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Juve aggrappata ai gol di Morata, l'ex terza scelta diventata subito indispensabile

Alvaro Morata (afp)
Una rete al Crotone, una doppietta alla prima in Champions contro la Dinamo Kiev. Approfittando dell'assenza causa Covid di Ronaldo e della condizione fisica non ancora ottimale di Dybala, lo spagnolo si prende la scena. Pirlo: "Ha solo bisogno di fiducia"
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KIEV - Non ha senso, adesso, chiedersi cosa sarà di Morata quando il virus lascerà Ronaldo e Dybala starà in piedi per 90'. Pirlo proverà anche a metterli tutti a tre assieme ma per il momento conta solo quello che succede, non quello che succederà: "Finché segna, Alvaro me lo tengo stretto". In due partite, l'ex terza scelta del mercato juventino dopo Dzeko e Suarez (senza contare le chimere tipo Jimenez) ha fatto in fretta a sentirsi a suo agio: a Crotone una rete, un'altra annullata per una questione di centimetri e un palo interno, a Kiev una doppietta. Tutti gli ultimi tre gol della Juve li ha fatti lui così come i tre precedenti li aveva segnati Ronaldo, segno di una dipendenza juventina abbastanza netta dalla vena del goleador di turno. Non è detto che sia un difetto.

"Era ragazzino, ora è un uomo"

Di Morata, colpisce l'allegria e la felicità con cui gioca. Perché poi, in definitiva, la Juve è il posto dove è stato meglio, dove è stato accolto senza retaggi, dove non aveva un peso sulle spalle. "Lo avevo lasciato ragazzino, l'ho ritrovato uomo" dice Pirlo, che condivise con Morata la delusione della finale di Champions di Berlino 2015: Alvaro segnò ma non bastò, Andrea chiuse quella notte con la Juve e l'Europa sciogliendosi nel pianto. Cinque anni dopo, rieccoli.

Gli eterni ritorni di Alvaro

Morata è un tipo da ritorni. Cresciuto nel vivaio dell'Atletico, spinto dal tifo sfegatato nel nonno, lo lasciò per andare prima al Getafe e poi - tradimento! - al Real, che lo battezzò in prima squadra, gli fece vincere una Champions da comprimario (2014) e poi lo mandò alla Juve per maturare riprendendoselo due anni dopo. Morata tornò controvoglia, avrebbe preferito restare a Torino, ma una volta al Bernabeu disse: "Questa è casa mia". Un anno (e un'altra Champions in bacheca) più tardi già aveva traslocato, destinazione Chelsea. Dopo un anno e mezzo a Londra, un altro remake: rieccolo all'Atletico, commosso nel ricordo del nonno, la sciarpa biancorossa al collo. "Questa è casa mia", ma di nuovo per poco: altri diciotto mesi, un altro trasloco e il terzo ritorno di un attaccante che vive ripercorrendo le proprie orme. L'ha detto anche alla Juve: "Questa è casa mia", ma forse stavolta ci ha azzeccato perché a Torino gli hanno sempre voluto bene, Agnelli lo adora come centravanti e come ragazzo, è benvoluto da tutti (i dipendenti del club adorano la sua gentilezza, così rara in un calciatore) e qui ha trovato moglie, la veneziana Alice, con cui ha già avuto tre figli. Dipendesse da lui, metterebbe radici.

Il limite della bontà

Morata è un ragazzo buono, e anche un calciatore buono: per un centravanti può essere un difetto, perché in area imperversano i cagnacci. La sua mitezza caratteriale è stata in ogni caso un limite: al Real gli rimproveravano di essere cresciuto nella bambagia, lui che viene da una famiglia della borghesia di Madrid, e quando arrivò in prima squadra era così in soggezione che dava sempre la palla a Ronaldo, anche quando avrebbe dovuto tenerla per sé. Così, quando venne alla Juve, si convinse di avere imparato la lezione e non la dava mai a Tevez, che cominciò a sbuffare. Quando Allegri lo implorò di smetterla di tirare ogni volta che poteva, ricominciò come con Ronaldo: la passava sempre a Tevez anche quando non era il caso perché Morata è così, uno sempre un po' troppo preoccupato di fare la cosa sbagliata, di prendersi una responsabilità, di imporsi sugli altri. Le ultime quattro stagioni sono state deludenti, in rapporto a quanto prometteva e alle smisurate doti fisiche e tecniche che ha: con Real, Chelsea e Atletico non ha mai conquistato un posto centrale nella squadra, ha perso a più riprese quello in nazionale (al Mondiale russo non c'era, nell'ultima convocazione nemmeno) e neanche due motivatori supremi come Conte e Simeone sono riusciti a dare velenoso calore all'algida bellezza del suo gioco.

Pirlo: "Ha solo bisogno di fiducia"

Alla Juve sarà diverso? Forse sì, forse perché gli si chiede di meno: in fondo è solo una terza scelta, no? Intanto, Pirlo ha subito inquadrato con pertinenza la questione: "Alvaro adesso è un uomo affidabile e un giocatore completo. Quello di cui ha bisogno è la fiducia": gli serve che lo coccolino un po', è uno da carota e non bastone e alla Juve non gli hanno fatto mai mancare l'affetto. Poi bisogna vedere come reagirà quando la concorrenza sarà al completo, ma anche quanto ancora si adatterà al sistema di gioco di Pirlo, il quale è soddisfatto dei gol che il suo centravanti ha segnato ma non ancora del suo modo di calarsi negli schemi: "Gli stiamo chiedendo certe cose, qualcosa sta facendo però deve ancora migliorare. Ma intanto che fa gol ce lo teniamo stretto". Morata, dopotutto, è uno che ha bisogno di abbracci.
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