MILANO – Se i piedi di Lautaro fanno gol, è anche perché si è preso cura della sua testa. “Non interessa chi fa gol, anche su questo ovviamente lavoro tanto, anche con lo psicologo. Faccio un lavoro anche fuori dal campo che mi aiuta tanto”, ha detto il capitano nerazzurro dopo la vittoria dell’Inter per 2-0 sulla Lazio, in cui ha segnato dopo appena 127 secondi. Un gol pesante, per molte ragioni: perché in campionato era fermo a quota tre (ora sono quattro), perché a quota 161 con la maglia dell’Inter ora ne ha segnati solo uno in meno di quanti la statistica ufficiale ne assegna a Mazzola, e soprattutto perché grazie a quel centro, cui è seguito il due a zero di Bonny, l’Inter si è portata in testa al campionato, al pari con la Roma.
L’evoluzione della psicolo…
MILANO – Se i piedi di Lautaro fanno gol, è anche perché si è preso cura della sua testa. “Non interessa chi fa gol, anche su questo ovviamente lavoro tanto, anche con lo psicologo. Faccio un lavoro anche fuori dal campo che mi aiuta tanto”, ha detto il capitano nerazzurro dopo la vittoria dell’Inter per 2-0 sulla Lazio, in cui ha segnato dopo appena 127 secondi. Un gol pesante, per molte ragioni: perché in campionato era fermo a quota tre (ora sono quattro), perché a quota 161 con la maglia dell’Inter ora ne ha segnati solo uno in meno di quanti la statistica ufficiale ne assegna a Mazzola, e soprattutto perché grazie a quel centro, cui è seguito il due a zero di Bonny, l’Inter si è portata in testa al campionato, al pari con la Roma.
L’evoluzione della psicologia nel calcio
Per decenni il ruolo dello psicologo nello sport è rimasto nell’ombra, specialmente nel calcio. Allenatori e dirigenti tendevano a fare da soli, convinti di poter supplire in casa all’aspetto mentale dei loro atleti. Arrigo Sacchi, durante la preparazione al Mondiale 1994, raccontò di avvalersi di un supporto psicologico, ma pochi seguirono il suo esempio. Un altro pioniere, nel calcio italiano, è stato Carlo Ancelotti, che introdusse uno psicologo sia al Milan sia al Chelsea già negli anni 2000. All’epoca era una rarità: come osservava provocatoriamente lo psicologo dello sport Alberto Cei, professore a Tor Vergata e docente della Scuola dello Sport del Coni, “l’80 per cento dei campioni olimpici lavora con uno psicologo, mentre nel calcio questo fino a poco tempo fa sembrava non contare”.
Lo psicologo entra negli staff tecnici
Oggi lo scenario sta cambiando. Beppe Marotta, attuale presidente dell’Inter, già alla Juventus dal 2011 in poi inserì stabilmente nel team il professor Giuseppe Vercelli, psicologo dello sport, coinvolto nello staff al punto da sedere nella “seconda panchina” durante le partite. Vercelli alla Juve è stato una figura fondamentale nei momenti delicati – ad esempio durante il lockdown per il Covid, quando il suo supporto fu cruciale per aiutare squadra e staff a gestire stress e adattamenti senza precedenti. Questo approccio innovativo ha accompagnato i tanti successi juventini, ribadendo che dietro i record c’è anche un lavoro mentale oltre che fisico. Una volta arrivato all’Inter, Marotta ha deciso di ingaggiare la dottoressa Lucia Bocchi, psicologa già conosciuta ai tempi di Conte, per “stabilizzare nuovamente la squadra dal punto di vista mentale”.
Giocatori in prima linea sul fattore mentale
Un contributo importante alla diffusione del sostegno psicologico nel calcio lo hanno dato gli stessi giocatori, con testimonianze, dichiarazioni e in alcuni casi anche competenza specifica. Robin Gosens, terzino tedesco della Fiorentina laureato in Psicologia, in interviste recenti ha ribadito: “Dobbiamo imparare a fare un reset mentale prima dei match. E capire che senza testa le gambe non vanno”. Dichiarazioni in linea con un approccio che è già realtà da tempo anche in alcuni club di provincia, come l’Udinese, che da anni ha ingaggiato lo psicologo sportivo Luca Modolo, convinto che “come si allena la tecnica così si allenano tutte le componenti mentali”.
Campioni rinati grazie alla testa
Negli ultimi anni molti protagonisti della Serie A hanno riconosciuto nel lavoro psicologico un tassello decisivo della loro crescita, personale e sportiva. Leonardo Bonucci, per sette stagioni, si è affidato al mental coach Alberto Ferrarini, che lo ha accompagnato in percorsi mirati per gestire pressione e rendimento. Mattia De Sciglio ha raccontato di avere ritrovato fiducia dopo un periodo complicato, proprio grazie al supporto di uno specialista, recuperando concentrazione e autostima. Anche Giorgio Chiellini, ex capitano e oggi dirigente della Juventus, ha curato con rigore la dimensione mentale per allungare la carriera in campo ai massimi livelli. E Antonio Candreva si è rivolto a un coach per ritrovare continuità nel rendimento.