TORINO. Dentro il tombino c’era It. Nel buio di Jekyll abitava Hyde. Perché c’è sempre la spiegazione dello sprofondo, il nero mare che si agita nell’invisibile abisso. Per molto tempo, di Massimiliano Allegri abbiamo visto solo l’increspatura dell’onda, la bianca schiuma che rotolava insieme ai palloni nelle porte degli altri. La superficie. Ma le correnti, ah, quelle stanno molto più giù, dove sonnecchiano creature inimmaginabili, mostri da Odissea. Peccato che una bella storia sia diventata un romanzo horror.
Il buio di Allegri è la sua solitudine: non sempre parte l’embolo per questo, ma sentirsi soli e nudi aiuta. Lo richiamarono alla Juventus ammettendo un doppio peccato d’illusione, prima Sarri, poi Pirlo. La chimera del “bel giuoco”, i riflessi scintillanti della modernità. Ma è moderno solo chi vince. Max, scusa, ci siamo sbagliati. Facci vincere. Tu sai come si fa. Lui sapeva come si fa: in tre anni, il suo verbo è diventato un imperfetto. Tornò che ancora c’era Cristiano Ronaldo, per poco ma c’era, con un presidente che di cognome faceva Agnelli, e poi si è ritrovato Kean e Nicolussi Caviglia, senza offesa. Prima, l’unica caviglia di cui gli importasse era quella di Tevez.
Meno di mille giorni. I primi trecento per perdere due finali, i secondi per non perdere la rotta tra punti sottratti e in parte restituiti dai tribunali, una classifica di caucciù e tutto il mondo che frana. Ma Allegri sempre sulla tolda, inseguendo il profilo lontano di una gobba di cetaceo, la sua balena bianca un po’ stanca: anche il capitano lo era? Davvero non si è più aggiornato dopo i due anni sabbatici sul barchino a Livorno, e il ritorno dentro la casa mai lasciata? Era giusto far passare Max per un brontosauro? Resterebbero, mal contate, le ultime centinaia di giorni, i più foschi. Tutto era cambiato nel frattempo, dentro e fuori. Squadra giovane, altro presidente, altri dirigenti, il rapporto complicato con Giuntoli. La scelta di Motta già a Natale, la diga che crolla a San Siro, la caduta vorticosa in loop, gli arbitri che trattano la Juve come una cosa qualunque. “Dov’è Rocchi?”. Buona domanda.
Vincere è la prima cosa che conta, già, ma anche l’ultima. Il buio preme, l’inferno ribolle con le sue braci. E Max, che aveva vissuto la rivoluzione di un mondo intero dopo il Covid, comprese alcune nuove e astruse regole, tipo le cinque sostituzioni (che errore ammetterne il disagio nella meccanica di gestione), lui invece si è scoperto sempre identico, forse immobile e non più invincibile. L’animale ferito, sbranato dalle tigri.
Una volta gli compravano Higuain, poi arrivò Alcaraz. E tutto il tempo passato a sentirsi dire vecchio: pure nostro nonno si sarebbe incazzato nero. Addio dunque alla schiuma dell’onda, alla leggerezza di spirito toscano. Le ragioni del sangue reclamano il tributo, e il babbo di Max era scaricatore di porto. A che punto è la notte?, dev’essersi chiesto il figlio vincendo una Coppa che sarebbe stato meglio perdere. Tutta la rabbia, a quel punto, è riemersa dal fondo, insieme alla sete di vendetta, ai macigni di sassolini nelle scarpe, e la sclerata è stata una somma algebrica del peggio (che però fa sangue in un mondo di plastica). In un’ora e mezza, le memorie del sottosuolo di Max hanno trasfigurato un uomo, completando una mutazione anche fisica, quegli spigoli in viso, quel cranio quasi come un teschio, ormai, quegli occhi da spiritato. Con la Coppa già in mano, Allegri è diventato una creatura di Tim Burton tra lo spaventoso e il grottesco.
A Roma ha vinto quel che poteva e ha perso tutto il resto. Forse non allenerà più a certi livelli. Meglio sarebbe stato farsi umiliare dall’Atalanta che da sé stesso. Però, ragazzi, quanta vita vera nell’abisso.
