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Sandro Mazzola, il Baffo della Grande Inter e della staffetta con Rivera compie 80 anni

Sandro Mazzola con Roberto Boninsegna
Sandro Mazzola con Roberto Boninsegna (ansa)
Figlio d'arte, ha legato la sua carriera ai trionfi nerazzurri degli anni Sessanta con Helenio Herrera. In Nazionale è stato campione d'Europa nel 1968, ma a distanza di oltre mezzo secolo fa acora parlare il dualismo con la stella del Milan ai Mondiali del 1970
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Quando a un viso e a un corpo bastava un dettaglio semplice per essere catalogati, allora non c’erano tatuaggi, non c’erano creste, non c’erano piercing, Alessandro Mazzola detto Sandro ma anche Sandrino era per tutti Baffo. Valevano, in quei ruggenti Sessanta, i soprannomi da osteria, era lo stesso per un campione del calcio o per il compagno d’officina. I baffi aiutarono questo impareggiabile campione che oggi compie ottant’anni a mostrarsi finalmente adulto, uomo fatto e finito e non più quel filo di ferro, quei 63 chili di carne magra ma con parecchio nervo, il piscinìn per sempre figlio del grande Valentino Mazzola, il fratello del dribblomane Ferruccio. All’inizio, gli spettatori che lo vedevano così spigoloso e leggero dicevano “eh, se quello si chiamasse Brambilla e non Mazzola sarebbe ancora all’oratorio”. Invece Mazzola era già Mazzola in tutto e per tutto.

Ai ragazzi che poco o niente sanno di quella meravigliosa stagione del nostro calcio, diremo che Sandro Mazzola era un 8 super tecnico con la vocazione del 9, centrocampista d’attacco elegante e agile, specialista nelle serpentine, trasformato in punta dal “mago” Herrera nella Grande Inter e poi, per naturale riflesso, in Nazionale. Però era un talento offensivo che sapeva difendere e sgobbava per due, diversissimo non solo in questo dal suo “gemello” Gianni Rivera che con lui divise quella memorabile e forse funesta staffetta ai mondiali messicani del ’70, un tempo per uno in Italiagermaniaquattroatre e tutta la finale per Baffo contro i miseri 6 minuti dell’Abatino. Questo, come i non ragazzi sanno, era il soprannome che Brera diede a Rivera (stella del Milan, naturalmente), però per estensione riguardava un’intera genìa di centrocampisti esili o piccolini, dunque il rossonero ma anche Mazzola, De Sisti, Bulgarelli, c’era parecchio posto in quell’abbazia riservata ai fuoriclasse: forse non troppo nutriti dalle bistecche che quando loro nacquero, in tempo di guerra, si potevano al massimo sognare, ma animati dal furore della ricostruzione condotta dai loro padri e dalle loro madri, dalla vertigine dell’Italia che si trovava nel famoso boom.

Sandro Mazzola è stato un campione ma anche un romanzo, qualcosa tra Pirandello e Bianciardi. Era la mascotte del Grande Torino, entrava in campo al Filadelfia per mano al mitico papà, a testimoniarlo ci sono fotografie di una tenera e struggente bellezza. Cercò per tutta la vita l’ombra del padre morto a Superga nel ‘49, estro irraggiungibile, capitan Valentino, l’uomo che come Coppi abbandonò figli e famiglia per un nuovo amore. Sandro restò a Torino con lui e con la nuova compagna, Ferruccio andò con la madre Emilia a Cassano d’Adda. Lui e il fratello vennero a sapere che il padre era morto mentre giocavano nascosti sotto un tavolo, i grandi parlavano di quella tragedia, i piccoli dovettero capire così.

La coda di cometa di capitan Valentino condizionò non poco gli esordi del talentuosissimo Sandro, portato all’Inter da Benito Lorenzi detto Veleno, antico campione nerazzurro che si occupò dei due orfani, lui molto credente e buono, tanto era carogna in campo. I pochi chili e i molti pesi costrinsero il ragazzo a misurarsi subito con la vita e con il suo sapore amaro, fin dall’esordio proprio a Torino a contro la Juve il 10 giugno 1961, quel 9-1 che fu anche l’ultima partita di Boniperti il quale disse addio a sorpresa. L’unico gol nerazzurro lo segnò proprio Mazzolino, su rigore. I suoi maestri nel tempo si sarebbero chiamati Giovanni Ferrari e Meazza, questo per dire quanto valesse quell’università dello sport e quanto segnasse i suoi studenti migliori. In verità, Helenio Herrera all’inizio non stravedeva per Mazzola, il suo 10 era Suarez e gli bastava, ma Angelo Moratti insistette e l’avventura cominciò.

L’epopea del Baffo è epica. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali con l’Inter, 565 partite e 158 gol dal ’61 al ’77, per sette stagioni capitano come suo padre lo era stato del Toro. E poi l’Europeo vinto nel ’68 a Roma e i tre mondiali, funesto quello inglese del ’66 (vedi alla voce Corea), lucente Messico ’70, triste quello di Germania ’74. I “messicani”, dopo la finalissima perduta furono accolti da un lancio di pomodori, i tifosi non perdonarono a Valcareggi la panchina di Rivera contro Pelè, come se fosse di Mazzola la colpa di avere invece giocato. Una pagina paradossale, anche se quel 4-3 rimarrà per sempre.

Sandro era molto intelligente, da ragazzo era anche un ottimo playmaker di pallacanestro, atleta nato ma non per diritto di nascita, non solo cioè per quel cognome d’oro e piombo, scintillante ma pesantissimo. Il piccolo Mazzola seppe dimostrare di esserne degno, e rimane uno dei più grandi giocatori nella storia del nostro calcio. Insieme a Rivera, mai nemico (i due si stimavano molto) fu tra i fondatori dell’Assocalciatori nell’epoca in cui i più grandi non pensavano soltanto a loro stessi. Era la stagione degli uomini veri, il Baffo, l’Abatino, Facchetti, Zoff. Atleti esemplari in campo e fuori.

Il baffo, l’occhio astuto, la voce quasi in falsetto, il fumo del suo sigaro a carriera conclusa, Sandro Mazzola è stato uno dei simboli del nostro calcio che vinceva ovunque: le memorabili notti di San Siro avevano una luce di fuoco dentro la nebbia. Lui le ha vissute tutte con l’eleganza del sangue e la tenacia quotidiana, quattro volte disse no alla Juventus che lo voleva ad ogni costo, persino il paròn Rocco che pure allenava il Milan ci provò timidamente, “tu e il Gianni potete giocare insieme, vieni con noi e farete 60 gol”; naturalmente era impossibile che un simbolo dell’Inter passasse sull’altra riva, ma che i due campioni potessero coesistere non era sbagliato, anche se il pensare democristiano dell’epoca suggerì ai capi della Nazionale di dividere la mela in due identiche metà. La cosa, geometricamente, soltanto a metà funzionò. Ma questo adesso conta poco. Importa, invece, che lo sport italiano li abbia avuti e goduti entrambi, Mazzola e Rivera. Al Baffo ottantenne vada oggi l’abbraccio di tutti: questa non è una faccenda di tifo ma di amore senza colori sociali, l’amore puro per la bellezza.

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