TORINO – In attesa che si posino i veleni del derby intossicato da un gol irregolare, Antonio Conte è molto felice di prendersi una pausa dalla serie A e di respirare aria di Champions League. Pare quasi che il campionato italiano gli stia stretto. Sicuramente lo diverte meno, talvolta lo mette in imbarazzo. «Ormai, tutti si snaturano per impedirci di giocare». È la scoperta dell’acqua calda: stupisce lo stupore dell’allenatore bi-campione l’Italia. Il nostro calcio è basato sull’esasperazione tattica, sullo studio approfondito delle contromosse, sull’inaridimento delle fonti di gioco altrui ed è questo genere di cultura calcistica che sta inguaiando la Juventus, se non nel gioco almeno nei risultati.
Conte ha apportato delle novità, due anni fa. Non tanto nel modulo, quanto nell’interpretazione: ha imposto il possesso di palla ad alto ritmo (una specie di tiki-taka in velocità), ha trasformato gli attaccanti in suggeritori, i centrocampisti in incursori, i terzini in ali. All’inizio, l’Italia ne è rimasta sorpresa, e tutti hanno dovuto soccombere. Ma con il tempo qualcuno ha cominciato a trovare una soluzione al problema che il metodo Conte poneva. Naturalmente, l’idea è balenata agli allenatori delle squadre più deboli. Da chi, in assenza di risorse tecniche all’altezza, ha dovuto arrangiarsi con dei palliativi. E s’è capito che la Juve può essere disattivata obbligandola a giocare in poco spazio. Più che Pirlo (o chi per lui) bisogna marcare le mezze ali, impedire i loro tagli: non è un caso che l’unica squadra che quest’anno non l’abbia fatto, la Lazio (a Vidal, Petkovic oppose Hernanes e il cileno imperversò), ha incassato otto gol in due partite mentre le altre la Juve le ha tutte vinte di misura o pareggiate. Poi, occorre impedire che gli esterni, poco dotati nel dribbling ma fortissimi in progressione, abbiano campo in cui correre: difatti, la produzione di gioco in ampiezza è in forte calo, siccome quel campo viene negato. Infine, bisogna addensare giocatori al limite dell’area per impedire che gli attaccanti scambino nello stretto: non è anche questo un caso il fatto che le sole azioni spettacolari la Juve le abbia prodotte contro il Verona, quando la presenza di Llorente (in tandem con Tevez) ha offerto soluzioni di gioco diverse e ancora poco conosciute.
La Juve non è più imprevedibile, questo è il punto: Conte ne sta prendendo atto, ma non aveva intuito questo tipo di evoluzione, difendendo per tutta l’estate l’intoccabilità del 3-5-2: «Perché devo cambiare un sistema che ci ha fatto vincere due campionati?». La risposta la sta ricevendo domenica dopo domenica, anche se alle difficoltà tattiche e all’oggettivo scadimento sia della spettacolarità sia della pericolosità della manovra la Juventus sta compensando con la classe individuale: di Tevez, il fuoriclasse che non c’era, e di Pogba, il fuoriclasse che ancora non era.
Ma in coppa il discorso cade. Forse. «Troveremo squadre che ci possono far male, ma che ci faranno giocare», annota (e si augura) Conte. La Juve verrà attaccata, non più solamente aspettata. «In Italia, possiamo prendere gol solamente su calcio piazzato o in contropiede». In Champions si rischia magari un colpo di genio di Drogba, ma in linea teorica la Juve può tornare a fare la Juve e a giocare il gioco che le ha fatto vincere gli scudetti. Non a caso Conte ha programmato il turn over affinché Pirlo arrivasse fresco ai due impegni considerati cruciali, quello di mercoledì con il Galatasaray e l’altro di domenica con il Milan: quando i bianconeri possono essere se stessi (e anche Allegri gli consentirà di esserlo), Pirlo è sempre il centro di quell’esistenza.
Conte ha apportato delle novità, due anni fa. Non tanto nel modulo, quanto nell’interpretazione: ha imposto il possesso di palla ad alto ritmo (una specie di tiki-taka in velocità), ha trasformato gli attaccanti in suggeritori, i centrocampisti in incursori, i terzini in ali. All’inizio, l’Italia ne è rimasta sorpresa, e tutti hanno dovuto soccombere. Ma con il tempo qualcuno ha cominciato a trovare una soluzione al problema che il metodo Conte poneva. Naturalmente, l’idea è balenata agli allenatori delle squadre più deboli. Da chi, in assenza di risorse tecniche all’altezza, ha dovuto arrangiarsi con dei palliativi. E s’è capito che la Juve può essere disattivata obbligandola a giocare in poco spazio. Più che Pirlo (o chi per lui) bisogna marcare le mezze ali, impedire i loro tagli: non è un caso che l’unica squadra che quest’anno non l’abbia fatto, la Lazio (a Vidal, Petkovic oppose Hernanes e il cileno imperversò), ha incassato otto gol in due partite mentre le altre la Juve le ha tutte vinte di misura o pareggiate. Poi, occorre impedire che gli esterni, poco dotati nel dribbling ma fortissimi in progressione, abbiano campo in cui correre: difatti, la produzione di gioco in ampiezza è in forte calo, siccome quel campo viene negato. Infine, bisogna addensare giocatori al limite dell’area per impedire che gli attaccanti scambino nello stretto: non è anche questo un caso il fatto che le sole azioni spettacolari la Juve le abbia prodotte contro il Verona, quando la presenza di Llorente (in tandem con Tevez) ha offerto soluzioni di gioco diverse e ancora poco conosciute.
La Juve non è più imprevedibile, questo è il punto: Conte ne sta prendendo atto, ma non aveva intuito questo tipo di evoluzione, difendendo per tutta l’estate l’intoccabilità del 3-5-2: «Perché devo cambiare un sistema che ci ha fatto vincere due campionati?». La risposta la sta ricevendo domenica dopo domenica, anche se alle difficoltà tattiche e all’oggettivo scadimento sia della spettacolarità sia della pericolosità della manovra la Juventus sta compensando con la classe individuale: di Tevez, il fuoriclasse che non c’era, e di Pogba, il fuoriclasse che ancora non era.
Ma in coppa il discorso cade. Forse. «Troveremo squadre che ci possono far male, ma che ci faranno giocare», annota (e si augura) Conte. La Juve verrà attaccata, non più solamente aspettata. «In Italia, possiamo prendere gol solamente su calcio piazzato o in contropiede». In Champions si rischia magari un colpo di genio di Drogba, ma in linea teorica la Juve può tornare a fare la Juve e a giocare il gioco che le ha fatto vincere gli scudetti. Non a caso Conte ha programmato il turn over affinché Pirlo arrivasse fresco ai due impegni considerati cruciali, quello di mercoledì con il Galatasaray e l’altro di domenica con il Milan: quando i bianconeri possono essere se stessi (e anche Allegri gli consentirà di esserlo), Pirlo è sempre il centro di quell’esistenza.