Inzaghi, il mese che ha cambiato tutto: dopo Istanbul la resa dei conti con l'Inter
di Emanuele GambaMILANO - Fino a un mesetto fa Simone Inzaghi aveva un'aria ansiosa e ripeteva a macchinetta frasi cui più nessuno, forse nemmeno lui, dava retta ("Dobbiamo fare tutti di più, io per primo"), partecipando quasi con rassegnazione al conto alla rovescia collettivo che ne scandiva implacabile il tempo in esaurimento all'Inter.
Inzaghi, il mese che ha cambiato tutto
Da un mese a questa parte, grosso modo a cavallo della doppia trionfale sfida con il Benfica (che prima di essere eliminata dai nerazzurri era la squadra dell'anno, non scordiamolo), è cambiato tutto: le parole, l'aspetto, l'atteggiamento, lo sguardo, l'umore, lo stato d'animo, le prospettive. E i risultati, naturalmente, al tempo stesso causa e conseguenza di tutto. Ora ha un'aria serena, addirittura appagata. E l'espressione di chi si sta godendo una rivincita e meditando qualcosa. Ha l'aria di chi ha avuto ragione proprio quando tutti pensavano ch…
MILANO - Fino a un mesetto fa Simone Inzaghi aveva un'aria ansiosa e ripeteva a macchinetta frasi cui più nessuno, forse nemmeno lui, dava retta ("Dobbiamo fare tutti di più, io per primo"), partecipando quasi con rassegnazione al conto alla rovescia collettivo che ne scandiva implacabile il tempo in esaurimento all'Inter.
Inzaghi, il mese che ha cambiato tutto
Da un mese a questa parte, grosso modo a cavallo della doppia trionfale sfida con il Benfica (che prima di essere eliminata dai nerazzurri era la squadra dell'anno, non scordiamolo), è cambiato tutto: le parole, l'aspetto, l'atteggiamento, lo sguardo, l'umore, lo stato d'animo, le prospettive. E i risultati, naturalmente, al tempo stesso causa e conseguenza di tutto. Ora ha un'aria serena, addirittura appagata. E l'espressione di chi si sta godendo una rivincita e meditando qualcosa. Ha l'aria di chi ha avuto ragione proprio quando tutti pensavano che avesse torto.
Le finali non bastano: Inzaghi è sempre in bilico
Il plurifinalista Inzaghi (di Coppa Italia, per il momento: per la Champions si vedrà martedì 16 maggio) resta un allenatore in bilico, nonostante tutto. Le possibilità che l'Inter rispetti il contratto in scadenza il 30 giugno 2024 non sono vicine al 100 per cento, però c'è stato un momento in cui erano prossime alle zero. Ora fluttuano, perché l'ultimo mese ha cambiato tutto e il prossimo sarà decisivo, visto che Inzaghi potrebbe presentare il conto di due finali e di un piazzamento nei primi quattro, o persino sul podio, e porre una questione pubblica: voi vi libereste di uno così?
Simone ha rischiato l'esonero tre volte
In questa stagione Inzaghi ha rischiato l'esonero almeno tre volte: a ottobre (dopo le sconfitte con Udinese e Roma, si salvò battendo il Barcellona), a marzo (perse con Bologna e Spezia, ma eliminò il Porto) e ad aprile, dopo essere stato sconfitto in casa da Juventus, Fiorentina e Monza, guadagnandosi però nel frattempo la finale di Coppa Italia e la semifinale di Champions.
La Champions il salvagente di Inzaghi
Ogni volta che è stato sull'orlo, con le partite senz'appello s'è salvato: difficile pensare che si tratti soltanto di coincidenze. In pratica, il suo indice di gradimento è un ago che schizza improvviso da un estremo all'altro a seconda del terreno in cui si misura, anche se da un mese lo stato di grazia di cui è circonfuso, e che ha circonfuso l'Inter, si è esteso a qualsiasi competizione. E ha mescolato disordinatamente carte che erano oramai pronte per essere distribuite.
