TORINO - Va per i 38 anni, non è più un ragazzino, è sempre giovanissimo per essere un presidente di serie A (resta appunto il più giovane, battendo di sette mesi Tommaso Ghirardi del Parma), però non è più "il giovane Agnelli". Andrea Agnelli è anzi il maschio più vecchio della dinastia a portare quel cognome, oggi, e che lo porti da presidente della Juventus è un segno di continuità storica: da quasi un secolo, la sua famiglia si identifica con i colori bianconeri. Ma un tempo era più facile, più automatico stabilire l'equazione.
C'era il patriarca, l'Avvocato, una specie di sovrano senza monarchia. E c'era il dottor Umberto, il padre di Andrea, al quale Gianni affidò la Juve in via definitiva nel 1994 (ma Umberto ne era già stato presidente, in gioventù). E il dottore vinse moltissimo, proprio come suo figlio sta cominciando a fare. Del padre, Andrea Agnelli ha il tratto deciso, meno glamour rispetto all'inarrivabile Avvocato ma forse più concreto, più sostanziale. Anche il piglio è assai pragmatico: ora ha un po' mitigato l'irruenza dei primi tempi, del suo esordio nella gestione sportiva (è presidente dal maggio 2010). Agnelli sta smussando gli angoli, senza però derogare allo stile forte, quel "parlare con la pancia" che piace molto ai tifosi.
Tuttavia, sono diventati più quieti i rapporti con la Federcalcio, pur permanendo un contenzioso economico che supera, in teoria, i 400 milioni di euro, e non essendo ovviamente venute meno le ragioni di attrito dopo Calciopoli, con l'eterna querelle non solo aritmetica sul numero degli scudetti juventini: 31 per il club e per il presidente, 29 per gli albi d'oro e la contabilità ufficiale. Non si smetterà mai di far di conto, da di litigare forse sì. Vale persino per i rapporti, ora assai più sereni, con l'Inter "nemica" e con il rivale Massimo Moratti. Al resto penseranno il tempo, e, nel caso, le nuove vittorie della Juve.
Molto interessato alle svolte politiche e gestionali del "sistema calcio", Andrea Agnelli è però un grande appassionato anche di tecnica e tattica, ci capisce e non delega tutto il lavoro a Beppe Marotta. Dopo avere chiamato il suo amico Pavel Nedved in consiglio d'amministrazione, ha quasi ricostruito una specie di triade sulle orme del padre: lui, Marotta e Nedved. Nulla di paragonabile a Moggi, Giraudo e Bettega, che peraltro Andrea Agnelli non ha mai rinnegato, non nascondendo l'amicizia personale, specialmente il profondo rapporto con Antonio Giraudo che l'ha visto crescere, lui sodale e principale collaboratore non solo calcistico del dottor Umberto. A livello statistico, questa Juve comincia ad essere accostabile a quella del padre, a quella degli "Agnelli grandi": due scudetti consecutivi come ai tempi di Lippi e Capello, anche se agli atti se ne contano, appunto, due in meno. Guarda caso, lo stesso numero che Andrea Agnelli è riuscito a riconsegnare alla Juventus: due campionati tolti dal tribunale sportivo con relativa retrocessione, due scudetti ripresi sul campo, non proprio gli stessi, ma non si può certo dire che valgano meno.
Per seguire davvero le orme del padre e dello zio, Andrea Agnelli dovrebbe ora vincere anche in Europa, dopo avere cancellato la concorrenza italiana. Senza dimenticare, come consolazione forse un po' magra quanto necessaria, che nemmeno le grandi Juventus di Gianni e Umberto ebbero mai vita facile in Coppa dei Campioni, poi diventata Champions League: sconfitte urticanti (Belgrado, Atene, le finali perse in serie alla fine degli anni Novanta e nel 2003 contro il Milan), una vittoria con tragedia (l'Heysel) e un'altra soltanto ai rigori, nel '96 a Roma. Sempre complicato, il rapporto con il "portaombrelli d'argento". E per questo, anche per questo, più intrigante.
Per avvicinare almeno un po' il sogno internazionale, Andrea dovrà spendere un bel po' di milioni al prossimo calciomercato, cercando un grande attaccante e insistendo sulle altre voci del suo personale bilancio: il conto economico più virtuoso grazie anche allo stadio di proprietà, la ferocia sportiva, l'attenzione al vivaio, il carisma di Conte. Non proprio emanazioni del "non più soltanto giovane" Andrea Agnelli, ma linee-guida di un lavoro senza tregua. Da catena di montaggio del calcio, da officina che non chiude mai. Passano le epoche, ma la Juve resta pur sempre una grande fabbrica. E non solo per via della Fiat.
