WASHINGTON - Pare di stare a San Siro e invece è il Kennedy Stadium, il "RFK", stadio storico dello sport a stelle e strisce nel Southwest di Washington. È qui, nella capitale degli Stati Uniti, - a 7mila chilometri e un oceano di distanza dalle tante difficoltà del Mancini bis sulla panchina interista, dal ko europeo e dalla sconfitta con la Samp - che fatica nel rispettivo campionato anche l'altra creatura calcistica del presidente nerazzurro Erick Thohir, comproprietario dal 2012 del Dc United, franchigia tra le più vincenti e blasonate della storia della Major League Soccer. Una delle "grandi" del calcio americano, che però non vince uno scudetto dal 2004, non attrae più i campioni come qualche stagione fa, nell'ultima giornata ha perso 2-0 in una sorta di derby contro i Red Bulls New York e il suo stesso allenatore, l'ex calciatore Ben Olsen, ha definito - con parole probabilmente familiari a tanti, nell'ambiente interista - "una squadra con poca grinta", inferiore in "intensità" e "mentalità", e costantemente "late to the game" ("in ritardo sulla palla").
Una delle società che fondarono (e la prima a vincere), esattamente 20 anni fa, la massima divisione americana, un palmares di 4 scudetti (1996, 1997, 1999 e 2004: di meglio hanno fatto solo i Los Angeles Galaxy) e l'ultimo titolo datato 2013 (la coppa nazionale, primo e per ora unico trofeo vinto nel calcio da Thohir), a dir la verità il suo campionato il Dc l'ha appena iniziato, e all'esordio casalingo è pure arrivata una vittoria (1-0 su Montreal). Ma i rossoneri di Washington sono anche già usciti dalla Coppa più importante (la Concacaf Champions League, ai quarti) e la sconfitta netta di New York pare una perfetta rappresentazione dei tempi di magra del club, oltre che l'ennesima delusione del periodo più nero dell'imprenditore indonesiano in versione dirigente sportivo, manager ambizioso con la passione (ma non troppa fortuna, per ora) per il pallone.
Tre nazionali (Hamid, Kitchen e Birnbaum) e una rosa composta per la maggior parte da americani (buoni atleti ma nulla di più), lo United è una squadra costruita con pochi soldi da spendere, troppe scommesse da indovinare e il più classico pizzico di sfortuna a complicare le cose. Coach Olsen, 37 anni, il più giovane della Major League, una vita nel DCU e già nella spedizione americana ai Mondiali del 2006, è benvoluto dalla tifoseria ma ha ancora poca esperienza.
Gli uomini gol dovrebbero essere Luis Silva e l'argentino Fabian Espindola, ma il primo è fuori per infortunio e il secondo rientrerà solo ad aprile da una delle squalifiche più lunghe della storia del soccer (decisa dalla Lega dopo che a novembre ha preso a spintoni un arbitro). In più, mentre l'ultimo mercato portava in Usa campioni stranieri del calibro di Kakà e David Villa, a Dc si sono visti arrivare solo buoni giocatori per lo più sconosciuti (il finlandese Markus Halsti e il ghanese Kofi Opare) o dell'usato sicuro come il costaricano Jairo Arrieta, in gol all'esordio. Più o meno nella stessa situazione, va detto, nel 2014 lo United era andato oltre ogni aspettativa, arrivando primo nell'East Conference con una squadra di rivelazioni e acquisti low cost, e abbandonando i sogni di gloria solo nei playoff. Quest'anno non si parla ancora ufficialmente di obiettivi, ma è chiaro che più di tanto non ci si possa aspettare. Qualcosa di più della stagione che sarà si capirà solo sabato sera, dopo il big match con i Galaxy di Keane, ma i tifosi sembrano averlo già capito: nella prima, vera partita decisiva del 2015, in casa nel ritorno dei quarti di Champions League contro i costaricani dell'Alajuelense, al RFK non erano neanche in 5mila.
Partnership con l'Inter d'oltreoceano non ancora resa operativa sul campo (a inizio stagione Thohir aveva parlato di "possibili prestiti al Dc United di alcuni giovani talenti dell'Inter, magari per giocare un po' di più", per ora ci sono stati solo alcuni allenamenti del giovane americano Michael Seaton con la primavera nerazzurra), a frenare i pensieri in grande del bi-presidente indonesiano, a Washington come a Milano, è ovviamente il discorso economico: il centinaio di milioni di debiti (e lo spauracchio del fair play finanziario Uefa) in casa Inter, e il Salary Cup della Lega americana all'ombra del Capitol Hill. Con una differenza fondamentale tra le due realtà societarie, però, che risponde alla voce stadio di proprietà. Ancora lontano il progetto di un nuovo Meazza tutto interista da 50mila spettatori (tanto dipenderà dal futuro stadio del Milan, quando e se mai ci sarà), a rendere più radioso il futuro calcistico di Washington e la capacità finanziaria dei capitolini è infatti il nuovo Buzzard Point, lo stadio gioiello da 20mila spettatori (e 300 milioni di dollari di investimento) che tra pochi mesi sorgerà sulle rive dell'Anacostia, il fiume che disegna i confini del Distretto insieme al Potomac. "Costruire e mantenere uno stadio è la priorità per tornare a vincere", è stata tra le prime dichiarazioni da presidente di Thohir, e al Dc non si è aspettato troppo a investire sul futuro del team. Nel giro di due anni il progetto è stato presentato dalla società e approvato dal Comune del Distretto di Columbia, che contribuirà alla spesa dei lavori dell'impianto con un finanziamento di 150 milioni, e dal 2017 l'Inter d'America - ma con maglia rossonera - potrà alimentare le casse del club scendendo in campo "nella nuova casa del DCU".