Per Marotta il giudizio si dà sul campionato
La morale della favola è che da metà aprile Inzaghi si è ripreso in mano un destino che era stato già deciso. Nelle sue valutazioni, Marotta ha sempre messo in primo piano il rendimento in campionato, considerando inaccettabili le undici sconfitte (cinque delle quali in casa e moltissime davvero ingloriose), l'abbandono precoce della lotta per lo scudetto e le complicazioni addirittura per restare tra le prime quattro (alla trentesima giornata, l'Inter era sesta). Tralasciando le critiche ricorrenti a Simone - adotta un solo sistema di gioco, opera sostituzioni prevedibili, non abbonda di carisma, non è un convincente comunicatore, nella seconda parte della stagione le sue squadre calano fisicamente - secondo il dirigente è la regolarità di un torneo lungo 38 settimane a misurare il valore di squadra e allenatore, perché le coppe portano con sé un grado di aleatorietà che rende il giudizio inaffidabile.
Conte, De Zerbi e Thiago Motta i nomi per il futuro
In base a questa considerazione, il lavoro di Inzaghi è stato valutato negativamente e il dg ha cominciato a ragionare sulle alternative, riallacciando i contatti con Conte (il re della regolarità domestica, ma una frana appena varca il confine), studiando la situazione di De Zerbi (per liberarlo dal Brighton occorrono 13 milioni) e seguendo con discrezione Thiago Motta, uno senz'altro destinato a una carriera di soddisfazioni con squadre di primissimo livello. Marotta non ha tuttavia mai negato la fiducia a Inzaghi perché è da sempre contrario agli esoneri a stagione in corso. Si è dimostrato coerente, ha sostenuto il suo allenatore (a ottobre specialmente) e non lo ha tradito né pubblicamente né agli occhi della squadra, ma è chiaro che i suoi ragionamenti non sono rimasti segreti e la posizione di Inzaghi ha finito per indebolirsi. E lì, paradossalmente, è scattato qualcosa.
La primavera diversa del nuovo Inzaghi
Magari è questo ad aver sgorgato Simone, disincagliandolo dai nodi di preoccupazione e dalla vulnerabilità che lo attanagliavano. Ha recuperato leggerezza, i giocatori gli si sono stretti attorno fiutando l'utilità del bene comune e l'Inter s'è messa all'improvviso a volare. Fisicamente non è mai stata così bene: non era successo prima che le squadre di Inzaghi sprizzassero una tale salute a primavera inoltrata. Lui stesso è cambiato negli atteggiamenti pubblici: non hai mai ostentato sentimenti di rabbiosa rivincita, cui in passato aveva accennato, ma dà l'idea di godersi con grande e piena soddisfazione il momento, come se si fosse seduto sulla riva del fiume ad aspettare, nella consapevolezza che il suo cadavere non passerà mai.
Il pensiero ricorrente delle dimissioni
In società ha cercato (e trovato) una sponda con Zhang, bypassando Marotta: il rapporto con il presidente viene definito splendido, quasi fraterno. E chi avrà più peso sulla decisione finale? Il giovane proprietario, però finanziariamente debole, o il più capace ed esperto dirigente del nostro calcio assieme a Galliani? Esiste però una terza, clamorosa via: e se Inzaghi, stanco del tiramolla e dei dubbi sulle sue capacità, mollasse baracca e burattini e togliesse il disturbo, magari con un paio di coppe sottobraccio? È un pensiero che ha senz'altro coltivato, del resto è un uomo d'orgoglio e non lo ha mai nascosto. Certo, in ballo ci sono molti soldi: Simone ha ancora un anno di contratto a 5,5 milioni netti e ha già maturato 1,2 milioni di bonus, senza contare quello che gli spetterebbe se raggiungesse la finale di Istanbul, o se addirittura la vincesse. Nella sua testa non considererebbe drammatico un anno sabbatico, trovando finalmente un po' di relax nello splendido attico con piscina in cui vive a Brera. Di certo, gli exploit di Champions gli hanno finalmente consegnato una dimensione internazionale che prima non aveva e adesso molta Europa che conta comincia a guardare con interesse a un allenatore sulla soglia di una finale del tutto impronosticabile e che un anno fa uscì dall'Europa soltanto per mano del Liverpool migliore, per altro dopo aver violato Anfield.
Dopo Istanbul la resa dei conti
Vorremmo dare ai lettori certezze, ma in questo momento proprio non esistono. È tutto in sospeso per un mese ancora e oggi come oggi le probabilità che Inzaghi resti o no l'allenatore dell'Inter sono sostanzialmente identiche. Deciderà Istanbul, città sospesa tra due mondi: un po' come Simone.