C'era il patriarca, l'Avvocato, una specie di sovrano senza monarchia. E c'era il dottor Umberto, il padre di Andrea, al quale Gianni affidò la Juve in via definitiva nel 1994 (ma Umberto ne era già stato presidente, in gioventù). E il dottore vinse moltissimo, proprio come suo figlio sta cominciando a fare. Del padre, Andrea Agnelli ha il tratto deciso, meno glamour rispetto all'inarrivabile Avvocato ma forse più concreto, più sostanziale. Anche il piglio è assai pragmatico: ora ha un po' mitigato l'irruenza dei primi tempi, del suo esordio nella gestione sportiva (è presidente dal maggio 2010). Agnelli sta smussando gli angoli, senza però derogare allo stile forte, quel "parlare con la pancia" che piace molto ai tifosi.
Tuttavia, sono diventati più quieti i rapporti con la Federcalcio, pur permanendo un contenzioso economico che supera, in teoria, i 400 milioni di euro, e non essendo ovviamente venute meno le ragioni di attrito dopo Calciopoli, con l'eterna querelle non solo aritmetica sul numero degli scudetti juventini: 31 per il club e per il presidente, 29 per gli albi d'oro e la contabilità ufficiale. Non si smetterà mai di far di conto, da di litigare forse sì. Vale persino per i rapporti, ora assai più sereni, con l'Inter "nemica" e con il rivale Massimo Moratti. Al resto penseranno il tempo, e, nel caso, le nuove vittorie della Juve.
Molto interessato alle svolte politiche e gestionali del "sistema calcio", Andrea Agnelli è però un grande appassionato anche di tecnica e tattica, ci capisce e non delega tutto il lavoro a Beppe Marotta. Dopo avere chiamato il suo amico Pavel Nedved in consiglio d'amministrazione, ha quasi ricostruito una specie di triade sulle orme del padre: lui, Marotta e Nedved. Nulla di paragonabile a Moggi, Giraudo e Bettega, che peraltro Andrea Agnelli non ha mai rinnegato, non nascondendo l'amicizia personale, specialmente il profondo rapporto con Antonio Giraudo che l'ha visto crescere, lui sodale e principale collaboratore non solo calcistico del dottor Umberto. A livello statistico, questa Juve comincia ad essere accostabile a quella del padre, a quella degli "Agnelli grandi": due scudetti consecutivi come ai tempi di Lippi e Capello, anche se agli atti se ne contano, appunto, due in meno. Guarda caso, lo stesso numero che Andrea Agnelli è riuscito a riconsegnare alla Juventus: due campionati tolti dal tribunale sportivo con relativa retrocessione, due scudetti ripresi sul campo, non proprio gli stessi, ma non si può certo dire che valgano meno.
Per seguire davvero le orme del padre e dello zio, Andrea Agnelli dovrebbe ora vincere anche in Europa, dopo avere cancellato la concorrenza italiana. Senza dimenticare, come consolazione forse un po' magra quanto necessaria, che nemmeno le grandi Juventus di Gianni e Umberto ebbero mai vita facile in Coppa dei Campioni, poi diventata Champions League: sconfitte urticanti (Belgrado, Atene, le finali perse in serie alla fine degli anni Novanta e nel 2003 contro il Milan), una vittoria con tragedia (l'Heysel) e un'altra soltanto ai rigori, nel '96 a Roma. Sempre complicato, il rapporto con il "portaombrelli d'argento". E per questo, anche per questo, più intrigante.
Per avvicinare almeno un po' il sogno internazionale, Andrea dovrà spendere un bel po' di milioni al prossimo calciomercato, cercando un grande attaccante e insistendo sulle altre voci del suo personale bilancio: il conto economico più virtuoso grazie anche allo stadio di proprietà, la ferocia sportiva, l'attenzione al vivaio, il carisma di Conte. Non proprio emanazioni del "non più soltanto giovane" Andrea Agnelli, ma linee-guida di un lavoro senza tregua. Da catena di montaggio del calcio, da officina che non chiude mai. Passano le epoche, ma la Juve resta pur sempre una grande fabbrica. E non solo per via della Fiat.