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Scudetto Juventus, Buffon il mito ci saluta

Gianluigi Buffon (ansa)
Ha alzato la sua ultima coppa delle scudetto ora dovrà cominciare un'altra carriera, da dirigente. Forse alla Juve, forse in Figc, più probabilmente alla Fifa nello staff del presidente Infantino
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TORINO - Alla fine dell'ottocentocinquantaquattresima partita della sua carriera, il capitano Gianluigi Buffon ha alzato al cielo la ventitreesima coppa di una carriera lunga e ricca e piena di qualunque cosa lui abbia voluto per riempirla comprese le contraddizioni, che sono forse il tratto distintivo di un uomo che non si è mai voluto negare nulla e che, come ha detto lui stesso fino all'ultimo, ha affrontato la vita con il vento in faccia, senza chinarla nemmeno di fronte alle folate più taglianti.

È probabile che Buffon sia stato il miglior portiere nella storia del calcio italiano e comunque non è necessario definirlo con esattezza, visto che ogni paragone con i grandi del passato non ha nessun significato e non sta in piedi. È certo che il capitano della Juventus e della Nazionale sia stato il simbolo calcistico del terzo millennio per quello che ha vinto, per come lo ho vinto, per quanto è durato, per le cose che ha fatto e anche per quelle che ha detto, inclusi quegli indecenti insulti all'arbitro Oliver alla fine della notte di Madrid, dopo che per vent'anni aveva fatto la morale a chi usava gli errori arbitrali come alibi: l'ultima delle sue mille contraddizioni, appunto. Ma qui conta solamente la stagione della staffa, quella durante la quale ha scollinato i quarant'anni avviandosi a un addio lungo e cadenzato, anche quello non banale, sovrastato dalla prepotente delusione azzurra ("Quella batosta avrebbe ammazzato chiunque"), dalla dolorosa eliminazione dalla Champions col la prima espulsione per proteste della sua vita, da un infortunio balordo che gli ha tolto due mesi di partite e che lo staff medico juventino ha probabilmente sottostimato, ma infine addolcita dalla conquista della sua prima Coppa Italia da protagonista (19 anni dopo quella vinta a Parma) e dal nono tricolore della sua vita, che ne fa il calciatore più scudettato del calcio italiano. Difficile che qualcuno possa raggiungerlo, perlomeno in tempi brevi. Lui sta nel mito, punto.

Nell'anno del suo tramonto Buffon è stato un portiere normalissimo, nel senso che non lo hanno messo in porta per rispetto del suo nome e del suo passato ma perché è stato bravo a parare fino all'ultimo, disinnescando calci di rigore (a Farias, ed era il primo decretato con il Var, e al Papu Gomez in Coppa Italia), respingendo quasi tutto il parabile e qualche volta anche qualcosa in più, riducendo al minimo gli sbagli e insomma risultando, anche all'età che ha e nonostante il logorio di 23 anni di professionismo alle e sulle spalle, uno dei migliori portieri del campionato (forse non si può dire "il migliore", visto lo strepitoso torneo di Alisson), d'Europa e quindi del mondo: lascia che è ancora al top, ma anche perché ha la consapevolezza che, a quarant'anni, il declino ti può anche cogliere di colpo, senza preavviso.
Domenica prossima saluterà il popolo juventino nell'ultima giornata di campionato: non ci sarà nulla di eclatante (magari ci saranno lacrime, ma non come quelle che accompagnarono l'anno scorso il ritiro di Totti), lui sta preparando una lettera dedicata alla sua gente (una delle cose che gli piace fare è scrivere, perfezionerà anche questa inclinazione) ma non la tirerà troppo per lunghe, anche perché un paio di settimane più tardi sarà di nuovo allo Stadium per dare il commiato anche alla maglia azzurra, in occasione di Italia-Olanda, l'ultima partita della sua prima vita.

Poi ne dovrà cominciare un'altra, da dirigente. Forse alla Juve, forse in Figc, più probabilmente alla Fifa nello staff del presidente Infantino. I programmi sono ancora indefiniti, anche perché non dipendono soltanto lui, ma è certo che voglia essere un numero 1 anche in quell'ambito. Non si limiterà a portare in tournée il suo passato: è probabile che tra vent'anni celebreremo un'altra carriera sensazionale.
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