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Juventus, Miretti e gli altri giovani talenti: l'importanza dell'U23 per il salto di qualità

Juventus, Miretti e gli altri giovani talenti: l'importanza dell'U23 per il salto di qualità
Il più giovane titolare tra i 20 italiani scesi in campo in Champions è il centrocmpista bianconero. Non un caso isolato, ma il frutto di un lavoro passato anche dalla seconda squadra, fondamentale per diminuire il gap tradizionalmente enorme - tatticamente e fisicamente - tra Primavera e massima serie
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Tra i 20 italiani scesi in campo tra martedì e mercoledì nel primo turno di Champions League, ce n'è uno, il più giovane in assoluto (2003), la cui presenza ha un significato profondo per la Juventus e per il calcio italiano. Fabio Miretti ha completato la scalata facendo il suo esordio da titolare contro il Psg: è lui il primo esempio del percorso virtuoso della Juventus Under 23, ribattezzata Next Gen per ufficializzare l'inizio della seconda fase, il primo calciatore ad affermarsi ad altissimo livello dopo essere passato da una "seconda squadra" Lui, Fagioli e l'argentino Soulé sono il risultato del progetto di valorizzazione dei giovani, il tentativo di creare un ponte tra la Primavera e la prima squadra: una differenza tecnica e fisica che costringe i calciatori ad un salto in alto semplicemente impossibile da compiere. "Non più del 2% dei calciatori che terminano la Primavera trova collocazione in Serie A" è stata la statistica snocciolata da Cherubini, oggi direttore sportivo bianconero, ieri ideatore e promotore del cambio di paradigma con la nascita della Juventus Under 23.

Il salto in alto di Miretti

"Quando sono sceso in campo contro i campioni del Psg mi hanno colpito la velocità e la qualità con cui eseguivano ogni movimento, dallo smarcamento al passaggio - è la considerazione di Miretti -. Facevano tutto al massimo della velocità con estrema qualità". Impossibile essere subito pronti per certi palcoscenici se prima non c'è stato un confronto con la velocità, la qualità, l'intensità dei grandi campioni del calcio internazionale. Per questo i percorsi vengono modellati sulle necessità, sul livello di partenza e sul percorso compiuto fino a quel momento. Miretti è arrivato nel settore giovanile della Juventus "a otto anni, tifavo Juve e sceglierla non è stato difficile anche se c'era stato l'interessamento del Toro", mentre Fagioli è stato portato in bianconero da Gigi Milani. Infine per Soulé la corte fu serrata, visto le tante squadre interessate a lui, prima di scegliere "durante una grigliata in Argentina, appena mi misi a mangiare avevo già deciso". I periodi difficili non sono mancati, tra infortuni, la difficoltà ad adattarsi ai ritmi dei grandi, la necessità di doversi riadattare alla velocità del calcio giovanile o della Serie C. Montagne russe che temprano, che forgiano il carattere: caratteristica necessaria a Soulé per superare gli infortuni dei primi anni, per Miretti nello stringere i denti e farsi trovare pronto all'esordio dello scorso anno in Serie A, per Fagioli a vivere da protagonista, venendo promosso, la Serie B con la Cremonese.

I successi

La Coppa Italia vinta lo scorso anno è una medaglia appuntata sul petto del club, anche se il vero obiettivo non è, almeno in questo caso, vincere. Bensì formare i calciatori di domani, arrivando a fare delle scelte controcorrente come durante l'ultimo mercato: via Arthur e Zakaria, ingaggi soffocanti e prestazioni altalenanti, per lanciare Miretti e Fagioli in prima squadra. Il primo è già una prima scelta per Allegri, il secondo punta a diventarlo. Sfruttando l'esperienza accumulata in campo e in allenamento, al fianco di grandi campioni: "Ho avuto la fortuna di allenarmi con campione come  Ronaldo, ho iniziato a 17 anni con Allegri, poi con Pirlo ho fatto sei mesi in prima squadra - è il percorso raccontato dallo stesso Fagioli -. Ho scelto, in accordo con la società, di andare in prestito alla Cremonese: scelta azzeccata non solo per i risultati ma anche per l'esperienza. Penso che l'Under 23 sia stata importante, il passaggio dalla Primavera alla prima squadra è troppo grande. Confrontarci con professionisti aiuta molto a crescere, aiuta a diventare pronti per la prima squadra". Mentre Soulé viene coccolato dal connazionale Di Maria ("il rapporto con lui è bellissimo, siamo argentini e c'è confidenza, la viviamo come se ci conoscessimo da prima, beviamo mate e non è ancora venuto a mangiare da me ma succederà"), Fagioli e Miretti sono a loro modo depositari della juventinità, essendo in questo club da anni: "Essere cresciuti qui ci fa arrivare in prima squadra pronti, sappiamo cosa significhi giocare per la Juve e vestire questa maglia, i nostri doveri - conferma Miretti -. Una questione di identità che ci portiamo dentro da tanti anni. In un contesto come la prima squadra, il mio compito è imparare dai giocatori più esperti, non di trasmettere valori che loro sapranno già. Quello che faccio io è solo imparare". Umiltà trasposta anche verso l'altra metà del loro mondo, il settore giovanile e la Next Gen, di cui a livello anagrafico fanno ancora parte: "È un vantaggio essere qui da tanto tempo - conferma Fagioli -. Possiamo essere da esempio per chi è nel settore giovanile, fargli capire che possono aspirare a un top club". Loro ce l'hanno fatta, almeno a compiere il primo passo.

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