TORINO - La Juventus 3.0, quella che macina record e avversari, è il traguardo definitivo di Conte, il sogno realizzato. Al terzo anno della sua formidabile epopea, l'allenatore è arrivato a modellare la creatura perfetta, un meccanismo che può essere migliorato solamente elevando la qualità dei componenti. Per intenderci: mettendo Suarez al posto di Llorente o Bale a quello di Asamoah, la Juve sarebbe una squadra ancora migliore, ma la struttura resterebbe la medesima, così come il tessuto connettivo che forma la fibra del gruppo.
La prima Juventus, anno di gloria 2011/2012, era impetuosa e istintiva. È stata, forse, la più spettacolare, perché giocava a briglia sciolta mescolando rabbia ed entusiasmo. "Facevamo calcio a duecento all'ora", rievoca Conte. Attaccava in massa, talora con esagerazione e sempre con l'agitazione addosso, come se il mondo dovesse finire da un momento all'altro e ci fosse l'urgenza di un'ultima azione, di un ultimo assalto. La mole di gioco creata era pazzesca, ma il rapporto tra semina e raccolto molto sproporzionato. Quel modo di giocare non favoriva la lucidità negli ultimi metri e d'altronde la qualità degli attaccanti (il capocannoniere fu Matri, Vucinic incise solo dalla primavera in poi, Quagliarella e Borriello diedero un contributo marginale come l'ultimo Del Piero) non era eccelsa, dunque lo sbocco della manovra con il gol non così scontato. Inoltre, i meccanismi per liberare al tiro le mezze ali si affineranno solamente nella stagioni successive, per quanto il contributo realizzativo di Vidal e Marchisio cominciasse a essere interessante. Quella era un Juve galoppante, Conte la volle così per liberarla della depressione dei due settimi posti e da un digiuno di successi molto lungo. L'ambiente era desolato, i giocatori intimiditi: c'era bisogno, soprattutto, di coraggio e irrazionalità e fu con quelli che i bianconeri sfilarono a Ibrahimovic l'unico campionato che non sia riuscito a vincere in carriera, dai tempo dell'Ajax.
La seconda Juventus, anno di gloria 2012/2013, ha rappresentato l'evoluzione della prima. Intanto, Conte l'ha solidificata in un modulo fisso, il 3-5-2 dopo che, nel campionato precedente, era passato dal 4-2-4 al 4-1-4-1 al 4-3-3 fino ad arrivare alla soluzione definitiva. Alla squadra ha cominciato a infondere il concetto di sicurezza, di autocontrollo. In certe partite si poteva anche provare a gestire la situazione, mentre la prima Juve provava ad attaccare dal primo all'ultimo secondo, come se non ci fosse un domani. Attorno a Pirlo il centrocampo è maturato: Marchisio e Vidal hanno raggiunto livelli straordinari di rendimento, mentre cominciava ad affacciarsi Pogba. La Juve è diventata intaccabile, forte soprattutto in difesa. In attacco, il solito rendimento appena normale delle punte è stato compensato dall'esplosione realizzativa di Vidal, capocannoniere della squadra. La Juve ha cominciato a essere veramente consapevole della propria forza, e a gestirla. "E se avessimo gestito un po' di più le due partite con il Bayern, forse sarebbero andate diversamente", osserva a due anni di distanza Conte, con un filo di rimpianto: la Juve andò all'assalto dei tedeschi finendo per rimbalzargli addosso. Cosa sarebbe successo se invece li avessero aspettati con cautela? "Il fatto è che l'anno scorso abbiamo imparato a gestire le partite, ma non sempre ci siamo riusciti: certe volte, la squadra si è allungata troppo ed è andata in sofferenza". Non a caso, ha perso diverse partite: Inter, Milan, Roma, due volte la Sampdoria (!), Lazio in Coppa Italia, Bayern (due volte) in Champions. La prima stagione venne chiusa senza macchie (eccetto la finale di Coppa Italia con il Napoli), in questa ci sono stati solamente i capitomboli di Firenze, Madrid e Istanbul.
La terza Juventus, anno di gloria 2013/2014, è la sublimazione del lavoro di Conte. Non vince, maramaldeggia. Grazie all'arrivo di due punte finalmente come si deve, Tevez e Llorente, per segnare un gol possono bastare due o tre occasioni ben costruite, non più la decina che occorreva in passato. La squadra ha notevolmente abbassato i ritmi, e spesso anche il baricentro. Certe volte lascia giocare l'avversario o, come annota l'allenatore, "dà l'impressione di lasciarlo fare", come è successo con Roma e Napoli, battute per 3-0 in contropiede. La formazione non è più un gruppo di scavezzacollo pronti all'assalto all'arma bianca, ma di campioni scafati che ragionano in ogni istante su ciò che fanno, che sanno che la teoria (Conte ha intensificato le lezioni video) è importante quanto la pratica. "Ci siamo evoluti a livello di maturità". La Juve ha raggiunto una totale consapevolezza di sé, almeno in Italia, e sa adattarsi a diverse situazioni di tattiche. Di conseguenza, può darsi che l'avversario non sappia bene come prenderla, e finisce per illudersi o per confidersi. È il modello che ha disarticolato il calcio italiano. Ora si tratta semplicemente di trovare il modo di esportarlo.
