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Della Valle e la fabbrica di allenatori: da Prandelli a Sousa, feeling a orologeria

La Fiorentina abituata a vivere all'ombra delle big per incassi e risultati, da anni ha imparato a scegliere bene i suoi tecnici. Storie d'amore che spesso finiscono in tensioni e dolorose fratture. Il portoghese tradito dal mercato: anche un trasloco così può far temere l'addio

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FIRENZE - Serve un cuore allenato. Perché è calcio, perché è Firenze, perché dondolandosi nella culla dell'arte rinascimentale i fiorentini hanno imparato ad amare il bello e a creare passioni forti e definitive prima di entrare in rotta di collisione con i loro miti, quelli tanto amati, quelli intoccabili che a un certo punto apparivano sulle pagine dei giornali alla voce "Contratto alla Ferguson", che poi vuol dire più o meno "a Firenze a vita", e poi sparivano all'improvviso, inghiottiti da improvviso grigiore. E dai diktat di Diego Della Valle, soprattutto. Benvenuti nella città che insegue i suoi sogni, quella che da anni vive mezzo passo sotto quelli veramente ricchi, incassando un terzo dai diritti tv e in realtà facendosi notare per spirito, gioco e ambizioni, dividendo la propria anima in una lacerazione interiore: frustrarsi per essere sempre a un metro dalla grandezza senza mai fare quel mezzo passo o godere dei vantaggi di una vita da quasi ricco senza tirare avanti di rimpianti? Per dire: quello dei Della Valle è un vorrei ma non posso o un posso ma non voglio? Forse è semplice fair play finanziario, quello che stordisce le aspirazioni ma rende sano il bilancio. E se non è logico pensare che i tifosi organizzino un corteo per festeggiare una plusvalenza, è normale chiedersi perché questo tema torni fuori con forza parlando di allenatori e perché questa idea del mezzo metro che manca al sogno nasce dai conflitti che nel tempo si sono susseguiti tra proprietà e tecnici, partendo da un assioma: i Della Valle con gli allenatori ci hanno "quasi" sempre visto giusto. Creandoli, supportandoli, scontrandocisi per poi trovarseli dall'altra parte della barricata, praticamente in curva. E da lì le rotture, alcune dolorosissime, altre chirugiche. E se oggi la Curva Fiesole (non tutta, ma una bella fetta) fa un comunicato accusando la società di aver strappato via le emozioni dal cuore della gente, salvando da questa accusa sia Paulo Sousa che Pantaleo Corvino, viene da pensare che ci sia il rischio di una nuova puntata. Non ora, chiaro, ma magari più in là. Sousa da parte sua lavora e va avanti per la sua strada.

La Fiorentina gli ha venduto Alonso senza reinvestire nemmeno una parte dei 27 milioni incassati dal Chelsea. Ma il tecnico accetta la sfida, ha un contratto fino a giugno e poi si vedrà. A lui era dispiaciuto il fatto che a gennaio, con la squadra seconda in classifica e in lotta con l'Inter per il primato, la società non avesse mosso foglia sul mercato. Figuranti e difensori con la sciatalgia (Banalouane) capaci di collezionare zero presenze. Sousa si è un po' intristito, e la squadra con lui. Malinconia. Le sue parole deluse non sono piaciute a Mario Cognigni, l'occhio e la voce di Diego Della Valle, che a un certo punto deve avergli chiarito il concetto: lei si occupi del campo, noi pensiamo al resto. Il ritorno di Corvino ha ridato a Sousa qualche respiro di fiducia, ma un mercato mirato a ripianare il bilancio gli ha fatto capire che a volte è meglio non dire. E così ora l'allenatore parla in pubblico della sua passione per Firenze con la voce calda da doppiatore di telenovelas e lentezza quasi zen. Tanti si chiedono: ma ci è o ci fa? E quando chiama una ditta di traslochi per trasferirsi a Bagno a Ripoli, mezzo chilometro più in là, ecco il panico mediatico ("si è dimesso"),  con reazione innervosita della società. Ma non si è dimesso, Paulo è sempre qui. E' il passato a scavare nel dubbio.

Vi ricordate Cesare Prandelli? Beh, la sua Fiorentina ballava spigliata e ambiziosa. La Champions, una semifinale di Europa League persa ai rigori. E lui che era entrato di forza nel cuore della gente. Non esisteva pubblicità di onlus che non ritraesse la sua faccia. Buono, bravo e tanto affascinante. Per lui sui giornali è già pronto un contratto "alla Ferguson". Poi però Prandelli "blocca" la cessione di Mutu alla Roma (24 milioni). E non solo: un giorno arriva in sala stampa e dice di non credere al progetto della "Cittadella viola" e al nuovo stadio, che comunque è ancora lì in attesa di conoscere il suo destino. Il feeling è rotto. La squadra lo capisce e gli gioca contro. Prandelli non è più un "santo" ma viene mediaticamente trasformato in traditore. Dopo di lui arriverà Mihajlovic e la Fiorentina tornerà triste. Fino a Montella. Gioco e divertimento. Gomez, Rossi e altri sogni. Rispunta l'idea del contratto "alla Ferguson".  Poi arriva una finale di Coppa Italia persa col Napoli in una notte drammatica e un'altra semifinale di Europa League consegnata al Siviglia tra i fischi. Montella dice che più di così è difficile fare, che è finito un ciclo. E così, dentro uno strano silenzio, viene cacciato per scarsa empatia con la proprietà. I tifosi assistono muti. Mah. Arriva Sousa e si ricomincia. La Fiorentina schizza in alto, Montella è dimenticato e Firenze sogna ancora, immersa nella sua bellezza e nel suo orgoglio. Ma stare tra i grandi costa. E' tempo di rientrare. Gomez e Rossi pesano come macigni sul bilancio. Seguono comunicati, falsi scoop e discussioni infinte sui social. C'è perfino chi invoca Cecchi Gori e chi ipotizza che i Della Valle abbiano trovato un socio nel far east per il nuovo stadio (sempre lui) e per la società, magari pensando a un prossimo passaggio di mano. Sousa nel frattempo riflette: difesa a 3 o a 4? Quello deve fare. Nessuno ha ancora ipotizzato per lui un contratto "alla Ferguson". Facendo due conti sembra una buona notizia.
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