Una delle società che fondarono (e la prima a vincere), esattamente 20 anni fa, la massima divisione americana, un palmares di 4 scudetti (1996, 1997, 1999 e 2004: di meglio hanno fatto solo i Los Angeles Galaxy) e l'ultimo titolo datato 2013 (la coppa nazionale, primo e per ora unico trofeo vinto nel calcio da Thohir), a dir la verità il suo campionato il Dc l'ha appena iniziato, e all'esordio casalingo è pure arrivata una vittoria (1-0 su Montreal). Ma i rossoneri di Washington sono anche già usciti dalla Coppa più importante (la Concacaf Champions League, ai quarti) e la sconfitta netta di New York pare una perfetta rappresentazione dei tempi di magra del club, oltre che l'ennesima delusione del periodo più nero dell'imprenditore indonesiano in versione dirigente sportivo, manager ambizioso con la passione (ma non troppa fortuna, per ora) per il pallone.
Tre nazionali (Hamid, Kitchen e Birnbaum) e una rosa composta per la maggior parte da americani (buoni atleti ma nulla di più), lo United è una squadra costruita con pochi soldi da spendere, troppe scommesse da indovinare e il più classico pizzico di sfortuna a complicare le cose. Coach Olsen, 37 anni, il più giovane della Major League, una vita nel DCU e già nella spedizione americana ai Mondiali del 2006, è benvoluto dalla tifoseria ma ha ancora poca esperienza.
Gli uomini gol dovrebbero essere Luis Silva e l'argentino Fabian Espindola, ma il primo è fuori per infortunio e il secondo rientrerà solo ad aprile da una delle squalifiche più lunghe della storia del soccer (decisa dalla Lega dopo che a novembre ha preso a spintoni un arbitro). In più, mentre l'ultimo mercato portava in Usa campioni stranieri del calibro di Kakà e David Villa, a Dc si sono visti arrivare solo buoni giocatori per lo più sconosciuti (il finlandese Markus Halsti e il ghanese Kofi Opare) o dell'usato sicuro come il costaricano Jairo Arrieta, in gol all'esordio. Più o meno nella stessa situazione, va detto, nel 2014 lo United era andato oltre ogni aspettativa, arrivando primo nell'East Conference con una squadra di rivelazioni e acquisti low cost, e abbandonando i sogni di gloria solo nei playoff. Quest'anno non si parla ancora ufficialmente di obiettivi, ma è chiaro che più di tanto non ci si possa aspettare. Qualcosa di più della stagione che sarà si capirà solo sabato sera, dopo il big match con i Galaxy di Keane, ma i tifosi sembrano averlo già capito: nella prima, vera partita decisiva del 2015, in casa nel ritorno dei quarti di Champions League contro i costaricani dell'Alajuelense, al RFK non erano neanche in 5mila.
Partnership con l'Inter d'oltreoceano non ancora resa operativa sul campo (a inizio stagione Thohir aveva parlato di "possibili prestiti al Dc United di alcuni giovani talenti dell'Inter, magari per giocare un po' di più", per ora ci sono stati solo alcuni allenamenti del giovane americano Michael Seaton con la primavera nerazzurra), a frenare i pensieri in grande del bi-presidente indonesiano, a Washington come a Milano, è ovviamente il discorso economico: il centinaio di milioni di debiti (e lo spauracchio del fair play finanziario Uefa) in casa Inter, e il Salary Cup della Lega americana all'ombra del Capitol Hill. Con una differenza fondamentale tra le due realtà societarie, però, che risponde alla voce stadio di proprietà. Ancora lontano il progetto di un nuovo Meazza tutto interista da 50mila spettatori (tanto dipenderà dal futuro stadio del Milan, quando e se mai ci sarà), a rendere più radioso il futuro calcistico di Washington e la capacità finanziaria dei capitolini è infatti il nuovo Buzzard Point, lo stadio gioiello da 20mila spettatori (e 300 milioni di dollari di investimento) che tra pochi mesi sorgerà sulle rive dell'Anacostia, il fiume che disegna i confini del Distretto insieme al Potomac. "Costruire e mantenere uno stadio è la priorità per tornare a vincere", è stata tra le prime dichiarazioni da presidente di Thohir, e al Dc non si è aspettato troppo a investire sul futuro del team. Nel giro di due anni il progetto è stato presentato dalla società e approvato dal Comune del Distretto di Columbia, che contribuirà alla spesa dei lavori dell'impianto con un finanziamento di 150 milioni, e dal 2017 l'Inter d'America - ma con maglia rossonera - potrà alimentare le casse del club scendendo in campo "nella nuova casa del DCU".