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Juventus, missione Next Gen: da Furino a Miretti, la ricerca domestica della meglio gioventù

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Il vivaio bianconero, da cui sono usciti campioni, il sogno di molti ragazzi. Andrea Agnelli: "In pochi anni metà della rosa della prima squadra arriverà dalle giovanili"
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TORINO — Il sogno era quel borsone blu con la scritta bianca tutta in maiuscolo, JUVENTUS F.C.: l'avevano, identico, i campioni della prima squadra e i ragazzi del vivaio. Trascinarlo in tram, mostrarlo agli amici al campetto, ai compagni di scuola, che meraviglia. Nessuno di noi l'ha mai avuto, il borsone. Eravamo sognatori a vuoto e tali siamo rimasti, però che bello sognare.

Il vivaio della Juve, sostantivo che ricorda i pesciolini e le rose di serra, negli anni Sessanta e Settanta era una potenza. Ora Andrea Agnelli dice che in 5-8 anni, almeno la metà della rosa di prima squadra potrà arrivare dalle giovanili, cioè dalla Next Gen: ecco il contatto tra Agnelli e i nuovi dirigenti, il loro primo programma strategico. Sull'onda già alta dei Miretti e dei Soulé (Fagioli è cresciuto qui precocissimo, non nato calcisticamente), altri ragazzi potranno vedere la loro fotografia appesa nel corridoio della memoria che…

TORINO — Il sogno era quel borsone blu con la scritta bianca tutta in maiuscolo, JUVENTUS F.C.: l'avevano, identico, i campioni della prima squadra e i ragazzi del vivaio. Trascinarlo in tram, mostrarlo agli amici al campetto, ai compagni di scuola, che meraviglia. Nessuno di noi l'ha mai avuto, il borsone. Eravamo sognatori a vuoto e tali siamo rimasti, però che bello sognare.

Il vivaio della Juve, sostantivo che ricorda i pesciolini e le rose di serra, negli anni Sessanta e Settanta era una potenza. Ora Andrea Agnelli dice che in 5-8 anni, almeno la metà della rosa di prima squadra potrà arrivare dalle giovanili, cioè dalla Next Gen: ecco il contatto tra Agnelli e i nuovi dirigenti, il loro primo programma strategico. Sull'onda già alta dei Miretti e dei Soulé (Fagioli è cresciuto qui precocissimo, non nato calcisticamente), altri ragazzi potranno vedere la loro fotografia appesa nel corridoio della memoria che i piccoli percorrono per andare ad allenarsi: lì, come per i presidenti americani e per i direttori dei grandi giornali, c'è la galleria dei predecessori, quelli che ce l'hanno fatta a scalare la montagna. L'ultimo dei più gloriosi, certamente Claudio Marchisio. Il più grande, probabilmente Paolo Rossi e, appena dopo di lui, Roberto Bettega.

C'è un nome ormai dimenticato: Mario Pedrale. La Juventus dovrebbe fargli una statua davanti alla sede. Costui fu il maestro assoluto di un vivaio che innestò come talee e allevò come avanotti giocatori che si chiamavano, appunto, Roberto Bettega e Giuseppe Furino, il quale abitava in Largo Orbassano, non lontano dal vecchio Comunale, e prima dell'allenamento andava a giocare a pallone come un ossesso in Piazza D'Armi. "Arrivava tutto sudato, stravolto, correva come un matto, dovevamo fermarlo" ricordava il maestro Pedrale. Quel bambino piccolo con le gambe storte sarebbe diventato un leggendario capitano. "E Bettega lo portava il suo papà, era disciplinatissimo, mai saltato un allenamento, si vedeva che sarebbe arrivato lontano".

La meraviglia di scoprire, capire, addestrare, educare, veder crescere: il privilegio luminoso e difficilissimo di genitori, nonni e insegnanti. Questo è un settore giovanile, scuola di sport e di vita, come si diceva una volta a dispetto della retorica (sempre meglio del cinismo). La Juventus ci ha creduto per un tempo lunghissimo, prima di abbandonarlo e poi riprenderlo per necessità e virtù.

Il lavoro sui talenti è una storia antica, risalente addirittura all'epoca biblica dei patriarchi juventini: il mitico portiere Gianpiero Combi e il roccioso difensore Piero Rava furono cuccioli della remotissima nidiata e arrivarono, da lì, in cima al mondo. Crebbe nel vivaio bianconero anche Carletto Parola, il difensore della rovesciata immortale. In tempi assai più recenti, la cantera juventina ha prodotto tra gli altri Gian Piero Gasperini, prima giocatore e a lungo allenatore delle giovanili, e poi Sebastian Giovinco e Ciro Immobile.

L'elenco comprende atleti che non sono transitati invano sul prato verde, ad esempio il campione europeo Leonardo Spinazzola, l'ottimo bomber Tommaso Rocchi e l'ubriacante ala Domenico Marocchino. Non tutti hanno trovato gloria a Torino, ma ognuno di loro ha imparato qui un'educazione e una disciplina che compongono, o dovrebbero comporre, la sostanza dello "stile Juve". Dentro il borsone blu, erano questi i tesori più preziosi.