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Inter, la babele di Mancini: in campo undici nazionalità diverse

I nerazzurri hanno affrontato il Sassuolo con uno schieramento iniziale da record, uno di quei primati che di sicuro non potrà essere mai superato e al massimo eguagliato con 11 giocatori di 11 nazionalità diverse: uno sloveno, un ghanese, un italiano, un serbo, un brasiliano, un cileno, un colombiano, uno svizzero, un croato, un tedesco e un argentino
di ANDREA SORRENTNO

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MILANO  -  Potrebbe essere l'inizio di una barzelletta molto articolata, e chissà se fa ridere o no: ci sono uno sloveno, un ghanese, un italiano, un serbo, un brasiliano, un cileno, un colombiano, uno svizzero, un croato, un tedesco e un argentino... e tutti insieme perdono, anzi straperdono 3-1 (guarda i gol) , contro una squadra quasi tutta italiana, e assai più umile, chiamata Sassuolo. Già. Fierissimamente fedele al suo nome, che da quasi 107 anni è Football Club Internazionale Milano, l'Inter ha affrontato il Sassuolo con uno schieramento iniziale da record, uno di quei primati che di sicuro non potrà essere mai superato e al massimo eguagliato, ma ci vorrà molta fantasia: 11 giocatori di 11 nazionalità diverse, cioè quelle che abbiamo elencato all'inizio e che corrispondono ai nomi di Handanovic  - Donkor, Vidic, Ranocchia, Dodò  - Medel, Guarin  -  Shaqiri, Kovacic, Podolski  -  Palacio. Nella ripresa sono subentrati un altro argentino (Icardi, al posto di Podolski), un altro croato (Brozovic, al posto di Vidic) e infine un rumeno (Puscas, al posto di Palacio). E dato che è Internazionalissima, giova ricordare che in panchina c'era pure un nigeriano (Obi) e che tra gli indisponibili figurava un giapponese (Nagatomo). Dunque la rosa dell'Inter conta giocatori di 14 nazionalità diverse (per tacere di quelli con doppia nazionalità, tipo il tedesco-polacco Podolski o il kosovaro-svizzero Shaqiri), e infilandoci anche un presidente indonesiano (Erick Thohir) e un Ceo inglese (Michael Bolingbroke) si arriva a sedici, in rappresentanza di quasi tutti i continenti, con l'eccezione del Nordamerica e dell'Oceania. La rappresentanza italiana, com'è noto, è piuttosto sparuta: al capitano Ranocchia fanno compagnia i soli Andreolli e D'Ambrosio, più il terzo portiere Berni, che ora saranno raggiunti dal cavallo di ritorno Santon.
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C'è chi da sempre sostiene che un simile guazzabuglio di nazionalità sia l'origine dei mali dell'attuale Inter: troppe mentalità diverse, e troppo sparpagliate, senza un sentire comune, e ormai anche senza un blocco di riferimento, visto che la vecchia guardia argentina è stata spazzata via nell'ultimo anno. L'Inter sarebbe una squadra senza identità culturali di sorta, esposta a ogni vento, e in cui l'assenza di un forte punto di vista italiano complica tutto. I pessimi risultati sportivi sembrano proprio dare ragione a questa visione, e anche la Bibbia, per chi le crede o per chi le si ispira, racconta la storia della Torre di Babele, dove a un certo punto iniziarono tutti a parlare lingue diverse e non riuscirono più a costruire la torre che doveva issarsi verso il cielo fino a toccare Dio. Le cose non stanno esattamente così, o almeno non completamente.
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L'identità italiana all'Inter sarà pure flebile ma è comunque rappresentata dalla guida tecnica, cioè Mancini e il suo staff e prima di lui Mazzarri, e dagli italianissimi dirigenti Fassone (dg) e Ausilio (dt), mentre per quanto riguarda lo spogliatoio è più unito di quanto si pensi, anche se ovviamente nel tempo libero si divide per aree culturali, e non potrebbe che essere così. Diciamo allora che l'Internazionale di questi tempi è un gruppo molto composito di gente che arriva da ogni parte del mondo e sta cercando faticosamente di trovare una propria identità, e chissà se la troverà, perché poi al di là delle questioni etniche, nel calcio come in ogni sport contano anche altre storie, come la bravura degli interpreti. Ma l'internazionalità, nonostante il singolarissimo record stabilito contro il Sassuolo, non è detto che sia un difetto, o un ostacolo al conseguimento di successi sportivi. Basti ricordare questa formazione che l'Inter schierò il 22 maggio del 2010: Julio Cesar - Maicon, Lucio, Samuel, Chivu  -  Zanetti, Cambiasso  -  Pandev, Sneijder, Eto'o  -  Milito. Erano tre brasiliani, quattro argentini, un camerunense, un macedone, un olandese e un rumeno. Nella ripresa entrarono un serbo (Stankovic), un ghanese (Muntari) e un italiano (Materazzi), mentre l'italobrasiliano Thiago Motta non partecipò perché squalificato. In panchina c'era un portoghese piuttosto noto, chiamato Josè. Tutti insieme appassionatamente, e legatissimi da un sentire che mai fu più comune, batterono il Bayern a Madrid, nella finale di Champions League. United colours of Inter. Ai bei tempi, era stupendo avere un arcobaleno dentro casa.
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