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Caro Scirea, oggi 70 anni: avresti fatto l'allenatore e il dirigente, alla Juventus e in Nazionale. E quanto ci manchi

Gaetano Scirea 
Il grande e indimenticato campione, scomparso in Polonia in un incidente stradale nel 1989 avrebbe tagliato il traguardo in questo 25 maggio. Il ricordo di un uomo speciale e di come sarebbe potuto diventare
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Immaginare Gaetano Scirea oggi, mentre compie 70 anni. Immaginare come avrebbe i capelli e il viso, e ricordare la sua voce che sarebbe naturalmente sempre quella, bassa e pacata, non è mica vero che il tempo si porta via il ricordo delle parole di chi non c’è più. Pensare a Gai, come lo chiamavamo tutti, e dirgli auguri. E ripetergli quanto ci manca, quanto ci è mancato in questo tempo, e quante volte avremmo avuto bisogno di lui.

Gaetano lo immaginiamo alto, asciutto, non un chilo in più. Sempre così elegante nei gesti e nei movimenti: non ne sprecava uno, in campo e neppure fuori. Parlerebbe un po’ più di prima ma sempre poco, e solo se necessario. A volte si negherebbe, ma rispondendo sempre con educazione. E sarebbe molto bello verificare come il nocciolo profondo di ogni persona rimanga com’era.

Gai avrebbe fatto l’allenatore, alla Juventus era già il vice di Zoff, il suo amico del cuore. Immaginia…

Immaginare Gaetano Scirea oggi, mentre compie 70 anni. Immaginare come avrebbe i capelli e il viso, e ricordare la sua voce che sarebbe naturalmente sempre quella, bassa e pacata, non è mica vero che il tempo si porta via il ricordo delle parole di chi non c’è più. Pensare a Gai, come lo chiamavamo tutti, e dirgli auguri. E ripetergli quanto ci manca, quanto ci è mancato in questo tempo, e quante volte avremmo avuto bisogno di lui.

Gaetano lo immaginiamo alto, asciutto, non un chilo in più. Sempre così elegante nei gesti e nei movimenti: non ne sprecava uno, in campo e neppure fuori. Parlerebbe un po’ più di prima ma sempre poco, e solo se necessario. A volte si negherebbe, ma rispondendo sempre con educazione. E sarebbe molto bello verificare come il nocciolo profondo di ogni persona rimanga com’era.

Gai avrebbe fatto l’allenatore, alla Juventus era già il vice di Zoff, il suo amico del cuore. Immaginiamo che sarebbe rimasto accanto a Dino alla Juve, alla Lazio e in Nazionale, e forse un giorno sarebbe diventato cittì come Giuàn, come Dino, come Cesare. Quanto si volevano bene, quei quattro. Il maestro e tre allievi piuttosto taciturni ma di enorme sostanza. Gente di una volta. Gente come la vorremmo sempre.

Gaetano Scirea lo immaginiamo prezioso, un tesoro per tanti e tanti anni, quanti ne avrebbe avuti per il calcio e per la sua famiglia, per Mariella e per Riccardo che oggi ne ha 47, cioè undici più di suo padre quando morì e lui era un bambino, e lo seppe dalla voce di Sandro Ciotti in tivù. Quel bambino che d’estate andava in bicicletta sulla tomba del papà, in un piccolo cimitero del Monferrato. La bara enorme e scura, di legno polacco, che nel loculo non entrava e dovettero sostituirla.

Non crediamo che Gai sarebbe invece diventato opinionista o “talent”, come si dice adesso: non era tanto a suo agio con i discorsi, che pure frequentava con parsimoniosa esattezza, non una parola di troppo ma neppure una di meno. Forse, un giorno gli avrebbero chiesto di diventare dirigente, magari dopo le esperienze in panchina. Forse, quasi certamente nella Juventus. Ma anche in Nazionale dove sarebbe stato un perfetto team manager, proprio come Vialli, altro amico che non c’è più ma c’è ancora tantissimo.

Immaginiamo che Gai sarebbe sempre rimasto a Torino, nel quartiere della Crocetta, elegante e silenzioso come lui. Non sarebbe cambiato il suo sorriso dolcissimo, e nemmeno quello sguardo da timido che non esagerava mai e si stupiva tantissimo. E sarebbe stato preciso e serio in ogni cosa, lui che morì sul lavoro su una strada polacca, un rettilineo, una lieve ondulazione dell’asfalto, quanto bastò all’autista per non vedere chi stava arrivando dall’altra parte in un sorpasso. Poi quel fuoco, le taniche di benzina nel bagagliaio, perché in Polonia non c’erano distributori e bisognava portarsi appresso la scorta. Quel giorno, Gaetano era seduto su una bomba.

Lo immaginiamo maestro di calcio. Forse si sarebbe chiamato fuori da quello più grande e sfavillante, per insegnare il pallone ai bambini come fa Paolo Pulici, suo avversario in tanti derby, lontano dai rumori di fondo del mondo. Gli sarebbe piaciuto restare vicino alle cose mentre crescono, ma se invece gli avessero affidato una squadra vera l’avrebbe fatta giocare all’olandese, i difensori che attaccano, gli attaccanti che difendono: come faceva lui. Era quello il calcio che amava.

Sarebbe così bello saperlo qui, adesso, dove c’è tanto bisogno. E nemmeno un po’ di retorica, mai una polemica, mai strillare, mai provocare. Gai non avrebbe un profilo social, non scriverebbe fesserie su Twitter. Il tempo non l’avrebbe perso ma guadagnato, lui che in fondo ne ha avuto così poco.

Poterlo chiamare ancora al telefono, sulla linea fissa di casa sua, perché allora funzionava così: avevi il numero di un campione del mondo, lo componevi e rispondeva lui. Semplice, no? Gai non avrebbe procuratori, addetti stampa, media manager. Sarebbe ancora Gaetano Scirea, quello che un giorno vinse la Coppa del mondo e tutte le altre con la Juventus, e tanti scudetti, tutto qui. Come un normale destino speciale.

In questo giorno di rimpianto per averlo perduto e di gioia per averlo avuto, Gai lo immaginiamo accanto a suo figlio Riccardo, due gocce d’acqua, e con gli altri tre piccoli Scirea da portare a calcio o al mare: Gregorio, 3 anni, Edoardo, 9 e Gabriele, 11. Li vediamo insieme al nonno, a Gaetano Scirea che sarebbe ancora quello che era. Libero.