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Francisco Conceiçao: “Gli esoneri di Thiago Motta e Tudor sono colpa nostra. Scudetto? Io ci credo”

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Intervista all’esterno portoghese della Juventus: “Spalletti è bravo, me l’ha detto anche mio padre”
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TORINO – Francisco Conceição, come sta andando con Spalletti?

«Stiamo assimilando le sue idee».

Ma in concreto cos’è cambiato?

«Spalletti è stato fantastico, abbiamo rivisto insieme quello che non stavamo facendo nel modo giusto e stiamo cominciando a pensare come chiede lui: giocare al calcio, volere la palla, tirare fuori la qualità. Lui ha già vinto e ha tanta esperienza, ci aiuterà a rendere al meglio».

Come mai non ha funzionato né con Thiago Motta né con Tudor?

«Le colpe sono in buona parte nostre. Ne abbiamo parlati a lungo tra noi, perché se abbiamo avuto tre allenatori in sette mesi il problema siamo stati noi. Poi alla Juve quando non vinci l’ambiente diventa subito pesante, ma se siamo qua dobbiamo essere pronti a sopportarlo. Me l’ha detto anche Ronaldo, con cui cerco sempre di parlare perché da lui imparo: racconta che si è trovato molto bene alla Juve, ma che se non vinci la pressione è molto forte».

Parlavate di scudetto anche prima che arrivasse Spalletti?

«Sì, alla Ju…

TORINO – Francisco Conceição, come sta andando con Spalletti?

«Stiamo assimilando le sue idee».

Ma in concreto cos’è cambiato?

«Spalletti è stato fantastico, abbiamo rivisto insieme quello che non stavamo facendo nel modo giusto e stiamo cominciando a pensare come chiede lui: giocare al calcio, volere la palla, tirare fuori la qualità. Lui ha già vinto e ha tanta esperienza, ci aiuterà a rendere al meglio».

Come mai non ha funzionato né con Thiago Motta né con Tudor?

«Le colpe sono in buona parte nostre. Ne abbiamo parlati a lungo tra noi, perché se abbiamo avuto tre allenatori in sette mesi il problema siamo stati noi. Poi alla Juve quando non vinci l’ambiente diventa subito pesante, ma se siamo qua dobbiamo essere pronti a sopportarlo. Me l’ha detto anche Ronaldo, con cui cerco sempre di parlare perché da lui imparo: racconta che si è trovato molto bene alla Juve, ma che se non vinci la pressione è molto forte».

Parlavate di scudetto anche prima che arrivasse Spalletti?

«Sì, alla Juve si parla sempre di lottare per tutto, anche in un momento non buono come questo».

Ha già avuto un colloquio privato con Spalletti?

«Sì, anche di cose tecniche, ma quelle restano tra noi».

Glielo ha detto dove preferisce giocare?

«Per anni mi sono sentito capace come esterno alto, poi Tudor mi ha messo trequartista e lo ringrazio: all’inizio non ero tanto convinto, ma poi mi sono trovato bene. Uno che vuole diventare forte deve saper giocare in più di una posizione».

Spalletti le ha chiesto qualcosa di specifico?

«Dice che dobbiamo giocare bene a calcio e questo a me piace. Lui ha sempre fatto rendere i giocatori più di quanto rendessero prima di incontrarlo. Spero lo faccia anche con me. Mio papà mi ha detto che è uno bravo».

A proposito di bel calcio, come è possibile che una nazione di dieci milioni di abitanti come il Portogallo produca molti più calciatori di talento di una di sessanta come la nostra?

«In sintesi, in Portogallo cercano ragazzi che ci sappiano fare con il pallone e non sono interessati al fisico, da voi prendono sempre quello più grosso anche se gioca meno bene. Lì per lì il fisico fa la differenza, ma poi?».

Quindi se lei fosse cresciuto in un vivaio italiano avrebbe fatto fatica ad emergere?

«Direi proprio di sì».

Lei pensa di essere già al top?

«Non sto facendo male, ma sento di dover ancora dimostrare che merito di stare qui. Non ho ancora fatto vedere tutto quello che penso di essere capace di fare».

