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Lo scudetto dell’Inter e i 58 anni tra la prima e la seconda stella: dai sonetti ai selfie, quanta vita è passata

(ansa)
Poeti e scrittori hanno amato i colori nerazzurri in oltre cent’anni di vittorie, trofei e momenti di sana follia
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“L’uomo era ancora giovane e indossava un soprabito grigio molto fine. Teneva la mano di un bambino silenzioso e felice. Il campo era la quiete e l’avventura, c’erano il Kamikaze, il Nacka, l’Apolide e Veleno. Era la primavera del ’53, l’inizio della mia memoria. Luigi Cucchi era l’immenso orgoglio del mio cuore, ma forse lui non lo sapeva”: con questi versi struggenti, il poeta Maurizio Cucchi ricorda la prima volta a San Siro con il papà, a vedere l’Inter campione del 1953, con il portiere Kamikaze Ghezzi, l’attaccante Lennart Nacka Skoglund, l’Apolide Istvan Nyers, che cambiò dall’Ungheria paesi, nomi e passaporti, asso Internazionale, e il polemico Benito Lorenzi, detto Veleno.

Poesia e amore

I poeti tifosi, da Cucchi a Vittorio Sereni, che volle esser sepolto con un cuscino della squadra, memore delle strofe “Il verde è sommerso in neroazzurri… La passione fiorisce fazzoletti di colore sui petti delle donne”, hanno il dono magico di trasformare lo sport in amore, nostalgia, …

“L’uomo era ancora giovane e indossava un soprabito grigio molto fine. Teneva la mano di un bambino silenzioso e felice. Il campo era la quiete e l’avventura, c’erano il Kamikaze, il Nacka, l’Apolide e Veleno. Era la primavera del ’53, l’inizio della mia memoria. Luigi Cucchi era l’immenso orgoglio del mio cuore, ma forse lui non lo sapeva”: con questi versi struggenti, il poeta Maurizio Cucchi ricorda la prima volta a San Siro con il papà, a vedere l’Inter campione del 1953, con il portiere Kamikaze Ghezzi, l’attaccante Lennart Nacka Skoglund, l’Apolide Istvan Nyers, che cambiò dall’Ungheria paesi, nomi e passaporti, asso Internazionale, e il polemico Benito Lorenzi, detto Veleno.

Poesia e amore

I poeti tifosi, da Cucchi a Vittorio Sereni, che volle esser sepolto con un cuscino della squadra, memore delle strofe “Il verde è sommerso in neroazzurri… La passione fiorisce fazzoletti di colore sui petti delle donne”, hanno il dono magico di trasformare lo sport in amore, nostalgia, identità, eppure ciascuno degli interisti che gioiscono per la seconda stella ha, nascosto in cuore, il proprio scampolo d’arte, quando la vittoria dei “ragazzi” coincide con il destino privato.

“Amala” è il grido che affratella una squadra nata a Milano, ma per sempre Internazionale. Il fascismo di Mussolini la costringe a cambiar nome, perfino colori, dal cielo e la notte del pittore Muggiani nel 1908, al bianco con la croce dell’Ambrosiana. Lo scudetto vinto nel 1930 aveva in panchina un altro europeo nomade, Árpád Weisz, a sua volta costretto a italianizzarsi il nome, non prima di aver lanciato lo schema detto Sistema e allenamenti moderni. La guerra lo sfinirà ad Auschwitz, eroe dello sport universale.

Una squadra “Internazionale”

Gli “apolidi” sono dunque codice originale della squadra, prima di presidenti e azionisti. Helenio Herrera Gavilàn, figlio di un anarchico spagnolo, nato a Buenos Aires, cresciuto in Marocco, giocatore in Spagna e inventore del gioco di attacco, calunniato da “catenaccio” dalla critica d’antan pur schierando in avanti Jair, Mazzola, Peirò, Suarez e Corso, riposa al cimitero di San Michele a Venezia con i poeti Brodskij e Pound e il musicista Stravinskij.

Fratelli nel mondo

Chiunque controlli il marchio Inter, italiani magnifici come Angelo e Massimo Moratti, il pugnace Ernesto Pellegrini o stranieri alla presidente Steven Zhang, domani forse fondi di Wall Street, l’essenza dell’Inter Milan, così la chiamano ovunque, non muterà: formazione di fratelli del mondo, amata per follia, snobismo, eleganza, grazia. Quando la società rescinderà i residui di razzismo che allignano nella teppa peggiore, per il brand sarà una benedizione, perché l’Inter domina quando sa esser se stessa, Mourinho festante al Camp Nou, Zanetti e la Coppa del triplete in testa, Berti in fuga per la vittoria.

La prima stella

Il primo scudetto arrivò nel 1910, premier il saggio economista Luzzatti, in voga il romanzo “Leila” di Fogazzaro e la canzone “Surdate” di Libero Bovio, ballata contro la guerra, nel secolo delle guerre. La prima stella, 1966, vedeva a Palazzo Chigi il futuro martire Aldo Moro, vice il socialista Pietro Nenni in un governo che sognava riforme, con il romanzo “A ciascuno il suo” di Sciascia a combattere l’Italia peggiore e i jukebox a suonare, per 50 lire, California Dreamin’ dei Mamas&Papas.

La stella social e i meriti di Marotta

La seconda stella è social, gol su YouTube, feste su TikTok, gli autografi, un tempo implorati a Mazzola e Boninsegna, evoluti in selfie con Lautaro, Dimarco, Cahlanoglu. Guidati dal riservato Inzaghi, tecnico che solo i nesci, quelli che nulla sanno, volevano esonerare, vanno in campo italiani, francesi, olandesi, turchi, argentini, armeni, canadesi, albanesi, tedeschi, colombiani, austriaci, maglie da ogni pagina dell’atlante.

La vittoria dei 20 scudetti ha però per protagonista il direttore Beppe Marotta, cognome da scrittore napoletano, cittadinanza di Varese, regista che fra proprietà, media, bilanci, giocatori, Mister ha tenuto insieme la “pazza” Inter, senza esitare nei giorni neri, senza perder la testa nelle notti azzurre.

All’attore Paul Giamatti, professore di liceo nel commovente film Lezioni di Vita, uno studente chiede “lei ha sguardo sfuggente, non sappiamo mai dove guarda” e lui risponde, rivelando il segreto della sua verità. Dietro lo sguardo alla Giamatti, il direttore Marotta ha celato ambizioni e strategie, ma oggi sappiamo a cosa mirasse in cuore: alla seconda, smagliante stella di una costellazione detta Internazionale, per puntare ora alla terza e stavolta senza 58 anni d’attesa, tempi stretti, da TikTok. Amala!

Instagram @gianniriotta

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