Claudio Ranieri: “Io, sempreverde del calcio. Il Cagliari sarà la mia ultima squadra”
dal nostro inviato Emanuele GambaClaudio Ranieri
SAINT-VINCENT — Claudio Ranieri ha un sorriso che ne eterna il volto e una luce negli occhi che non invecchia mai. “Ogni mattina mi trucco, mi imbianco i capelli, me ne tolgo qualcuno” scherza, con la sua risata fresca.
Ha passato i settanta, Ranieri. Non è stanco, o stufo?
“Finché lavoro sono pimpante. Allenare mi tiene giovane, al passo con i tempi”.
È sicuro di non rappresentare invece un calcio che non c’è più?
“Io cambio come cambia il calcio. Mi adeguo, mi aggiorno, non mi sento distante dalle ultime tendenze. Forse la mia forza è proprio il cambiamento. Mi sento un allenatore moderno, un allenatore europeo, e in più ho un’esperienza che la dice lunga e che serve eccome”.
Non teme il confronto con una generazione distante?
“Lo vedremo in campo, se è distante. Il mio calcio è vincere. È difendere bene e attaccare meglio. È conoscere bene la propria squadra, saperne i limiti e non mandarla allo sbaraglio. Il calcio è semplice, sono gli allenatori che lo rendono difficile…
SAINT-VINCENT — Claudio Ranieri ha un sorriso che ne eterna il volto e una luce negli occhi che non invecchia mai. “Ogni mattina mi trucco, mi imbianco i capelli, me ne tolgo qualcuno” scherza, con la sua risata fresca.
Ha passato i settanta, Ranieri. Non è stanco, o stufo?
“Finché lavoro sono pimpante. Allenare mi tiene giovane, al passo con i tempi”.
È sicuro di non rappresentare invece un calcio che non c’è più?
“Io cambio come cambia il calcio. Mi adeguo, mi aggiorno, non mi sento distante dalle ultime tendenze. Forse la mia forza è proprio il cambiamento. Mi sento un allenatore moderno, un allenatore europeo, e in più ho un’esperienza che la dice lunga e che serve eccome”.
Non teme il confronto con una generazione distante?
“Lo vedremo in campo, se è distante. Il mio calcio è vincere. È difendere bene e attaccare meglio. È conoscere bene la propria squadra, saperne i limiti e non mandarla allo sbaraglio. Il calcio è semplice, sono gli allenatori che lo rendono difficile”.
Lo diceva Crujiff: la cosa più difficile è giocare un calcio semplice.
“È esattamente così. E comunque il calcio non ha una sola natura. Noi andiamo dietro alla tattica, all’estero molto meno: e allora, dov’è la verità? Ognuno ha il suo libro, poi i risultati dicono se sei sorpassato o no. Per quanto mi riguarda, mi sento un sempreverde”.
Ma non può durare in eterno, no?
“Infatti ho deciso che il Cagliari sarà l’ultima squadra che allenerò. Farei un’eccezione soltanto per un nazionale intrigante, e preciso che non mi sto candidando alla panchina azzurra”.
Quindi il prossimo campionato sarà la sua last dance?
“Calma. Ho detto che il Cagliari sarà la mia ultima squadra, ma non per quanto lo sarà. Magari resisto vent’anni. Scherzi a parte, questo è il posto giusto per smettere, mi sento di chiudere finalmente un cerchio”.
Perché ha scelto di finire proprio a Cagliari?
“Perché qui è cominciata la mia carriera, perché quando il Cagliari mi chiamò puntando su un giovane senza esperienza, 35 anni fa, era la scommessa della mia vita. Potevo bruciarmi, all’epoca neanche sapevo se avrei fatto l’allenatore. Cominciammo con l’idea di provare a tornare in B nel giro di un paio di d’anni, invece in quei due anni passammo dalla C alla A. Da allora ho Cagliari dentro”.
Eppure quando l’hanno richiamata, a dicembre, lei ha esitato. Perché?
“Perché questa era l’isola dei miei ricordi felici e avevo paura di rovinarli, oltre che di tradire la passione e l’amore che questa gente ha. Ma hanno insistito, Riva ha detto delle cose, suo figlio ha continuato a mandarmi messaggi, così ho pensato che non dovevo essere egoista, non pensare a me stesso ma a un popolo che in quel momento era in difficoltà. E allora mi sono buttato a capofitto”.