Per esempio?

«Qualche rete in più aiuterebbe. Al livello top, e io voglio arrivare a quello, il numero di assist e gol fa la differenza. Devo farne di più, magari a cominciare da domani».

Qual è la sua definizione di derby?

«Una partita che vale più di tre punti, perché ha una storia dietro».

Martedì i tifosi dello Sporting l’hanno fischiata, nonostante sia cresciuto con i leões.

«Sono entrato nel loro vivaio che avevo dieci anni perché all’epoca vivevamo a Lisbona, ma quando ci siamo trasferiti a Porto, perché papà ha cominciato a lavorare lì, sono passato in biancoblù: il Porto è la mia squadra del cuore e in campo ho sempre dato la vita per il Porto, specie contro Sporting e Benfica. Normale che mi abbiano fischiato. So cosa significa per la gente un derby, anche quello col Toro».

Lei è nato in Portogallo, ma in quel periodo suo padre giocava in Italia, vero?

«Mamma tornò a Coimbra per partorire, ma i miei primi due anni li ho vissuti a Milano. Però non mi ricordo niente».

A casa siete cinque fratelli maschi, tutti calciatori.

«E mia madre è una santa. Uno gioca a Cipro, l’altro era a Zurigo ma ora è senza contratto, il terzo è in Portogallo, il quarto sono io e il piccolo ha 10 anni e forse è il più bravo. A lui piace fare i gol. Siamo sparsi per il mondo, riusciamo a stare un po’ insieme solamente in estate. Adesso papà è in Arabia».

Si è fatto un’idea delle difficoltà che stanno avendo David e Openda?

«In Italia è più difficile fare gol, è un campionato tattico, difensivo, e i nuovi hanno bisogno di tempo. Le qualità le hanno. Adesso a segnare pensa Vlahovic, che anche nei momenti più difficili si è sempre allenato al massimo».

È più difficile anche dribblare, in Serie A?

«I vostri difensori sono meno abituati ai dribblatori, perché da voi ce ne sono pochi, ma se magari è più facile saltare il primo, poi te ne vengono addosso altri due, visto che qui giocano in tanti con la difesa a cinque ed è normale raddoppiare o triplicare la marcatura».

Le hanno mai detto di dribblare di meno?

«In Portogallo no, anzi, ma a molti allenatori non piace che ci si prenda questo rischio. Io non dribblo per divertirmi, ma per un obiettivo: far male alla squadra avversaria. Chi sa dribblare è un giocatore diverso».

C’è qualche dribblatore che le piace particolarmente?

«Guardo al passato, al Ronaldo del 2009, a Messi, a Neymar. Oggi siamo in pochi, ai tempi di mio padre erano molti di più».

A fine stagione sarebbe soddisfatto se?

«Se vincessimo lo scudetto».

Perché quando subisce un fallo, reagisce quasi come se le avessero sparato?

«È l’emozione della partita, in questo sono come mio papà, vivo il calcio molto intensamente. Nel calore della gara mi trasformo».

Come è stato lavorare con suo padre?

«All’inizio difficile. C’era chi diceva che giocavo solo perché ero suo figlio, ma bastava guardare il campo per capire che non era così. Però sentivo di dover dimostrare qualcosa in più degli altri e lui con me è sempre stato duro, sia davanti a tutti sia faccia a faccia, quando mi spiegava che per diventare un calciatore devi fare attenzione a tutto, all’alimentazione, al riposo, alla vita privata».

Se le dicessero che la squadra in cui gioca sarà allenata da suo padre, sarebbe contento o è meglio che ognuno segua un percorso diverso?

«Sarebbe perfetto tornare insieme. So quanto sono migliorato con lui: sono arrivato in nazionale, mi sono conquistato la Juve. È con lui che è scattato il clic decisivo».

Quando non dribbla, Conceição che fa?

«Sono un uomo di casa, sto con la mia fidanzata, amo cucinare, tipo la pasta o il pesce al forno. È in campo che mi trasformo».

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