Zenga si faccia venire un'idea o per il Cagliari saranno guai
di ENRICO SISTI
Walter Zenga (ansa)
L'esordio dell'Uomo Ragno sulla panchina dei sardi non è stato fortunato. Il ko contro il Verona allunga la serie negativa. Gli alibi non mancano, ad iniziare dalle assenze. Bisogna in fretta cambiare marcia
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Non che Zenga potesse fare molto di più. O sperare di più. Il 3 marzo scorso, dopo la sconfitta casalinga del Cagliari contro la Roma (3-4), aveva ereditato da Maran una squadra scollata, allo sbando, s'era caricato sulle spalle uno spogliatoio spaccato e una società nel più totale imbarazzo, incapace di assorbire i guai perché prima, fatto peraltro comprensibile, non aveva capito granché di quell'improvviso successo, di felicità agonistica. Nel contratto di Zenga, non scritte, c'erano alcune postille: guarda che Maran pochi mesi prima stava per essere paragonato a un messia, a dicembre lo davano addirittura come una possibile, futura alternativa di Inzaghi alla Lazio. C'era anche scritto: guarda che adesso sono cavoli tuoi perché quei giorni ormai sono andati. Ad un certo punto, il Cagliari volava, dopo le prime due partite di campionato non aveva più perso, era in zona Champions, sognava e, quel che più stupiva, aveva assunto una condotta sicura, da gruppo collaudato, esperto. Cosa che non poteva essere, per quanto in campo ci fosse Nainggolan, per quando Joao Pedro là davanti, e nonostante le frequenti belle prestazioni di Rog, Pisacane, Cigarini, Pellegrini.
Aveva vinto a Napoli, a Bergamo, aveva travolto la Fiorentina. Ma quanto a lungo saremmo tutti andati avanti prima di riaprire gli occhi? Poco. Lentamente, a cominciare da quella rimonta della Lazio in Sardegna, l'effetto Maran è finito. Zenga è arrivato quando si sarebbe dovuto cominciare a stringere le fila, a ripensare. Doveva, Zenga, recuperare lo spirito di squadra. E' arrivata la pandemia, la chiusura, le paure. E il Cagliari si è addormentato fra le insicurezze dell'ultimo suo periodo, fatto di litigate senza frontiere, di Maran che deve in un solo momento gestire i capricci di Castro, l'affare Nandez e il caso Pavoletti e non ce la fa. La somma degli strappi al tessuto societario ha portato a tre mesi senza vittorie, dopo un autunno di armonici violini.
Zenga non è un liquidatore di problemi, non è un luminare della panchina, non è una certezza con la quale puoi serenamente affrontare l'ultima parte di stagione, cercando la salvezza, che per il Cagliari non è ancora in discussione, certo, ma potrebbe cominciare ad esserlo, se qualcosa non cambia, se dalla guida tecnica non arriva un segnale. Zenga è un nome. Ha rabbia, motivazioni. Ha sempre un'aria giovanile, nonostante i suoi 60 anni. Costa poco ed è un hombre vertical, coerente, che si era già tagliato lo stipendio prima di iniziare a lavorare in Sardegna in prospettiva lockdown, d'accordo col presidente Giulini. Forse però non sa come far girare un sistema. Gestore? A Verona, per il suo debutto sulla panchina sarda, Zenga ha presentato un Cagliari con la difesa a tre (3-5-2), non aveva Nainggolan, né Joao Pedro. Prudente. Avrà pensato: vediamo che succede. Si è ritrovato sotto di due reti (entrambe di Di Carmine) dopo meno di mezz'ora. Sembrava un ritorno mesto del Cagliari e un ancor più mesto debutto di Zenga. Che non è mai stato uno da programmi a lunga scadenza. Finora le sue panchine italiane (Catania, Palermo, Sampdoria, Crotone, Venezia) non sono mai durate più di una stagione, spesso meno.
Faceva caldo al Bentegodi. I giocatori si sono dannati nella prima parte. Borini s'è fatto espellere per un piede tenuto troppo alto sulla gamba di Rog. Simeone ha accorciato. La differenza si poteva (e doveva) fare negli spogliatoi, mentre il Verona era lì a domandarsi come rimediare al danno dopo che la partita sembrava già vinta, soprattutto per quell'avvio ad alta intensità. Un lavoro di testa, per meglio sfruttare la superiorità numerica. Zenga saprà stimolare e convincere i suoi ad alzare il baricentro per andare a riprendersi il match e spiegargli come fare? In versione allenatore, Zenga non ha mai avuto un gran feeling col calcio italiano. Esattamente trent'anni fa era forse uno dei più forti portieri del mondo. A Italia '90 non prese una sola rete, finché non beccò quella che non avrebbe mai dovuto beccare (Caniggia). Da tecnico ha fatto la sua fortuna pescando nel semi-torbido universo dei campionati dell'est europeo. In due anni ha vinto due titoli, il primo in Romania con la Steaua (2005), il secondo in Serbia con la Stella Rossa (2006). Luci e ombre. Le sue ultime cinque esperienze in panchina le ha infatti chiuse con tre esoneri e due rescissioni consensuali. Ultimi incarichi con Crotone e Venezia. Non proprio un cammino da Oscar.
Il Cagliari è partito forte nella ripresa. Qualcosa si sono detti. Resta alto augurandosi che il Verona, che è in zona Europa, resti contestualmente basso, nonostante Zaccagni sia stato chiamato da Juric a fare pressing alto al posto di Di Carmine, stremato, o a portare palla per far respirare i suoi. Il Cagliari non sfrutta l'occasione con l'uomo in più. Si addensa nell'area avversaria, ma lo fa da squadra ferma, impagliata. Manca la luce con la palla ai piedi (ci prova Nandez che si sdoppia ma non basta) e soprattutto manca il buon senso che dovrebbe indicare un'altra strada: allargare la difesa del Verona, che difende con sette giocatori di movimento, più Badu e Zaccagni. Ma per fare questo bisognerebbe correre il doppio e aumentare la velocità del giro palla. O augurarsi che qualcuno salti l'uomo. Altrimenti ci si schiaccia. Purtroppo il Cagliari non ha le qualità in campo. Senza Nainggolan e Joao Pedro è impari. Zenga punta sui rincalzi: fa entrare Mattiello, Birsa e Paloschi. Poi Cigarini si fa buttare fuori. Svanisce la superiorità numerica. Forcing finale. Non basta. No. Zenga non poteva fare di più. La strada è lunga, tortuosa, forse non porta da nessuna parte, nella migliore delle ipotesi questo suo Cagliari può salvarsi. Ma per riuscirci, con Fiorentina, Torino e Udinese che stanno per mangiarselo in classifica, deve chiedere aiuto. A Nainggolan, a Pedro e a Zenga stesso. Che si faccia venire un'idea. Martedì ci proveranno con la Spal, sempre fuori casa.