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Scudetto Juventus:  A Conte non basta il titolo

Il tecnico ha vinto ancora ma alla società non da la certezza di restare perché vuole investimenti importanti per continuare a vincere
di EMANUELE GAMBA

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TORINO - Antonio Conte era un allenatore che sapeva solamente vincere: portò in serie A prima il Bari e poi il Siena al primo colpo, e al primo colpo issò la Juventus fino allo scudetto. Un predestinato, un Mida delle panchine: lui arrivava, e tutto si trasformava in oro. Certe piccole delusioni, come la retrocessione in serie C con l'Arezzo a causa di una strana sconfitta casalinga della Juve con lo Spezia, farcito di dirigenti moggiani, erano dopo tutto parte del gioco. In realtà, a Conte mancava il confronto con il rovescio della medaglia. Forse anche la consapevolezza che le medaglie possano avere un rovescio. Così, nel suo quarto campionato dorato ha deciso di provare ad arrivare al solito traguardo (vincere, vincere, vincere) passando per i percorsi più accidentati. È stato in tribuna per quattro mesi, squalificato (e ampiamente scontato) per l'omessa denuncia della presunta combine di Albinoleffe-Siena. Ha conosciuto insulti, ostilità, scomodità, sguardi di sbieco. Si è chiuso dentro box oscurati, cabine vetrate, stanzette inutilizzate, palchetti posticci. Ha imparato un certo tipo di telepatia per comunicare prima con Massimo Carrera e poi con Angelo Alessio. Si è sfogato in maniera esagerata, anche maleducata, immaginando che tutto il mondo organizzasse complotti contro di lui. Ha represso se stesso, e dev'essere stato lo sforzo più titanico. Ha persino debellato il dubbio che, siccome la squadra vinceva nonostante la lontananza dell'allenatore, la sua presenza non fosse così centrale. Poi è tornato, come se niente fosse: non c'è stata soluzione di continuità, la Juve è sempre stata la stessa perché Conte è immanente, al di là della sua presenza fisica. E Conte è rimasto lo stesso, forse solamente un po' più indurito, un po' più sospettoso. Ma, paradossalmente, anche più ricco, perché ha imparato qualcosa anche da questa esperienza. Anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Oltre che la vittoria, alla fine di questa annata conosce anche altri stati d'animo.

Conte è un allenatore ancora giovane che sa già quasi tutto. Quest'anno ha superato senza battere ciglio anche un possibile momento di rottura, cioè la prima sconfitta bianconera dopo un anno e mezzo di verginità: dopo l'1-3 con l'Inter, ha impedito che la squadra avesse sbandamenti e ha ricominciato a vincere come se niente come fosse, come se ormai fosse un gesto naturale, spontaneo. Ha conosciuto l'Europa e l'ha scoperta più vicina di quanto immaginasse. E l'Europa ha scoperto lui: molti colleghi (Mourinho ed Heynckes in particolare) si sono messi a studiarlo, e poi a stimarlo. E qualche ricco presidente (Abramovich, che però poi non ha saputo resistere a Mou) a corteggiarlo. Così, oggi Conte è entrato nell'élite. E vorrebbe restarci. Per questo sta seminando dubbi sul suo futuro: vuole che la Juventus sia all'altezza delle sue ambizioni, che sono smodate come quelle di ogni vincente naturale. Resterà a Torino per un anno ancora, perché sa che è troppo presto per cambiare: gli smottamenti che stanno coinvolgendo molte e prestigiose panchine europee ancora non lo hanno coinvolto, il suo sviluppo è di rimanere alla Juve, magari rischiando di non ripetere le due favolose stagioni vissute finora: ma è necessario che consolidi la sua presenza in bianconero, che radichi le sue conoscenze destinate a indirizzare inevitabilmente il lavoro dei suoi successori, come è stato per esempio nel Milan dopo Sacchi. Poi, con il bagaglio delle esperienze ormai completo, potrà emigrare alla ricerca di quello che l'Italia non potrà dargli mai: vittorie serene, domeniche senza rabbia, confronti leali, rispetto, coppe, coppe coppe.  
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