La prima Juventus, anno di gloria 2011/2012, era impetuosa e istintiva. È stata, forse, la più spettacolare, perché giocava a briglia sciolta mescolando rabbia ed entusiasmo. "Facevamo calcio a duecento all'ora", rievoca Conte. Attaccava in massa, talora con esagerazione e sempre con l'agitazione addosso, come se il mondo dovesse finire da un momento all'altro e ci fosse l'urgenza di un'ultima azione, di un ultimo assalto. La mole di gioco creata era pazzesca, ma il rapporto tra semina e raccolto molto sproporzionato. Quel modo di giocare non favoriva la lucidità negli ultimi metri e d'altronde la qualità degli attaccanti (il capocannoniere fu Matri, Vucinic incise solo dalla primavera in poi, Quagliarella e Borriello diedero un contributo marginale come l'ultimo Del Piero) non era eccelsa, dunque lo sbocco della manovra con il gol non così scontato. Inoltre, i meccanismi per liberare al tiro le mezze ali si affineranno solamente nella stagioni successive, per quanto il contributo realizzativo di Vidal e Marchisio cominciasse a essere interessante. Quella era un Juve galoppante, Conte la volle così per liberarla della depressione dei due settimi posti e da un digiuno di successi molto lungo. L'ambiente era desolato, i giocatori intimiditi: c'era bisogno, soprattutto, di coraggio e irrazionalità e fu con quelli che i bianconeri sfilarono a Ibrahimovic l'unico campionato che non sia riuscito a vincere in carriera, dai tempo dell'Ajax.
La seconda Juventus, anno di gloria 2012/2013, ha rappresentato l'evoluzione della prima. Intanto, Conte l'ha solidificata in un modulo fisso, il 3-5-2 dopo che, nel campionato precedente, era passato dal 4-2-4 al 4-1-4-1 al 4-3-3 fino ad arrivare alla soluzione definitiva. Alla squadra ha cominciato a infondere il concetto di sicurezza, di autocontrollo. In certe partite si poteva anche provare a gestire la situazione, mentre la prima Juve provava ad attaccare dal primo all'ultimo secondo, come se non ci fosse un domani. Attorno a Pirlo il centrocampo è maturato: Marchisio e Vidal hanno raggiunto livelli straordinari di rendimento, mentre cominciava ad affacciarsi Pogba. La Juve è diventata intaccabile, forte soprattutto in difesa. In attacco, il solito rendimento appena normale delle punte è stato compensato dall'esplosione realizzativa di Vidal, capocannoniere della squadra. La Juve ha cominciato a essere veramente consapevole della propria forza, e a gestirla. "E se avessimo gestito un po' di più le due partite con il Bayern, forse sarebbero andate diversamente", osserva a due anni di distanza Conte, con un filo di rimpianto: la Juve andò all'assalto dei tedeschi finendo per rimbalzargli addosso. Cosa sarebbe successo se invece li avessero aspettati con cautela? "Il fatto è che l'anno scorso abbiamo imparato a gestire le partite, ma non sempre ci siamo riusciti: certe volte, la squadra si è allungata troppo ed è andata in sofferenza". Non a caso, ha perso diverse partite: Inter, Milan, Roma, due volte la Sampdoria (!), Lazio in Coppa Italia, Bayern (due volte) in Champions. La prima stagione venne chiusa senza macchie (eccetto la finale di Coppa Italia con il Napoli), in questa ci sono stati solamente i capitomboli di Firenze, Madrid e Istanbul.
La terza Juventus, anno di gloria 2013/2014, è la sublimazione del lavoro di Conte. Non vince, maramaldeggia. Grazie all'arrivo di due punte finalmente come si deve, Tevez e Llorente, per segnare un gol possono bastare due o tre occasioni ben costruite, non più la decina che occorreva in passato. La squadra ha notevolmente abbassato i ritmi, e spesso anche il baricentro. Certe volte lascia giocare l'avversario o, come annota l'allenatore, "dà l'impressione di lasciarlo fare", come è successo con Roma e Napoli, battute per 3-0 in contropiede. La formazione non è più un gruppo di scavezzacollo pronti all'assalto all'arma bianca, ma di campioni scafati che ragionano in ogni istante su ciò che fanno, che sanno che la teoria (Conte ha intensificato le lezioni video) è importante quanto la pratica. "Ci siamo evoluti a livello di maturità". La Juve ha raggiunto una totale consapevolezza di sé, almeno in Italia, e sa adattarsi a diverse situazioni di tattiche. Di conseguenza, può darsi che l'avversario non sappia bene come prenderla, e finisce per illudersi o per confidersi. È il modello che ha disarticolato il calcio italiano. Ora si tratta semplicemente di trovare il modo di esportarlo.