021 - sono stati messi comunque i seggiolini, appunto come da normativa Uefa e proprio perché Bergamo potesse gustarsi la sua Champions, invece di emigrare a Milano. La famiglia Percassi, proprietaria del club, ha voluto lo sprint per la città ed è dunque particolarmente beffardo che il battesimo si celebri nel deserto.
La partita si giocherà: la Champions rimane l’unico spettacolo globale che sopravvive alla chiusura degli spettacoli locali. L’Atalanta conserva metaforicamente la sua missione, il senso della sua resistenza attiva e della voglia di non arrendersi ai problemi enormi del ciclone sanitario. Fuor di metafora, però, molte cose sono cambiate in questi otto mesi. Per cominciare, il coronavirus è ormai lo sfondo di ogni partita, il compagno di ogni squadra di ogni città. Gli olandesi stessi, che arrivano a Bergamo con l’Ajax simbolo della loro scuola calcistica, osservano allarmati i guai di un club di primo piano come il Psv Eindhoven nel caos per il Covid. Hanno appena festeggiato con enfasi non illogica il ritorno all’attività in Eredivisie - campionato che in aprile fu chiuso in anticipo per coronavirus - di un attaccante belga del Willem II Tilburg: Elton Kabangu, 22 anni, a fine luglio era in terapia intensiva. Questa “normalità” del Covid nel calcio finisce per restituire un po’ di normalità anche alla partita di Bergamo. E’ proprio il desiderio di una partita “normale” che la fa ridiventare tecnica, gioco, tattica, perfino business. Ridiventa il duello tra la squadra che ha stupito il mondo nella scorsa edizione del torneo, l’Atalanta uscita a un soffio dalla semifinale, e quella che l’anno prima era uscita a un soffio dalla finale, l’Ajax intrusa tra le inglesi. Ridiventa il duello tra Gasperini, cresciuto nel mito dell’Ajax di Cruyff, e i nipoti di Johan fuoriclasse eterno guidati da Ten Hag, ennesimo discepolo della scuola di Amsterdam. Ridiventa il duello tra il laboratorio tattico della serie A, l’avanguardia gasperiniana dell’offensivismo come rischio calcolato per segnare un gol in più degli avversari, e il laboratorio tattico d’Europa, terreno di sperimentazioni proibite in campionati più equilibrati dell’Eredivisie, dove è possibile un risultato come il 13-0 dell’Ajax sabato scorso al Venlo.
La vetrina del Papu Gomez
Ridiventa, infine, il duello tra due club che non derogano mai dall’equilibrio dei conti: l’Atalanta ha incassato 57,7 milioni dal favoloso percorso nella Champions 2019-20, ma ha studiato una campagna acquisti in cui il rafforzamento è passato anche attraverso le cessioni, l’Ajax ha chiuso con un attivo di 20,3 milioni il bilancio della scorsa stagione, malgrado il crollo del fatturato per la crisi Covid (-39,19 milioni, da 199,5 a 162,29). A ben vedere, comunque, un elemento unificante e destabilizzante al tempo stesso, in questa partita c’è. Non si chiama Ilicic, campione redivivo assetato di gol per santificare il ritorno, ma Gomez: il numero 10 argentino catalogato come tuttocampista, l’uomo ovunque in campo come uomini ovunque erano i tuttocampisti del calcio totale dell’Ajax, e tuttavia anche anarchico, perché capace di invenzioni che escono da qualunque schema. Il Papu viaggia per i 33 anni e ha un grande cruccio: non quello di essere uscito sul più bello del quarto di finale di Lisbona col Psg o di non essere finito in un grande club, perché la Champions la sta rigiocando con l’Atalanta. Il suo grande cruccio è di essere ancora una riserva nell’Argentina. Dove ha debuttato solo nel 2017 e dove ha messo in fila finora appena quattro presenze, due delle quali sono spezzoni. Un’unica volta, sempre nel 2017 nelle qualificazioni mondiali contro il Perù (0-0 alla Bombonera), fu schierato accanto a Messi dall’allora ct Sampaoli. Due settimane fa il nuovo ct Scaloni non lo ha fatto nemmeno alzare dalla panchina contro Ecuador e Bolivia. Ma Gomez è uno tenace e aspetta a novembre le partite con Paraguay e Perù. Atalanta-Ajax, stasera, è tante cose: anche una vetrina per campioni trascurati.