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C'è chi da sempre sostiene che un simile guazzabuglio di nazionalità sia l'origine dei mali dell'attuale Inter: troppe mentalità diverse, e troppo sparpagliate, senza un sentire comune, e ormai anche senza un blocco di riferimento, visto che la vecchia guardia argentina è stata spazzata via nell'ultimo anno. L'Inter sarebbe una squadra senza identità culturali di sorta, esposta a ogni vento, e in cui l'assenza di un forte punto di vista italiano complica tutto. I pessimi risultati sportivi sembrano proprio dare ragione a questa visione, e anche la Bibbia, per chi le crede o per chi le si ispira, racconta la storia della Torre di Babele, dove a un certo punto iniziarono tutti a parlare lingue diverse e non riuscirono più a costruire la torre che doveva issarsi verso il cielo fino a toccare Dio. Le cose non stanno esattamente così, o almeno non completamente.
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L'identità italiana all'Inter sarà pure flebile ma è comunque rappresentata dalla guida tecnica, cioè Mancini e il suo staff e prima di lui Mazzarri, e dagli italianissimi dirigenti Fassone (dg) e Ausilio (dt), mentre per quanto riguarda lo spogliatoio è più unito di quanto si pensi, anche se ovviamente nel tempo libero si divide per aree culturali, e non potrebbe che essere così. Diciamo allora che l'Internazionale di questi tempi è un gruppo molto composito di gente che arriva da ogni parte del mondo e sta cercando faticosamente di trovare una propria identità, e chissà se la troverà, perché poi al di là delle questioni etniche, nel calcio come in ogni sport contano anche altre storie, come la bravura degli interpreti. Ma l'internazionalità, nonostante il singolarissimo record stabilito contro il Sassuolo, non è detto che sia un difetto, o un ostacolo al conseguimento di successi sportivi. Basti ricordare questa formazione che l'Inter schierò il 22 maggio del 2010: Julio Cesar - Maicon, Lucio, Samuel, Chivu - Zanetti, Cambiasso - Pandev, Sneijder, Eto'o - Milito. Erano tre brasiliani, quattro argentini, un camerunense, un macedone, un olandese e un rumeno. Nella ripresa entrarono un serbo (Stankovic), un ghanese (Muntari) e un italiano (Materazzi), mentre l'italobrasiliano Thiago Motta non partecipò perché squalificato. In panchina c'era un portoghese piuttosto noto, chiamato Josè. Tutti insieme appassionatamente, e legatissimi da un sentire che mai fu più comune, batterono il Bayern a Madrid, nella finale di Champions League. United colours of Inter. Ai bei tempi, era stupendo avere un arcobaleno dentro casa.