Riva cosa ha detto?
“Prima che venissi, una sola cosa: Ranieri è uno di noi”.
E dopo?
“L’ultima volta mi ha chiamato mentre stavamo entrando nello spogliatoio di Bari, la sera della finale play-off: dì ai ragazzi che hanno tutto il nostro popolo con loro. È stata come una benedizione”.
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Che Serie A ritrova?
“Siamo gli ultimi arrivati e ci siamo arrivati con l’ultimo pallone del campionato. Ci sarà da soffrire, ma siamo pronti. Fortunatamente ho un gruppo magnifico e una società organizzata”.
Chi segue la Serie A è contentissimo di ritrovarci lei: si è mai chiesto perché tutti le vogliono bene?
“Credo che sia perché do rispetto e di conseguenza ne ricevo. Eppure sono chiuso, non espansivo, pur essendo romano. Sono uno di quei pochi romani che si tengono tutto dentro, anche se qualche volta mi avete visto emozionarmi in pubblico”.
Non si sente un personaggio diverso dalla norma?
“Ma no. Però è vero che sono stato apprezzato anche quando non ho vinto, forse perché non mi sono mai tirato indietro. Mi dicono che c’è sempre stato affetto ovunque, o qualcosa del genere. E poi forse conta il fatto che mi sono sempre comportato bene, che se perdo perché gli altri hanno giocato meglio lo riconosco, che non cerco scuse, che non corro dietro all’arbitro per dare la colpa a lui o magari alla pioggia”.
Quindi vincere è secondario?
“No, il risultato è la prima cosa. Ma ai giocatori dico: se date tutto, accetto qualunque verdetto. La cosa più importante è avere la coscienza a posto. Ecco: la vittoria è dare tutto e avere la coscienza a posto. Io tante volte non l’ho avuta, anch’io posso essere più o meno in vena, ma lo si riconosce e si ricomincia. A me piace avere feeling con i ragazzi che alleno, do e pretendo sincerità e voglia di reciproca conoscenza”.
Perché alla fine dello spareggio per la A rimproverò i suoi tifosi che stavano sbeffeggiando quelli del Bari?
“Perché non c’era motivo di sfotterli. Il Bari era stato un avversario leale, andava rispettato e mi auguro che i miei tifosi lo facciano sempre. Capisco i cagliaritani, da decenni in tutta Italia gli urlano pecore, pastori, banditi. Ne ho sentite di cotte e di crude. Ma che importa: facciamo il tifo per noi, spendiamo energie per sostenere i nostri, degli altri non ci deve interessare”.
Lei ha realizzato una delle imprese più incredibili della storia del calcio, vincere la Premier con il Leicester. Perché non si è fermato lì e ha preferito invece ripartire dal basso?
“Perché io dimentico. Cosa fatta capo ha. Quell’impresa l’ho messa da parte, per me il campionato vinto a Leicester vale quanto la promozione con il Cagliari, le coppe con il Valencia o il secondo posto con Roma. Forse me la godrò veramente soltanto quando avrò smesso. Sono molto pragmatico, molto concreto, non vivo di ricordi. Vivo di domani”.
Come sarà?
“Me lo aspetto difficile. Servirà molta umiltà, sapendo che dobbiamo giocare a mille. Abbiamo avuto i seri infortuni di Rog e Lapadula ma non mi fascio la testa. Sono fatalista: evidentemente era il momento di altri. Luvumbo, per esempio, ha il futuro davanti”.
Si aspetta qualche trappola dai suoi giovani colleghi?
“Sono contento che quasi tutte le squadre cambino sistema di gioco molto spesso. Quando lo facevo io, passavo per quello che sbagliava formazione. Ma capisco che i giovani vogliano mordere le caviglie di noi anziani. Io andai al Napoli che avevo quarant’anni e le mordevo eccome”.
Ci sarà una cosa che non le piace, del calcio di oggi?
“Non sopporto che per forza di cose si debba iniziare l’azione dal basso. Non lo capirò mai. Tanto poi tutti studiamo come impostano e cerchiamo subito di rubare palla. All’oratorio giocavo a basket e il gioco era prendere e tirare: perché devo tenere per ore la palla invece di farla arrivare il prima possibile a quelli che negli ultimi 20 metri fanno la differenza? L’azione più bella è rinvio del portiere, tiro, gol. Rapido e indolore”.