Juventus, Di Maria e la rabona: giusto o folle cercare la bellezza?
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiLa "rabona" di Angel Di Maria (dallo spagnolo "rabo", cioè coda, quella che i bovini e i cavalli usano per scacciare gli insetti) all'ultimo minuto di Juventus-Monza di Coppa Italia, partita a quel punto quasi finita ma non chiusa, al cospetto del portiere avversario (che respingerà il tiro), con la qualificazione ancora in bilico e la necessità di badare al sodo, sta facendo assai discutere. Gesto assurdo? Spettacolare? Superfluo? Trasgressivo? Irridente? Barocco? Geniale? Un colpo di classe o una stupidaggine? Giudicando dal commento dell'allenatore Landucci, in panchina al posto dello squalificato Allegri, più la seconda: "Se ci fosse stato Max, credo che sarebbe entrato in campo". E non per abbracciare il filiforme fuoriclasse bianconero.
La "rabona" di Angel Di Maria (dallo spagnolo "rabo", cioè coda, quella che i bovini e i cavalli usano per scacciare gli insetti) all'ultimo minuto di Juventus-Monza di Coppa Italia, partita a quel punto quasi finita ma non chiusa, al cospetto del portiere avversario (che respingerà il tiro), con la qualificazione ancora in bilico e la necessità di badare al sodo, sta facendo assai discutere. Gesto assurdo? Spettacolare? Superfluo? Trasgressivo? Irridente? Barocco? Geniale? Un colpo di classe o una stupidaggine? Giudicando dal commento dell'allenatore Landucci, in panchina al posto dello squalificato Allegri, più la seconda: "Se ci fosse stato Max, credo che sarebbe entrato in campo". E non per abbracciare il filiforme fuoriclasse bianconero.
Premessa: i geni non ragionano come noi. Ma anche i geni possono fare delle scemenze. Angel Di Maria è certamente un genio del calcio, e ama molto la rabona: un suo gol con il Benfica contro l'Aek è passato alla storia, tirando proprio così, con la punta del piede che va dietro la gamba d'appoggio e colpisce. Una prodezza che un fantasista usa solitamente al momento del cross, perché spiazza il difensore portando nell'azione un'inaspettata simmetria. Anche Maradona, ogni tanto, si dilettava con la rabona, ma mai per il puro gusto di farlo: se decideva così, era perché necessario. Un altro campione parecchio attratto dalla coda di bue è Cristiano Ronaldo, lui sì a volte incline ai ghirigori, ad esempio nei suoi stucchevoli e non sempre essenziali doppi passi. Ma capace, al contempo, di prodezze uniche.
La differenza in Juve-Monza, però, è che la pensata di Di Maria sia stata scelta per un tiro, complicando il gesto, e non per un assist. E non a gara in corso, ma in un momento potenzialmente decisivo della medesima. La rabona non ha aggiunto niente allo spettacolo, e forse ha tolto qualcosa al risultato. Qui si rischia di cadere nel filosofico, discettando di bellezza e sostanza, idealità e concretezza. Ciò che è bello è per sua natura utile, perché di bellezza abbiamo bisogno? Oppure la vera bellezza deve produrre cambiamento e non essere mai mera estetica? A parte che nel caso di Di Maria si dovrebbe parlare più di estetismo, il senso di quella rabona non appartiene al mondo del pensiero ma del sentimento. Ma allora, cosa conta di più tra ragione e sentimento?
Un fuoriclasse fa perché sente, non perché sa. Di Maria è un calciatore sublime, vede oltre, possiede una tecnica divina, ma anche lui indulge a volte alla parola di troppo, al verso che una poesia già perfetta non richiederebbe. Prendere o lasciare. Non è giusto chiedere a un campione di esaltarci, se poi con quell'esaltazione può anche deluderci. Diciamo che la differenza tra i grandi e i grandissimi sta proprio nella "misura smisurata", cioè nel fare alla perfezione qualcosa che potrà anche essere inaudito, ma mai eccessivo e tantomeno superfluo. Trovate una pennellata inutile a Michelangelo, una nota evitabile a Beethoven, una parola sprecata a Montale, se siete capaci. Angel Di Maria ha giocato, ha osato, quel tiro l'ha sbagliato, il resto pure. Ma le grandi cose che fa, gli riescono anche perché tenta le altre, perché le prova tutte. Scacciare le mosche con la coda gli piace troppo. E, alla fine, sempre meglio una coda di una mosca.