TORINO - La vittoria sulla Roma è l'ipoteca sul terzo scudetto consecutivo, che farà di Conte il più grande tecnico della storia bianconera, ma è anche l'approdo alla definitiva maturità di una squadra che tre anni fa era quasi solamente una scommessa, o al massimo una visione di un allenatore che aveva già intuito quello che molti, ancora adesso, fanno fatica a capire. La Juventus non è mai stata così forte, e la constatazione si è materializzata nel giorno in cui ha sfidato un avversario molto competitivo, probabilmente il più competitivo di questo triennio, più del Milan calante del 2011/2012. Ma mai come in queste settimane la squadra bianconera ha raggiunto una dimensione superiore, che inorgoglisce all'estremo Conte. Oggi la Juve ha aggiunto saggezza all'entusiasmo, ha perfezionato con la lucidità il furore, ha affinato con la tecnica la potenza.
Il 3-0 alla Roma (ma anche il 3-0 al Napoli, risultato che presenta analogie non solamente numeriche con quello di domenica) è probabilmente il punto più alto mai toccato nel triennio anche se ci sono state partite più spettacolari, più emozionanti, più importanti, più significative. La Juve di domenica ha gestito la partita minuto per minuto, seguendo alla lettera il copione preparato durante le vacanze natalizie (che Conte ha passato a studiare) e mandato a memoria nell'ultima settimana. L'allenatore ha scelto di aspettare la Roma, di lasciarla muovere nello spazio tra la metà campo e la propria area di rigore, perché Conte sapeva che sarebbe stato fondamentale evitare di concedere metri a Gervinho e Maicon, due giocatori che, se lanciati sulla corsa, diventano inarrestabili. In sostanza, la Juve ha giocato con la difesa a cinque, concedendo libertà a Pjanic e De Rossi ma non a Totti e alle ali.
In pratica, la Juve si è snaturata, ha rinunciato al possesso palla, ha ammorbidito i ritmi e allentato il pressing e ha anche accettato che quello della Roma, altissimo (le aggressioni a Barzagli e Bonucci sono state la migliore idea di Garcia), inquinasse le fonti del gioco perché, per contrappeso, avrebbe aperto spazi al contropiede. I campioni d'Italia hanno potuto permettersi questo tipo di atteggiamento perché, rispetto al passato, adesso Conte sa che gli basta meno per arrivare al gol. Nei primi due anni, per segnare la Juve doveva martellare. Era sfibrando l'avversario che riusciva a demolirlo e, perché diventasse concreta, la superiorità doveva essere soverchiante. Adesso, invece, i bianconeri sanno arrivare in porta con immediatezza perché ci sono attaccati più efficaci, come Tevez e Llorente, e perché l'evoluzione di Vidal e Pogba e incessante. In poche parole: ora la Juve ha i top player, almeno per il livello del campionato italiano, e di conseguenza Conte, che ha le spalle coperte dai fuoriclasse, può perfezionare il suo lavoro. È per questo che tra i campioni d'Italia e il resto della serie A non c'è confronto. Ma non bisognava aspettare il 3-0 alla Roma per scoprirlo.
Il 3-0 alla Roma (ma anche il 3-0 al Napoli, risultato che presenta analogie non solamente numeriche con quello di domenica) è probabilmente il punto più alto mai toccato nel triennio anche se ci sono state partite più spettacolari, più emozionanti, più importanti, più significative. La Juve di domenica ha gestito la partita minuto per minuto, seguendo alla lettera il copione preparato durante le vacanze natalizie (che Conte ha passato a studiare) e mandato a memoria nell'ultima settimana. L'allenatore ha scelto di aspettare la Roma, di lasciarla muovere nello spazio tra la metà campo e la propria area di rigore, perché Conte sapeva che sarebbe stato fondamentale evitare di concedere metri a Gervinho e Maicon, due giocatori che, se lanciati sulla corsa, diventano inarrestabili. In sostanza, la Juve ha giocato con la difesa a cinque, concedendo libertà a Pjanic e De Rossi ma non a Totti e alle ali.
In pratica, la Juve si è snaturata, ha rinunciato al possesso palla, ha ammorbidito i ritmi e allentato il pressing e ha anche accettato che quello della Roma, altissimo (le aggressioni a Barzagli e Bonucci sono state la migliore idea di Garcia), inquinasse le fonti del gioco perché, per contrappeso, avrebbe aperto spazi al contropiede. I campioni d'Italia hanno potuto permettersi questo tipo di atteggiamento perché, rispetto al passato, adesso Conte sa che gli basta meno per arrivare al gol. Nei primi due anni, per segnare la Juve doveva martellare. Era sfibrando l'avversario che riusciva a demolirlo e, perché diventasse concreta, la superiorità doveva essere soverchiante. Adesso, invece, i bianconeri sanno arrivare in porta con immediatezza perché ci sono attaccati più efficaci, come Tevez e Llorente, e perché l'evoluzione di Vidal e Pogba e incessante. In poche parole: ora la Juve ha i top player, almeno per il livello del campionato italiano, e di conseguenza Conte, che ha le spalle coperte dai fuoriclasse, può perfezionare il suo lavoro. È per questo che tra i campioni d'Italia e il resto della serie A non c'è confronto. Ma non bisognava aspettare il 3-0 alla Roma per scoprirlo.